giovedì 23 gennaio 2014

Intervista a Franco Cerri

Sul sito de La Repubblica è stata pubblicata una bella intervista al grande chitarrista Franco Cerri, all'interno della quale parla dei suoi rapporti con i grandi del jazz.


Ecco un estratto dell'intervista:
A proposito di menomazioni alla mano, lei ha suonato con Django Reinhardt. 
"Suonato è dir poco. Siamo stati amici. La prima volta che lo vidi esibirsi alla tastiera - improvvisava il tema di una melodia francese - mi accorsi che andava su e giù nella scala cromatica con un solo dito, l'indice. Era pazzesco".
Come ci riusciva? 
"Veniva dal violino. Era un grande talento. Il resto, forza di volontà. Mi raccontò che aveva perso l'uso dell'anulare e del mignolo della mano sinistra da piccolo. Era andata a fuoco la roulotte in cui viveva e gli si era parzialmente atrofizzata la mano".
Veniva da una famiglia di nomadi. 
"Era un gitano e non se ne dimenticò mai. Disegnava roulotte e continuò a viverci dentro. Per tutta la vita. Con lui e Stèphane Grappelli, grandissimo violinista, agli inizi degli anni Cinquanta, abbiamo fatto alcune serate meravigliose. Django fu un genio. Totalmente analfabeta. Ma sono sicuro che non fu lui a scegliere la chitarra, ma la chitarra a scegliere lui".
Come può accadere che sia uno strumento a parlarti? 
"Qualcosa di misterioso. Tu puoi fare centinaia di cose nella vita. Ma solo una, o al massimo due o tre, sono quelle autentiche che hai dentro. E non escono se quelle non vengono a bussare alla tua porta. Duke Ellington, che conobbi a Bologna, disse che un grande musicista è sempre sull'orlo del suo spartito. Ma una mano misteriosa deve buttarcelo dentro. A Duke era piaciuto come suonai quella sera".
Era lì ad ascoltarla? 
"Con il mio gruppo aprivamo la serata, in un grande teatro bolognese; seguiva un trio che accompagnava Sarah Vaughan e chiudeva il grande Ellington con la sua orchestra. Al mio turno, se ne stette seduto in platea ad ascoltare. Alla fine andai per ringraziarlo e lui sorridendomi disse: "Very good music"".
In tanti anni cosa ha capito del jazz?
"Ha molte facce. Il jazz di Armstrong è diverso da quello di Gillespie. E il modo che aveva di suonare Benny Goodman era differente da quello di Charlie Parker. Però alla fine è come vivere accanto a un alcolista. Ti crea un sacco di problemi, ma non puoi fare a meno di ammirarlo e amarlo".
Distruzione e dipendenza? 
"Non necessariamente la propria. Anche se alla fine il jazz è un demone che non porti al guinzaglio. Lui ti precede e ti sollecita". 
Un padrone esigente. 
"Sono stato un campione di normalità. E ancora oggi mi stupisco per la tanta strada percorsa insieme a lui".
Nel senso che poteva perdersi lungo quella strada?
"Nella cattiva sorte alcuni amici si sono persi".
A chi pensa? 
"A Chet Baker. Ci frequentammo a lungo. Per più di tre anni. Si drogava di brutto. Un giorno gli dissi: ma chi te lo fa fare. Mi rispose raccontandomi una storia. Disse che un lunedì, di molti anni prima, a New York suonò in un locale. Era un'audizione. Capitò che ad ascoltare ci fosse Charlie Parker. Dormiva sdraiato su una sedia. Poi sentendo le note della sua tromba si svegliò di soprassalto e chiese chi fosse quel ragazzo. Fu così che cominciò a suonare nel suo gruppo. Era come Dio, e se Dio si drogava, pensò che, se non altro per fede, avrebbe dovuto farlo anche lui. Questo mi raccontò Chet".
In fondo è una storia di perdizione e seduzione. 
"La seduzione tra noi jazzisti conta moltissimo. Chet invidiava la mia normalità. Aveva un animo gentile. Ma tutto questo quando suoni non conta nulla. E quando Chet Baker suonava tirava fuori cose indescrivibili. Ci vorrebbero le sue note per raccontarlo. Posso dire solo che era un poeta morto ad Amsterdam, cadendo da una finestra. Con lui si schiantò la parte migliore di quel jazz intimistico che avevo adorato. Le stesse emozioni le provai solo con Billie Holiday".
Ha suonato con lei?
"Una sola volta. Ma bastò perchè restassi colpito. E frastornato. So che dopo quel concerto la sola cosa che mi veniva di fare era piangere. Era stata fortissima la tensione che avevo accumulato. Lei era una regina. E non l'ho più rivista dopo quella sera. Morì in un letto di ospedale pochi mesi dopo. Sorvegliata da un agente della narcotici".
Cos'è la seduzione tra due musicisti?
"Complicità, ammirazione, imprevedibilità. A Gerry Mulligan piaceva da matti come suonavo. Era capace di chiamarmi da Parigi o Amsterdam per chiedermi di organizzare una jam session per la sera dopo. E pretendeva che suonassi sempre il contrabbasso".
Invecchiando cosa accade nel rapporto con lo strumento? 
"Diventa tutto più faticoso. E difficile. A gennaio compirò 88 anni. Posso dire che mi è andata bene. Sono qui. Suono. E mi piace farlo ancora. Ho capito tante cose della musica. Peccato che l'artrosi tormenti le mie mani. Prima di un concerto prendo qualche antidolorifico. E per un paio d'ore posso ancora suonare beato. Non mi sono mai drogato. E ora ci dò sotto con gli analgesici. Strana la vita". 
(leggi l'intervista integrale sul sito originario)

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