sabato 21 dicembre 2013

Miles Davis. La storia illustrata

Un nuovo libro su Miles Davis. Questa volta Il Saggiatore propone una storia illustrata, in un volume di grande formato e con una sezione iconografica di ottimo valore, dove sfogliando le preziose pagine scorrono immagini del Davis già conosciuto a fianco di fotografie rare, (pescate dagli archivi di Francis Wolff, William Gottlieb, William PoPsie Randolph, Lynn Goldsmith e altri), locandine di concerti, memorabilia jazz inedite… 


I ricordi raccolti appositamente per questa pubblicazione appartengono a nomi del gotha jazz come Sonny Rollins, Herbie Hancock, Ron Carter, Clark Terry, Lenny White, Dave Liebman, ai quali si aggiungono considerazioni di agenti e manager, personaggi dello spettacolo (Bill Cosby) e ovviamente contributi seri di studiosi e critici del calibro di Ashley Kahn, Robin D.G. Kelley, Gerald Early. 
A oltre venti anni dalla sua scomparsa il contributo di Miles Davis al jazz è ormai pienamente storicizzato e in questa sede mi riferisco soprattutto al periodo “elettrico” che gode in questo libro di un trattamento serio e per certi versi innovativo. 
Prendiamo un disco come We Want Miles, il live del 1981 che fino ad oggi non aveva beneficiato di una analisi benigna, favorevolmente revisionistica. secondo Karl Hagstrom Miller (professore di Storia all’università del Texas) Chic e Van Halen sono le pietre di paragone per ascoltare e interpretare quel disco. 
Mike Stern va ascoltato pensando a Nile Rodgers, una potentissima macchina da groove disco e Eddie Van Halen, un folletto spiritato dell’assolo rock. Marcus Miller va paragonato a Bernard Edwards, il bassista degli Chic, uno stantuffo ritmico sempre uguale a se stesso. 
Marcus Miller, invece faceva respirare il groove. Ci giocava. Ci scherzava. Lo eliminava, lo nascondeva, poi lo riprendeva alla grande. Ed era un miracolo incredibile ogni volta che rientrava sull’uno. Io pendevo dalle sue dita. Poi stern abbandonava il ritmo sincopato per schiacciare il pedale del distorsore. L’apertura dell’assolo di chitarra in «Jean Pierre» mi dà ancora i brividi. Le vertiginose picchiate della leva del vibrato sopra la delicatezza del groove: come i Grand Funk Railroad che fanno irruzione durante un pranzo elegante. (…) Più avanti Stern spiegherà che Miles voleva che suonasse come Hendrix, ma per me era puro Van Halen.
Commenti acuti, che provengono da appassionati e critici lontani dalla cerchia stretta degli opinion makers del jazz, che Miles peraltro detestava abbastanza. 
E sicuramente il colorito commento di Greg Tate, giornalista (Rolling Stone, Village Voice), musicista e produttore gli sarebbe piaciuto. 
Com’è noto, negli anni Sessanta Miles sosteneva che se il batterista non funziona, non funziona nulla. Negli anni Settanta, il punto focale si postò sulle declinazioni gravi e ponderate di Henderson, e la musica comincò a prendere vita dal fondo. Michael Henderson bassista elettrico col fender jazz. Quando Henderson affiancò Miles, quanti di noi amavano i War, i Funkadelic e Santana adottarono Miles come uno zio-gangsta saggio ed eccentrico, uscito da chissà quale bar infernal-wagneriano di Chicago. 
Forse la strada giusta per parlare di Miles Davis è questa, chiedere di lui a chi non appartiene all’establishment jazzistico: a nessun critico penso sarebbe venuto in mente di definire Miles “uno zio-gangsta ed eccentrico, ma precisamente per il suo esserlo rimarrà nella storia della musica e dello spettacolo, al di là del jazz e del bene e del male.

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