venerdì 13 dicembre 2013

"Let's Get Lost", 25 anni dopo. Inseguendo lo spirito perduto di Chet Baker

Il 17 dicembre la Lucky Red commercializza per la prima volta in homevideo il film-documentario di Bruce Weber, che fu il suo primo titolo distribuito nelle sale. Era il 1988 e il grande trombettista californiano se n'era andato a maggio, volando dalla finestra di un hotel. Lasciandosi alle spalle una vita di grande musica e grandi debolezze, prigioniero di un sogno di eterna gioventù.


Chet se ne andò poco tempo dopo la fine delle riprese, nella notte del 13 maggio del 1988. Alle 3 del mattino, con in pugno il suo strumento, volò giù dalla finestra dell'albergo di Amsterdam dove risiedeva. 
Nel loro verbale, gli agenti olandesi scrissero di aver trovato il corpo senza vita di un uomo dell'età apparente di circa 30 anni. Chet di anni ne aveva 59 e da vivo ne dimostrava anche di più, privo dei denti e consumato da alcol, droga ed eccessi. Come la miscela di cocaina ed eroina che lo possedeva in quella tragica notte e che fu la causa più probabile di quel salto nel vuoto. 
Nessun miracolo, dietro il misterioso ringiovanimento testimoniato dalla polizia. Apparentemente indifferente allo scorrere inesorabile del tempo, Chet Baker aveva lasciato andare uno spirito perduto, più che nella droga, dietro un sogno di eterna gioventù. 
Come sarebbe apparso evidente dalla successiva visione di Let's Get Lost, in cui Chet raccontava la sua versione dei fatti sul jazz, il cinema, la California, l'Europa, passando poi al privato più crudo, i tre matrimoni, i figli quasi dimenticati, l'arresto in un'autopompa tra Lucca e Viareggio, nel 1960, e la successiva condanna al carcere per droga. 
Nessuno potrà mai affermare con certezza che Chet sia stato sincero fino in fondo. Ma il racconto per immagini della sua vicenda, per il quale Bruce Weber sceglie il bianco e nero, spesso sgranato in un 8 millimetri per armonizzare il presente con i materiali di archivio, resterà per sempre come uno dei migliori film sul jazz, per la sua perenne tensione verso la bellezza, quella che nella musica e nelle immagini fiorisce anche dalla desolazione di un'anima fragile, battuta da una vita vissuta d'istinto e dirottata da mille debolezze.
In quell'ultimo scorcio degli anni Ottanta, Let's Get Lost contribuì a raccontare le luci e ombre del jazz assieme ad altre due pellicole quasi complementari per le diverse scelte scelte stilistiche adottate. È del 1986 Round Midnight di Bertrand Tavernier, con un vero e grande musicista, il sassofonista Dexter Gordon, nei panni di un protagonista disegnato sul profilo di Lester Young. Del 1988 è invece Bird di Clint Eastwood, in cui l'attore Forrest Whitaker offre una dolente interpretazione della parabola esistenziale di Charlie Parker.
In Let's Get Lost, Chet Baker è semplicemente se stesso. Bruce Weber e la sua troupe lo inseguono nella sua serrata agenda di impegni tra California ed Europa e allo stesso tempo strutturano la narrazione con interviste a chi lo conosceva bene. Un'autentica impresa, più volte vicina al fallimento. Perché il trombettista, sfuggente e umorale, fissava un appuntamento e non si era mai sicuri che vi si sarebbe presentato, oppure si allontanava dal set senza lasciare traccia. Ma questa è la storia dietro il film, non è il film. 
Nascondendo sotto il tappeto la polvere dei tanti contrattempi, Bruce Weber trasforma in lungometraggio la fascinazione che lo aveva colto osservando le foto che Will Claxton aveva scattato a Chet Baker negli anni Cinquanta. 
Alto, magro, elegante, i capelli tirati indietro con la brillantina, naso piccolo e schiacciato, mento pronunciato, Chet in quelle foto era essenzialmente "cool". Come il jazz californiano che lo aveva lanciato nel firmamento assieme a Jerry Mulligan e Stan Getz, materia armonica e melodica a sua volta elegante, fresca e rilassata, lontana dalla visceralità blues e dalla frenesia del be-bop. 
Eppure, fu proprio il bopper Charlie Parker a vedere in Chet il bianco che avrebbe dato del filo da torcere a Miles Davis e Dizzie Gillespie. Non era un tecnico, Chet, il suo fraseggio fluido e l'altissima liricità erano frutto di un'attitudine naturale, ciò che la sua tromba produceva in modo spontaneo ad altri costava ore e ore di esercizio quotidiano. 
Era inoltre dotato di una voce delicatissima, un timbro androgino al limite del falsetto, che ne faceva anche un cantante a suo modo magico. Ascoltarlo intonare Almost Blue di Elvis Costello, nella parte finale del film, provoca ancora lo stesso brivido di allora....
(continua a leggere sul sito de La Repubblica)

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