giovedì 12 dicembre 2013

I molti omaggi del Jazz alla figura di Mandela

Sul blog A Proposito di Jazz di Gerlando Gatto è stato pubblicato un bell'articolo, a firma Luigi Onori, sui profondi legami tra il jazz e Nelson Mandela e su come il leader sudafricano fu fonte d'ispirazione per tanti artisti.

    
Ecco un estratto di questo lungo articolo:
Ho appena sentito la conclusione della lunga ed  intensa cerimonia in omaggio a Nelson Mandela che si è tenuta allo stadio Fnb di Soweto, Johannesburg. Dopo la stretta di mano, definita “storica”, fra Raul Castro e Barack Obama, gli applausi a Bill Clinton, i fischi ad Abu Mazen ed al presidente sudafricano Jacob Zuma; dopo i grandi della Terra ha preso infine la parola l’arcivescovo Desmond Tutu. 
Ha ottantaquattro anni ma il suo breve discorso prima della benedizione generale, sotto la pioggia, galvanizza i presenti: mischiando inglese e lingue africane, Tutu ottiene un assorto silenzio e fa leva sull’orgoglio e la consapevolezza dei  sudafricani, sferzando ritmicamente la sua gente con la voce, in un intervento che viaggia in parallelo alla musica ed alla danza che hanno da subito accompagnato il ricordo di Madiba.
“Tutu”, del resto, si intitolava un album del 1986 di Miles Davis ed il riferimento all’arcivescovo – figura chiave della lotta all’apartheid e del suo superamento senza spargimenti di sangue – veniva rispecchiato nell’ultima traccia, “Full Nelson”, gioco di parole tra lo standard “Half Nelson” ed il nome di Mandela, figura emblematica che Davis intendeva omaggiare. 
All’epoca il leader dell’African National Congress era ancora in carcere, aveva rifiutato un’offerta di libertà condizionata in cambio della rinuncia al sostegno alla lotta armata (1985) e sarebbe rimasto in detenzione sino al febbraio 1990. I brani del trombettista afroamericano – sempre dalla lucida coscienza politica – erano tutt’altro che un omaggio formale, piuttosto un appoggio militante ed un riconoscimento internazionale di peso, in una fase di acuta tensione. 
Quando la detenzione di Mandela e il regime dell’apartheid staranno per concludersi, Miles Davis titolerà un altro album “Amandla” che in zulu vuol dire “potere”  (era uno degli slogan più usati nella lotta antiapartheid) ma Davis le attribuiva più il significato di “libertà”.
La stima, il valore tributato dal mondo del jazz (e della musica) a Nelson Mandela, l’ispirazione della sua figura e l’appoggio alla lotta contro l’apartheid è dimostrato non solo dalla presenza di Bono Vox alla cerimonia di Soweto ma da decine di registrazioni.
Si prenda il pianista sudafricano, esule dagli anni ’60, Abdullah Ibrahim. La situazione del suo paese, che vive sempre più stretto nella morsa del razzismo, lo angoscia profondamente. 
Da artista e musicista coagula il suo impegno nella realizzazione della “Kalahari Liberation Opera”, un complesso spettacolo teatral-musicale che nel 1982 fa il giro dell’Europa, raccogliendo in genere consensi. Nel 1986 pubblica negli Usa l’album “Water from an Ancient Well” con il gruppo Ekaya ed il disco si apre con “Mandela”, un pezzo in stile marabi dedicato al leader sudafricano. Nel settembre ’90 il pianista tornerà in Sudafrica dopo quattordici anni di esilio per azioni di “boicottaggio selettivo”, stabilite dal dipartimento di arte e cultura dell’Anc.
Sia chiaro che a modificare la situazione nella patria dell’apartheid ha soprattutto pesato la lotta, determinata e decisa, guidata dall’African National Congress, ma un significativo contributo l’hanno comunque dato iniziative politico-musicali di grande risonanza massmediale. 
Basti pensare al concerto del settembre 1985 che a Parigi riunì una all-star della musiche nere – Manu DiBango, Salif Keita e Max Roach – per chiedere la liberazione di Nelson Mandela. Ci sono, inoltre, il video e le 400.000 copie vendute del disco “Sun City”, realizzato dagli United Artists Against Apartheid guidati dal chitarrista rock Little Steven (braccio destro di Bruce Springsteen) e con la partecipazione straordinaria di Miles Davis. 
Ancora ci fu il “Nelson Mandela 70th Anniversary tribute”, organizzato allo stadio Wembley di Londra nel giugno 1988 per chiedere la scarcerazione del leader, ormai  anziano, dell’Anc; vi parteciparono, tra gli altri, artisti sudafricani quali Miriam Makeba, Hugh Masekela, Amaputla, Malhatini, Mahotella Queens. L’anno seguente il concerto venne ripetuto e vi parteciparono tre jazzisti sudafricani esuli (Chris McGregor, Ernest Mothle e Brian Abrahams), riuniti per l’occasione nel gruppo Indestructible Beat.
In parallelo agli eventi, nel corso degli anni il mondo del jazz afroamericano ha prodotto svariati brani ispirati al Sudafrica, alla lotta antiapartheid e alla figura carismatica e luminosa di Nelson Mandela. 
Un breve elenco comprende “Tears for Johannesburg” e “South Africa Goddam” del batterista Max Roach; “For Nelson and Winnie” e “Mandala for Mandela” del trombettista-compositore Bill Dixon; la “Soweto Suite” dell’altosax Chico Freeman; “May Those Who Love Apartheid Burn in Hell” del vibrafonista Jay Hoggard; “Diamonds Are for Freedom” del flautista James Newton; “Free Mandela” del trombettista Marvin Hannibal Peterson; ““Soweto Six” del batterista Ralph Peterson; “Mandela” del sassofonista Luther François; “Sinawe Mandelas” del violinista Billy Bang; “Mandela Freed” del sassofonista Antonio Hart; “Cape to Cairo Suite (Hommage to Mandela)” di un altro sassofonista, Charles Lloyd; “Mandela” inciso dal chitarrista Carlos Santana e dal sopranista-tenorista Wayne Shorter....
(leggi l'articolo integrale sul sito originario)

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