giovedì 12 dicembre 2013

Charlie Haden raccoglie le forze per un concerto a Los Angeles

Un'aria di irrevocabilità aleggiava sulla performance di Charlie Haden con la sua Liberation Music Orchestra lo scorso martedì sera al Redcat Theater di Los Angeles. Una standing ovation ha salutato la leggenda del jazz, mentre esitante arrivava sul palco, davanti agli sguardi affettuosamente malinconici dei suoi 15 musicisti studenti, componenti della classe d'improvvisazione di Haden.


Un attacco infantile di poliomielite gli ha lasciato una scia: la sindrome post-polio. All'età di 76 anni, sembra fragile, con la testa in equilibrio precario su spalle non più larghe di un appendiabiti. 
La sua voce è appena un sussurro, con la paralisi che si è diffusa alle sue corde vocali. Egli è stato di volta in volta discorsivo, divertente, arrabbiato e triste nei suoi commenti d'introduzione ai pezzi, ma la sua linea del pensiero a volte evaporava. 
E' difficile pensare a qualcosa di più frustrante per un maestro improvvisatore che perdere il suo posto.
E' però ancora una persona esuberante. Quando un microfono non era nel suo posto corretto o, peggio, non alzato, si rivolgeva al tecnico dell'audio dicendo: "L'abbiamo provato, giusto?
Ed è ancora politicamente impegnato come sempre, ricordando sia agli studenti che al pubblico che il mondo è sempre stato in pericolo, ma che "tocca a noi mostrare che c'è ancora bellezza dentro di noi.
Ha anche ricordato i vecchi amici, tra cui il chitarrista Jim Hall, la cui morte a 83 anni era stata annunciata poche ore prima.
La musica, tratta in gran parte dal suo album del 2005 Not in Our Name ed arrangiata dalla collaboratrice di lunga data Carla Bley, è gioiosa all'ombra della mortalità. 
Il programma si è aperto con "Nkosi Sikelel iAfrika", l'inno del African National Congress, eseguito in memoria di Nelson Mandela, ed è continuato con pezzi che raccontano la storia degli Stati Uniti.
Una suite basata su "America the Beautiful" è stato il fulcro della serata, un pezzo bruciante ma, in ultima analisi, pieno di speranza, accompagnata dalla canzone patriottica "Lift Every Voice and Sing" (conosciuto anche come l'inno nazionale dei neri, in un eco del numero di apertura), da "Skies of America" di Ornette Coleman, "Amazing Grace" e, infine, “Goin’ Home.” di Anton Dvorák.
Sentendo questi studenti, che affrontano questa musica, spesso irta di spine e difficile, che rievoca battaglie politiche del passato con grazia e, il più delle volte, con intelligenza e fuoco, resta il senso di una torcia che passa di mano. 
Si ha anche un'idea di che tipo di insegnante sia Haden, che con decisione, ma delicatamente, ammonisce i musicisti per le stecche prese, ma che mostra il pollice in su, quando gradisce ciò che ha sentito.
Mentre le sue mani tremavano, i suoi gesti, mentre dirigeva l'orchestra, erano forti e precisi. 
Ancora più sorprendente è stato il bis, "Blue in Green" di Bill Evans, quando un contrabbasso fu portato al centro della scena affinchè lo potesse suonare. 
Prima di iniziare il pezzo, Haden ha gridato: "Vaff... polio!" Il suo playing, ancora fermo e ritmicamente morbido, ma ponderato per la fatica e l'età, ha ripetuto la stessa cosa, anche se in maniera un po' più elegante.
Mentre le luci si spegnevano ed i musicisti iniziavano ad uscire scena, Haden si è appoggiato al microfono con un sorriso malizioso sul volto ed ha sussurrato: "Ci vediamo per la prossima classe".
Speriamo!. Questo è un corso che tutti dovrebbero frequentare.
(Fonte O.C. Register)

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