mercoledì 18 dicembre 2013

Bill Carrothers - Sunday Morning

Affascinato dall'impronta della memoria collettiva nel discorso musicale, il pianista Bill Carrothers esplora da anni un approccio contemplativo alla storia del suo paese. 


La sua musica, animata dal quotidiano, come dagli sconvolgimenti pubblici, assume la forma di una successione di istantanee, piuttosto che quella di un affresco.
Dai canti della Guerra Civile, nel clima tormentato della prima guerra mondiale (il magnifico Armistice 1918), la sua musica è un viaggio nel cuore degli uomini, più che mai "carcassa dei tempi", piuttosto che l'esaltazione di un «romanzo nazionale».
Accompagnato da compagni fedeli, tra cui il violoncellista Matt Turner, Carrothers ritrova con Sunday Morning, le chiese dei primi giorni dell'America. 
Questo viene fatto attraverso pezzi di una semplicità inquietante come "Jesus Loves Me", dove la voce cristallina ed un po' roca di Peg Carrothers è animata da una fede primitiva. 
Come nelle precedenti escursioni nella storia del suo paese, c'è una successione di atmosfere molto sceneggiata, in cui il pianista evolve la sua musica. 
Dopo aver esaminato il repertorio solistico, questa volta invece utilizza un quintetto con coro per questa uscita per l'etichetta Vision Fugitive, una mossa ai confini dei generi.
Sia ciò che qui si considera una finestra sul jazz ("A Mighty Fortress Is Our God") o nelle parti scandite da accordi diafani, sullo sfondo mozzafiato del coro ("Lift High The Cross"), tutto suggerisce che ognuna di queste sia un opzione collettiva che aiuta maggiormente l'album, soprattutto quando si invita Bach a deviare su un accordo, un atmosfera o una citazione, come ad esempio su "Oh God Our Help In Ages Past", pezzo d'apertura e chiusura dell'album, un inno anglicano che sbarcò con i primi immigrati portando in prestito una certa dolcezza, la nostalgia degli sradicati dalla Vecchia Europa.
Certo, si può essere destabilizzati da questa successione di canzoni in cui la voce carezzevole di Jean-Marc Foltz incornicia il coro e vena la musica di misticismo. 
Questo ritorno alle origini è ciò che maggiormente interessa a Carrothers, di cui si apprezza qui il talento di arrangiatore. La grande forza di Sunday Morning è quella di impadronirsi di ogni spiritualità, di tutto il ribollire di questi canti, senza cadere nel fervore illuminato. 
Per il diafano "Eternal Father, Strong To Save", che rievoca coloro che si sono perduti in mare tra i due continenti, il coro esplora gli abissi insieme a Foltz e Turner, oltre al rollio portato dal pianista. Un movimento incerto che fa rinascere, per il tempo di una canzone, il languore sognante del trio di To The Moon.
I salmi aperti da Carrothers rivelano la robustezza della fede elementare; dentro le armonie del coro, e nelle dinamiche tra i musicisti, si ritrova la semplicità, la comunione naturale cara a Thoreau, un aspetto del mito americano e della sua cultura popolare su cui il pianista ha costruito il suo universo. 
Sunday Morning non è, si spera, l'ultima pietra di questo edificio, c'è n'è abbastanza per costruire molte cattedrali. 
(estratto di una recensione in francese pubblicata sul sito Citizen Jazz)

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