mercoledì 18 dicembre 2013

Ancora (e poi basta) su Arbore

Questa è l'ultima volta che intervengo su questo argomento, ma in questa intervista alla Repubblica, Arbore racconta la sua solita serie di amenità, che poi sono state ribadite anche nel programma di lunedì.
Tra le tante, ne segnalo un paio davvero indifendibili:
"Credo che si possa dire senza essere smentiti che il jazz italiano oggi è il secondo al mondo dopo quello americano. I nostri musicisti oggi sono certamente i migliori d'Europa, per creatività, qualità e impegno, e non hanno nulla da invidiare anche a una buona parte di musicisti americani"

"Il jazz ancora oggi è un fiore all'occhiello della nostra Italia musicale.... E' un pregiudizio quello secondo cui il jazz non piaccia al pubblico. Io sono presidente di Umbria Jazz e posso dire che, negli ultimi quattro-cinque anni, c'è stato un aumento dello sbigliettamento del 30%". (n.d.a. grazie sopratutto ai concerti di Sting, Santana e altre amenità del genere)

Credo che sia inutile commentare queste dichiarazioni, ma è evidente che se il jazz italiano deve essere rappresentato da questo piazzista da quattro soldi, vuol dire che la situazione è molto grave e ben lontana "dal secondo posto al mondo" di cui sproloquia.
Ma la cosa più grave e che tutti i grandi media (in primis La Repubblica ed Il Corriere della Sera che ha pubblicato un articolo dallo stesso tenore) permettono a questo signore di vaneggiare senza che nessuno che si alzi a dire "Arbore ma che c.... stai a dì". 
Ma con questi personaggi non sarà mai possibile fare discorsi seri sul jazz, che aiutino questa meravigliosa musica ad uscire dall'irrilevanza in cui è relegata in questo Paese, trasformata da Arbore e co, in un fenomeno macchiettistico e folkloristico.

11 commenti:

  1. Segnalo l'articolo di Antonio Di Pollina sulla Repubblica di oggi. Basta il titolo comunque, anche senza leggerlo: Arbore sa come incantarci raccontando il jazz

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  2. E' pazzesco come su tutti i giornali siano apparsi articoli trionfalistici su questa fantomatica trasmissione. Arbore è molto bravo a vendere il suo prodotto, peccato che per farlo passi sopra la storia.

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  3. Confesso di non essere particolarmente incline a scrivere alle redazioni dei giornali, ma i peana ad Arbore per un falso inverecondo e retorico sono veramente irritanti e dimostrano la cultura (o l'acquiescenza) della stampa nostrana. Per cui mi sono preso il modestissimo sfizio di scrivere ad Aldo Grasso, autore anch'egli di un inno di lode ad Arbore, francamente imbarazzante: Gentile dottor Grasso, in merito a quanto Lei scritto sulla recente "rilettura" della storia del jazz per mano di Renzo Arbore, non può che spiacere che vi sia chi, tratto in inganno da vere e proprie affabulazioni (peraltro condotte simpaticamente), diffonda una "vulgata" che non è solo errata ma marchianamente falsa, parte di una sorta di furbesco e quasi circense patriottismo all'amatriciana che purtroppo ha già prodotto la modestissima Orchestra Italiana e adesso, addirittura, il falso storico.
    Che Nick La Rocca e la Original Dixieland Jazz Band avessero inciso il "primo" (...) disco di "jazz" (...) è cosa non sconosciuta anzi, è stranota fra tutti i cultori e appassionati della musica africano-americana. E si sa bene che tale incisione non fu la testimonianza di alcuna nuova creatività, non solo perché i musicisti della ODJB erano mediocri strumentisti, ma perché erano solo la peraltro ininfluente e coincidentale punta di un iceberg polietnico che prendeva le mosse dalle molteplici elaborazioni con cui, da ben oltre un secolo, andavasi stratificando la cultura dei discendenti degli schiavi neri in America. Il jazz, infatti, è la risultanza di un processo magmatico di interrelazioni culturali all'interno di una vasta area (denominata da alcuni storici e antropologhi culturali "Black Atlantic) di cui New Orleans divenne epicentro. A tale processo (che in seguito ha assunto le vesti del cosiddetto jazz), le cui fondamenta e la cui idiomaticità sono materiali di indiscutibile e incontestabile derivazione africano-americana, hanno dato notevoli contributi anche molti artisti di origine ebraica, italiana, irlandese, polacca, ecc., fino agli asiatici dei nostri giorni. Nulla fu inventato da famiglie siciliane trapiantatesi a New Orleans, Arbore purtroppo dà prova di gravissima e fuorviante ignoranza, letteralmente inventando una Storia che non vi è mai stata e che, addirittura, deruba un intero popolo della propria cultura, calpestando oltre un secolo di studi musicologici, antropologici e sociologici. Il che non è solo francamente irritante, è disgustoso, soprattutto perché questo pur simpatico signore ha ottenuto fondi (magari pubblici) per spacciare una sua verità che non arriva ad essere neanche romanzesca. Puro delirio dai risvolti simil-comici. Lei si addolora che un tale programma sia stato dato in tardio orario. Io mi addoloro e mi vergogno, invece, che sia stato trasmesso. Con viva cordialità, Gianni Morelenbaum Gualberto
    Ovviamente, è un puro sfogo simbolico quanto inutile. Ma, come dicono a Roma, quanno ce co', ce vo'.

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  4. Che devo dire. Grazie! È lo stesso sfogo simbolico che ho avuto io quando ho deciso di scrivere nuovamente su un argomento di cui avevo ampiamente dibattuto. Naturalmente senza la tua autorevolezza.
    Io inoltre credo che La Rocca abbia registrato il primo disco di jazz, solo perché agli afroamericani in quegli anni non era consentito farlo, altrimenti forse avremmo avuto delle registrazioni almeno dieci anni prima.

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  5. In realtà, interpreti africano-americani incidevano già dal 1890 (il primo fu George W. Johnson), e materiale discografico africano-americano non manca a partire da quel periodo, basti pensare alle incisioni del 1901 (e del 1906) di Bert Williams e George Walker, o quelle del solo Bert Williams (che incise anche pagine di autori come Will Vodery e Alex Rogers) nel 1911. E le composizioni di autori come Bob Cole e J. Rosamond Johnson, così come quelle di Ernest Hogan e di altri autori di Black Broadway venivano incise e interpretate regolarmente sia da interpreti africano-americani che bianchi. Per non parlare di Will Marion Cook e di altri autori, soprattutto di ragtime. Il materiale c'è ed è abbondante, sebbene sia vero che l'industria discografica di allora non fosse particolarmente incline a far lavorare musicisti e interpreti africano-americani. Resta il fatto che Nick LaRocca (che oltretutto nutriva un disprezzo manifesto per gli africano-americani) non inventò proprio nulla, casomai fu il primo (forse) a fregiarsi più o meno ufficialmente del termine "jazz" in un'incisione fonografica. Forse...

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  6. Ah bene. Quindi le cazzate di Arbore sono ancora più mistificatorie di quello che pensassi.

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    1. Ci sono decine di incisioni, prima del 1917, che in qualche modo anticipano o già illustrano quello che verrà in seguito etichettato come jazz. Tanto per smentire Arbore e la sua accolita di giocolieri, la ODJB incide Livery Stable Blues e Dixie Jass Band One-Step il 26 febbraio 1917; la Borbee's Jass Orchestra aveva già inciso, il 14 febbraio, It's Long, Long Time e Just The King of Girl You'd Love, pubblicati dopo il 7 marzo, data di pubblicazione delle facciate della ODJB e pubblicati dopo incisioni di Wilbur Sweatman o di Rudy Wiedoeft. In realtà, tale materiale può tutto definirsi proto-jazz e appartiene in larga parte a derivazioni del ragtime ed affini a vario titolo. La ODJB non inventò assolutamente nulla, si inserì in un filone di derivazione africana-americana (con buona pace di Nick LaRocca e delle sue mistificanti dichiarazioni) in cui già si erano inserite varie formazioni bianche. In quegli anni ancora circolavano i minstrels, con la loro imitazione della musica popolare africana-americana, certo materiale era -come dire?- nell'aria e la ODJB non è che una, peraltro trascurabile, nota a piè di pagina. Che poi alla definizione del jazz, o meglio, di quella musica che per decenni influenzò e si fece influenzare dal composito entertainment coevo (da Broadway a Black Broadway), concorressero molti italo-americani, da Joe Venuti a Frank Guarente, da Leon Roppolo a Eddie Lang, e via discorrendo, ciò è indubbio. Questo non fa del jazz una creazione italiana (come se un linguaggio di tale portata potesse sbocciare nel corso di qualche annetto), come non ne fa una creazione ebraica l'inventiva di Ted Lewis, Mezz Mezzrow, Benny Goodman, Al Jolson, Sophie Tucker, Eddie Cantor, Fanny Brice, Artie Shaw, Harry James, Paul Whiteman, Ziggy Elman o quella di Richard Rodgers, Vernon Duke, Jerome Kern, George Gershwin, Irving Berlin, per quanto i nazisti parlassero del jazz come musica negro-ebraica o Henry Ford, noto antisemita, accusasse gli ebrei di avere inventato il jazz per corrompere l'America e la sua gioventù. Certe gare a chi ce l'ha più lungo o la fa più lontano sono, per l'appunto, patetiche nonché, sin troppo ovviamente, false. Per questo tutto il filmato di Arbore, con i suoi testimoni inebetiti dalla propria dabbenaggine, è semplicemente stomachevole.

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  7. Molto più mistificatorie... E quello che è ripugnante è questo patriottismo alle vongole che nulla ha a che fare con un più o meno esasperato protezionismo dei talenti locali (come accade in Francia o in Inghilterra), ma che sa di retorica volgare e bandistica (siamo uomini o caporali?) da banditore commerciale di offerte televisive. Arbore parla dei musicisti italiani allo stesso modo con cui Giorgio Mastrota tesseva le lodi di un materasso Eminflex. Ma almeno Mastrota non si parava le terga dietro al tricolore né dietro al roboante e falso embrassons-nous del tipo "Simme e' Napule, paisà", né ammaniva falsi storici o falsi intellettuali.

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  8. Si, infatti parlare di jazz italiano come il "secondo al mondo" non ha alcun senso.
    Il jazz in Italia è un fenomeno assolutamente secondario, nemmeno paragonabile alla rilevanza che ha ad esempio in Francia o in Inghilterra (ma anche nei paesi scandinavi o in molti paesi dell'Est).
    E non parlo della qualità dei musicisti, ma proprio della sua irrilevanza come fenomeno culturale nella società italiana, ed il tam-tam intorno a questo programma è qui a dimostrarlo.
    E' stato anche patetico poi vedere Rava (che dovrebbe essere all'apice di questo movimento) reggere il moccolo ai vaneggiamenti di questo ciarlatano.

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    1. tutto fa brodo e a un italiano, sia che si chiama Rava o Pinco Pallino piace tirare l'acqua al proprio mulino. In Italia ormai da tempo abbondano solo dei gran Pinocchi e dei Pulcinella e il jazz è argomento che non fa eccezione

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  9. Dispiace anche a me per Rava, il quale ormai ha una posizione che gli permetterebbe di non assecondare tali circhi di periferia. Vanitas vanitatum, et omnia vanitas...

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