giovedì 28 novembre 2013

Keith Tippett / Giovanni Maier - Two For Joyce

Keith Tippett, pilastro del piano jazz/avant inglese ed europeo da oltre quarant’anni anni, e Giovanni Maier, tra i migliori e più rispettati bassisti jazz nostrani da più di due decenni, si conoscono da molto tempo. Solo negli ultimi tempi la loro stima reciproca è sfociata in un concerto insieme, nel maggio 2012 a Trieste, nell’ambito della rassegna “Le Nuove Rotte del Jazz”. “Two for Joyce – Live in Trieste”, nuovo cd su Long Song Records/Audioglobe è il felicissimo e riuscito resoconto della loro performance. 


50 minuti di musica improvvisata, una unica lunga traccia di musica, che mostra meravigliosamente la gamma delle loro possibilità esecutive. 
Secondo alcuni Tippett dà da sempre il suo meglio da solo o in duo, malgrado i molti eccellenti lavori in vari ensemble più o meno numerosi. 
Pianista profondo e inventivo, austero e grandioso insieme nelle cascate di note e suoni (note le sue “preparazioni” sul piano) che può creare, trova qui in Maier un partner ideale. 
Maier è, come noto, bassista corposo, denso, sostanziale e lucido sempre. Un vero maestro del suo strumento. 
La loro unione qui trasuda intelligenza, ironia; è stimolante senza mai far venire meno la tensione, e ci regala un’avventura musicale di grandissimo spessore, un conversazione esemplare di incastri e azioni/reazioni. 
Two for Joyce – Live in Trieste” è, definitivamente, un nuovo tassello importante nella gloriosa tradizione della grande improvvisazione europea.
Nei cinquanta minuti filati di “Two For Joyce” - un omaggio nel titolo e nelle atmosfere a James Joyce, dichiarata passione di entrambi i musicisti – il piano di Tippett viaggia martellante e nervoso come poche altre volte sui pizzicati atonali di Maier. Trattasi di un jazz non propriamente definibile avant, ma quantomai vicino alle trame del free e memore dell'esperienza Mujican con cui Tippett si dilettò a fine Ottanta proprio ad esplorare il sottobosco familiare ad Amm e compagni.
Per quanto coraggiosa e inizialmente elettrizzante, la performance tende a perdersi col passare dei minuti per via della mancanza di climax e varietà sceniche, laddove i due preferiscono proseguire a costruire una tela fatta di rintocchi e accenni, che finisce però con lo sfaldarsi in una certa monotonia. Fanno eccezione gli ultimi dieci minuti, dove Tippett prende il controllo lanciandosi in una fuga da antologia.

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