lunedì 18 novembre 2013

Etienne Charles - Creole Soul

Il trombettista di Trinidad Etienne Charles ha da pochi mesi pubblicato il suo quarto album Creole Soul per l'etichetta Culture Shock Music. L'album esplora le sue radici musicali, traendo ispirazione da una miriade di fonti musicali; dai canti creoli haitiani, al blues, al be-bop, al R & B, disegnati su una serie di ritmi che includono rocksteady, reggae, Bel Air, kongo e calypso.


La formazione che collabora con Charles presenta Jacques Schwartz - Bart (sassofono tenore), Brian Hogan (sassofono), Alex Wintz (chitarra), Obed Calvaire (batteria), D'Achee e Daniel Sadownick (percussioni), così come i vincitori del Thelonious Monk Competition Kris Bowers (piano & Fender Rhodes) e Ben Williams (basso). Il disco presenta una mezza dozzina di composizioni originali di Charles oltre a re-interpretazioni di classici come "Green Chimneys" di Thelonious Monk, “You Don’t Love Me (No No No)” di Willie Cobbs, "Memories" di Winsford Devine e “Turn Your Lights Down Low.” di Bob Marley. 

Ecco un estratto di un bell'articolo pubblicato sul sito Pop Dose, di cui ecco un estratto:
"Per il trombettista Etienne Charles questo progetto non riguardava l'innovazione. Questo è troppo esteriore. "La musica racconta chi sono," dice Charles "e da dove provengo."
Nato a Trinidad, Charles espande l'idea di jazz straight-ahead, con una miscela piccante di influenze dell'isola, calypso, i ritmi costanti del rock e i canti haitiani, ed aggiungendo anche una cover di Bob Marley.
Tutto questo, però, non vuol dire che Charles non abbia le sue credenziali jazz in ordine. Scolarizzato in Florida, addestrato a New York, ed ora insegnante alla Michigan State University, Charles suona con un virtuosismo diretto ed appassionato. 
Ma lui non si sente vincolato dalle convenzioni che hanno spesso trasformato album di musicisti post-moderni come Wynton Marsalis in pezzi da museo. Infatti, in tutte le furiose invenzione che circondano Creole Soul, Charles collega ciò che sta facendo con gli antichi concetti proposti da antenati avventurosi come Louis Armstrong.
"Non voglio dire di essermi concentrato particolarmente sull'innovazione, o nel cercare di fare qualcosa di nuovo", dice Charles. "Quello che sto facendo è stato fatto molte volte prima. E' solo che la gente dimentica. Quando si parla delle origini del jazz, si parla sempre di portare nuovi suoni al tavolo. Il jazz è una grande famiglia, e noi diamo sempre il benvenuto ai nuovi cugini nella famiglia - come l'America. L'America è un paese che dà sempre il benvenuto ai nuovi immigrati, ed il jazz è musica americana".
Charles lavora con l'occhio voglioso di chi è cresciuto nella vivace diaspora africana dei Caraibi, raccogliendo tutto, per poi farne un aggiornamento per costruire il proprio. L'apertura dell'album "Creole", è un groove Kongo del nord di Haiti, mentre il rauco "Doin’ the Thing" è un calypso senza tempo; ma Charles scopre le influenze insulari anche nella scelta delle cover come “Green Chimney” di Thelonious Monk.
"Prendo i suoni con cui mi collego, perché questo è ciò che rende il jazz quello che è," dice Charles. "Essendo dei Caraibi - specificamente di Trinidad - quei ritmi mi parlano. Questo è ciò che si connette con me fortemente. Amo lo swing, e mi piace la musica straight-ahead. Ho registrato quegli album, ma ora voglio solo spingermi un pò più in la, per vedere dove posso arrivare come compositore e come improvvisatore. Con la mia band, mi piace trovare nuovi suoni."
Così, mentre molte moderne registrazioni jazz si perdono in un labirinto di sperimentazioni cerebrali, concentrandosi sulla testa, a spese del cuore, Creole Soul conserva un sentimento personale, come una conversazione tra amici. In questo spazio, i concetti di casa, comunità, continuità, sono valutati più del semplice virtuosismo. 
The Folks”, per esempio, celebra i genitori di Charles, mentre "Roots" rende omaggio alla lunga associazione della sua famiglia con l'isola di lingua francese della Martinica.
"Questo album ha sicuramente una tinta personale in esso", dice Charles. "Nell'ultimo paio di anni ho cercato di fare qualche scoperta sulla provenienza della mia famiglia."
Se, lungo la strada, Charles troverà una riformulazione che suoni del tutto nuova - reggae bop? voodoo swing? - allora questa sarà solo in funzione della sua ricerca di riflettere sul luogo da dove proviene, con la sua affascinante storia di impollinazione incrociata. I Caraibi sono, naturalmente, un ampio spazio aperto, una stringa di nazioni insulari, circondati da un orizzonte infinito. Lo stesso vale per il brillante Creole Soul.
"Direi che si tratta di una foto di dove sono ora, senza preoccuparmi dei falsi confini che le persone hanno creato nella musica che suoniamo - questa musica di improvvisazione che suoniamo", dice Charles. "Nel corso degli anni, sono stati creati dei confini. Un sacco di volte, essi vengono creati in maniera generazionale. Ogni generazione ha la propria idea di ciò che il jazz debba essere, ciò che il jazz è, ciò che il jazz era. Ma il jazz è una musica che cambierà sempre: è dinamica. La vita viene instillata in esso da qualche nuovo suono."
(leggi l'articolo integrale in inglese sul sito originario)

Ecco il video della trasmissione di V.O.A., Beyond Category, dove Etienne Charles ha presentato il suo nuovo album allo storico Bohemian Caverns, di Washington.
   

5 commenti:

  1. Questo conferma ancora una volta la vitalità del jazz americano, che riesce sempre a sfornare nuovi personaggi con voci molto personali.
    Charles in America è considerato moltissimo, leggevo che un noto critico lo paragonava ai grandi, prevedendo per lui un futuro tra i giganti della tromba.
    Noi purtroppo siamo ancora fermi a Rava e Fresu...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Oppure al concetto che la musica bella, buona, interessante debba PER FORZA essere fastidiosa, indecifrabile, aspra e, in una parola, rompicoglioni. Bah, faccian pure, io mi tengo Etienne Charles, Christian Scott, Lafayette Gilchrist e tutti questi grandi che nessuno qui considera nemmeno di striscio.

      Elimina
    2. siamo fermi a Rava e Fresu esattamente come siamo fermi in tutto il resto: politica, economia, cultura, istruzione, investimenti, ricerca, sviluppo etc.etc. MI pare coerente la cosa...

      Elimina
    3. Non volevo fare un discorso sui massimi sistemi, ma solo dire che forse negli Stati Uniti c'è una maggiore attenzione per le nuove voci da parte dei media. Da noi, a parte le riviste specializzate, i grandi media considerano quasi esclusivamente i soliti noti.

      Elimina