giovedì 10 ottobre 2013

Matthew Shipp - Piano Sutras

Sul sito PopMatters è stato pubblicata una bella recensione, a firma Will Layman, del nuovo album solo del pianista Matthew Shipp dal titolo Piano Sutras.


Ecco un estratto della recensione:
"Piano Sutras è una gloriosa, generosa e pienamente matura espressione di creatività che poteva venire solo da un artista. E' bello ed avventuroso come deve essere il jazz nel 2013.
Queste 13 tracce (due delle quali, "Giant Steps" e "Nefertiti", non sono state scritte da Shipp) sono dei relativamente brevi e mirati saggi pianistici. Esse coprono una vasta gamma di stili, ma ognuna delle quali è guidata da una logica o da un forte senso di sequenza. 
In genere non suonano come i soliti standard di jazz, non ci sono melodie, variazioni sulla melodia, ritorni alla sequenza del pezzo, ma non è nemmeno "free jazz" in nessun senso. 
Shipp, in questa collezione, ha perfezionato uno stile che permette alle composizione e alle improvvisazione di lavorare in qualità di partner senza problemi, in maniera apparentemente indistinguibile. 
Questa potrebbe essere in qualche modo considerata "musica classica moderna"? Credo di sì, tranne che Shipp resta un musicista jazz nel profondo: enfatizzando i ritmi impetuosi e la sensibilità blues che rimangono il cuore della grande musica americana originale, qualunque sia il nome che si voglia dare.
"Cosmic Shuffle" non è l'unica nella recente musica di Shipp, ad essere guidata da un ritmo swing, la mano sinistra "cammina" come un contrabbasso, ma non è mai limitato a quella sensazione. L'intero pezzo è "swingante" in maniera così dura come una qualsiasi performance di Count Basie, ma al di là delle normali regole di struttura e convenzione, deviando in momenti di contemplazione, prima di tornare ai  modelli di chiamata e risposta che renderebbero felice Jimmie Lunceford. 
O controllare (il collegato?) "Cosmic Dust", che utilizza sbalzi e cambiamenti di tempo ogni poche battute, per creare una sensazione di slancio maniacale. L'audace scarabocchio - quello che una generazione precedente avrebbe chiamato licks o riffs - che si genera in questi brani sembra privo di cliché, ma anche tonale all'interno del suo sistema. Cioè, "Cosmic Dust" è in realtà accessibile per l'orecchio ignorante come un assolo di, diciamo, Chick Corea, fino a quando non si cercano i soliti schemi armonici Tin Pan Alley su cui il piano jazz si è basato fino a Cecil Taylor e ad altri pianisti che la pensano dichiaratamente in maniera diversa. Shipp lavora su quella vena con un senso di classicità strutturata.
Alcuni di questi lavori hanno un presentimento drammatico. "Uncreated Light" inizia con un'alternanza tra cluster bassi scuri ed accordi piuttosto elevati. Shipp lascia che la sua mano sinistra giochi con gli ipertoni, la mano di sostegno suggerisce la musica al di là di ciò che si può sentire. Un tema spirale poi emerge nella sua delicata mano destra tra dichiarazioni tonanti che giungono dal basso. E' facile immaginare che questa musica possa accompagnare una scena di pericolo imposta ad un innocente in un film di suspense.
Altre canzoni sono leggere come l'aria. "Angelic Brain Cell" è come un minuetto post-moderno, un leggero pezzo di danza che salta e suggerisce la scintilla del movimento e dell'intelligenza in ogni nota.
I modelli di ripetizione sorgono e svaniscono, I licks si trasformano in variazioni, le linee all'unisono crescono rapidamente fuori fase e poi si trasformano in contrappunto. Si tratta di una sorprendente ed ingegnosa esecuzione.
La versione di Shipp dei due standard jazz sono anche avvincenti. "Giant Steps" è realizzata come una ballata delicata, mettendo in mostra il controllo di Shipp dell'armonia e del suo pedale. Lui la esegue solo una volta, senza improvvisare, come un salmo o una canzone d'amore. 
"Nefertiti" è suonata con un senso di rispetto, mantenendo la melodia assolutamente intatta, ma Shipp esplora il pezzo anche come una sfida per il suo pianismo, muovendosi attraverso essa in onde di arpeggi che suggeriscono Liszt quanto Wayne Shorter.
Apprezzo così tanto Piano Sutras perché mi porta il piacere, il riconoscimento e la sorpresa. "The Indivisible" conclude la raccolta con note di basso ed un tremolo rollante, con delicati e crescenti interludi e macchie di luce nella forma di alte ed improvvise ottave. Mi sembra come un alpinista e un palombaro, come una persona che viene a patti con se stessa e come la storia di una musica improvvisamente martellante nella sua strada verso una conclusione. 
Forse è solo una sensazione che ho e che non riesco ad articolare in una recensione digitata su una tastiera, ma questa è musica che incornicia tutta una storia: di un artista, degli ascoltatori, degli artisti che costituiscono la storia di questa forma d'arte, della cultura e del tempo che ha permesso a questa forma d'arte di prosperare.
Tutto questo è lì, all'interno di questa brillante registrazione da Matthew Shipp."
(leggi l'articolo integrale in inglese sul sito originario)

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