mercoledì 28 agosto 2013

Quattro vite jazz - A.B.Spellman

Quattro vite jazz è uno dei testi fondanti della moderna critica musicale, un vero e proprio classico della letteratura sul jazz. Attraverso i case studies di quattro musicisti geniali ma spesso avversati dai contemporanei perché considerati troppo «difficili» o «sperimentali» – i pianisti Cecil Taylor e Herbie Nichols, i sassofonisti Ornette Coleman e Jackie McLean – Spellman offre un resoconto aspro e disincantato del conflitto tra le esigenze dell’entertainment e quelle dell’integrità artistica, tra le asfissie del mercato discografico e gli orizzonti potenzialmente infiniti della ricerca musicale. 


Ciò che emerge da queste pagine, nel vivido racconto in prima persona dei protagonisti, è una vicenda di battaglie quotidiane per la sopravvivenza, fra difficoltà economiche, droghe e discriminazioni razziali; ma anche una storia di speranza e solidarietà, di inaspettati riscatti e rari, luminosi successi. Pubblicato originariamente nel 1966 e tradotto oggi per la prima volta in italiano, Quattro vite jazz è, come scrive l’autore nella nuova prefazione, «una macchina del tempo, il ritratto di quattro musicisti impegnati nella creazione artistica e in lotta contro fattori violentemente ostili. Quando ci sono lotte così, le belle storie da raccontare non mancano mai. E soprattutto, non invecchiano mai».

Sul sito Magazzino Jazz è stata pubblicata un bella recensione di questo volume targato Minimum Fax:
"Ora tocca a un saggio di critica militante notissimo agli specialisti, ma che dovrebbe stare nelle librerie degli appassionati: Quattro vite jazz, di A. B. Spellman. L’edizione originale (Four lives in the bebop business) è del 1966 e l’Italia in questo campo arriva con qualche anno (al massimo 46, 47 anni, poca cosa mi pare di poter affermare), di ritardo. Ma quelli della Minimum Fax sono come quei combattenti giapponesi nascosti nelle isole del Pacifico: è finita la guerra? Come, trent’anni fa? Non importa; fin che l’imperatore non me lo ordina combatto: banzai! Alla Minimum Fax hanno deciso di pubblicare bei libri sul jazz e fanno come i giapponesi: vanno avanti, se necessario fino al martirio. 
Non gli interessa se è uscito ieri o cinquant’anni fa; ma visto che lavorano bene ci mettono una bella prefazione aggiornata dall’autore e visto che –sempre modello Japan- sono pure precisini, inseriscono a corredo TUTTE le prefazioni possibili (ben 3!). L’approccio al jazz di Spellman è quello storico-politico. Negli anni Settanta era di gran moda in Italia e si trovavano facilmente Free Jazz/Black Power di Carles e Comolli (ottimanete tradotti e introdotti da Giorgio Merighi addirittura per Einaudi), Il popolo del blues di Leroi Jones/Amiri Baraka e i saggi infuocati dell’italiano Giampiero Cane. Finita l’onda lunga del Sessantotto il jazz si è inserito in un alveo di musica per specialisti, per appassionati, per raffinati, al limite per musicologi. Scomparsi i militanti extraparlamentari la critica militante è entrata a sua volta in clandestinità."
(Leggi la recensione integrale sul sito)

A questo link di You Tube c'è una selezione musicale di Marco Bertoli, traduttore di «Quattro vite jazz» per conoscere meglio i protagonisti del libro

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