domenica 10 febbraio 2013

Linda Oh

La 28enne bassista Linda Oh è emersa nell'ultimo anno come una delle più promettenti giovani speranze del jazz; grazie ad uno strepitoso album da leader come Initial Here ed alla sua partecipazione alla tourneè di uno dei gruppi più in vista attualmente in circolazione, il Sound Prints Quintet di Joe Lovano e Dave Douglas.


Naturalmente, vista la similitudine dello strumento utilizzato, è facile fare paragoni con la più celebre Esperanza Spalding, ma mi sembra di poter dire che la Oh abbia un maggior radicamento nella tradizione e nel linguaggio del jazz mainstream.
Nata in Malesia da genitori cinesi e trasferitasi a Perth in Australia dall'età di 3 anni, Linda iniziò a studiare il pianoforte classico all'età di quattro anni. Quindi è progredita al clarinetto quando aveva 11 anni ed al fagotto a 13; poi uno zio le diede un basso elettrico, e da allora non è più tornata indietro.
Nel 2002, Linda fu ammessa alla Western Australian Academy of Performing Arts, dove iniziò a suonare il contrabbasso acustico che è diventato il suo marchio di fabbrica. Ricevette il massimo dei voti per la sua tesi di improvvisazione al basso, che comprendeva l'esplorazione degli aspetti ritmici della musica classica indiana del nord. Nel 2005, fu nominata migliore solista laureata dell'Accademia.
Nel 2006, Linda si trasferì a New York per studiare alla Manhattan School of Music dove conseguì il master nel 2008. Attualmente insegna nella divisione pre-universitaria e dirige videoconferenze di jazz e master-class per le high-schools in tutti gli Stati Uniti. 
A New York costituì il Linda Oh Trio con il trombettista Ambrose Akinmusire ed il batterista Obed Calvaire, con cui nel 2009 pubblicò il suo album di debutto, Entry, che però non ottenne l'attenzione che certamente meritava. 
Nella sua ancora breve carriera la Oh ha avuto modo di collaborare con grandi artisti come Steve Wilson, Kenny Barron, Kevin Hayes, Cyrus Chestnut e soprattutto Dave Douglas che, impressionato da questa nuova voce del jazz moderno, decise di ingaggiarla nella sua etichetta Greenleaf, con la quale la bassista ha prodotto il suo secondo album Initial Here, che l'ha definitivamente lanciata nel panorama della grandi speranze del jazz.
Registrato con una notevole formazione che presentava Dayna Stephens al sax tenore, Fabian Almazan al piano e tastiere e Rudy Royston alla batteria, Initial Here è un album che attinge profondamente dal ricco patrimonio culturale della Oh e da una ampia gamma di ispirazioni.
Nell'album la Oh si mostra ugualmente efficiente sia come solista al basso, (sia acustico che elettrico) che come compositore, avendo scritto gran parte dei pezzi presenti nell'album, dimostrando un grande eccletismo che le permette di svariare tranquillamente tra generi diversi e tra ballads e pezzi up-tempo, pur, come ho già detto, mantenendo sempre un forte radicamento nel linguaggio jazz mainstream, che lascia ben presagire per un futuro all'interno della nostra musica.
Tra i pezzi originali più interessanti, vorrei segnalare No.1 Hit dalla melodia molto coinvolgente ed accessibile che presenta però intriganti assoli post-bop del quartetto, e ancora Little House, un pezzo dalla sonorità fusion, grazie alla presenza di basso e tastiere elettriche, mentre decisamente post-bop è Deeper Than Happy, caratterizzata da uno strepitoso pezzo solista di Stephens che si conferma uno dei sassofonisti più solidi in circolazione.
Merita un discorso a parte il sorprendente ed emozionante Thicker Than Water, un pezzo cameristico che presenta un duetto tra la Oh al basso e fagotto e la straordinaria voce della cantante di origine taiwanese Jen Shyu, che mette in mostra anche la chiara influenza classica che pervade la bassista; un'influenza che fa la sua apparizione anche in un curioso medley composto da Something’s Coming tratto dal West Side Story di Bernstein e Les Cinq Doigts di Igor Stravinsky, ma confezionato in un pezzo che sembra tratto da un album dell'ultimo quartetto di Wayne Shorter, grazie sopratutto al playing di Stephens che qui mostra tutta l'influenza dal grande sassofonista. 
Sorprendente è anche la strepitosa riproposizione di un classico come Come Sunday di Ellington, resa qui come una struggente ballata, che conferma le qualità di scrittura della Oh in grado di reiventare un pezzo ormai leggendario; per l'occasione lei riesce a consegnare il suo miglior assolo solista dell'intero album, dimostrando di aver assorbito la lezione di maestri bassisti come Ray Brown o Ron Carter.
Un'album che mi sento decisamente di consigliare per un'artista ormai molto più che emergente.

Ecco i video di due pezzi tratti dall'album, ripresi durante una live session per la trasmissione radiofonica Soundcheck della WNYC:



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