martedì 5 febbraio 2013

Lillo Quaratino - Parole Inutili

Il titolo dell’album (Parole inutili) sembrerebbe impedire qualsiasi tentativo di raccontarlo. Ciò è in parte vero ma - usando un codice diverso da quello amplissimo della musica - è possibile, forse utile, usare le parole per tratteggiare l’ultimo lavoro (nel 2006 ha pubblicato Fado meridiano) di un artista schivo e profondo come il contrabbassista Lillo Quaratino.


Intanto c’è un’eleganza diffusa che circola in tutti i nove brani originali (arrangiati dall’autore e da Roberto Taufic), un’eleganza che non è mai estetismo. 
E’ costruita, intessuta – con sapienza artigianale ed amore per il dettaglio – dalla valorizzazione delle voci strumentali, in particolare del clarinetto di Gabriele Mirabassi e dei sassofoni (soprano e tenore) di Giancarlo Maurino, del flauto di Nicola Stilo (in “Doodle”, “Saltapicchio”, “Turn Over”), senza dimenticare la presenza fondamentale del piano di Eduardo Taufic come della batteria di Roberto “Red” Rossi e degli interventi alla chitarra di Roberto Taufic
L’eleganza passa per la valorizzazione degli impasti timbrici, del gioco tra ance e flauto (“Doodle”), del continuo, luminescente scambio delle parti. In brani che hanno sempre un senso - quasi un profumo - collettivo i temi, le melodie e le contromelodie si sviluppano con voci plurali: all’unisono, sovrapposte, in libera polifonia, all’inseguimento una dell’altra (“Saltapiccho”), in una dinamica responsoriale… 
Clarinetto, sassofoni e flauto sono utilizzati in modo inconsueto ed originale rispetto al jazz contemporaneo. Altri ingredienti di “Parole inutili ” la presenza dominante di ritmi latinoamericani in alternanza ad una scansione “straight jazz”, con un’inversione dei rispettivi pesi; l’utilizzazione di melodie a volte complesse ma sempre cantabili, che alternano ombrosità (“Rosa funebre”, “La sognatrice di Ostenda”) a solarità (“Doodle”); le improvvisazioni controllate, bilanciate da interventi di altri musicisti (con una tecnica tipica di Charles Mingus), comunque funzionali al brano e spesso a più voci intrecciate. Insomma, qui non ci sono funambolismi neo-bop, patinature afrolatine o solismi egocentrici. 
Lo stesso Quaratino, propulsore di ogni pezzo, si sente in assolo in un unico brano (“Saltapicchio”).
Ne emerge una poetica del chiaroscuro, del “sottovoce”, quella di un artista controcorrente che – esperienza dopo esperienza, incontro dopo incontro – ha raggiunto una sua maturità ed un suo equilibrio, un equilibrio comunque dinamico tra linguaggio jazz e musiche che guardano al Latinoamerica. 
In quanto a generazione, a capacità espressivo-emotiva Lillo Quaratino è un “musicista di lungo corso” come Nicola Stilo e Giancarlo Maurino. Si potrebbe paragonare al Corto Maltese di Hugo Pratt: un passato intenso mai ostentato (la Folk Magic Band, le collaborazioni con Massimo Urbani, Steve Grossman, Chet Baker); un carico di vissuto ed un bagaglio di umanità (la malattia che lo ha tenuto lontano dalle scene per diversi anni) portati con apparente distacco e profonda consapevolezza. 
Nella ricca omogeneità dell’album c’è un brano che si fa significativa eccezione, l’unico con la voce (cantante e narrante) di Marta Raviglia: qui - nel racconto dell’uomo dai “Pugni in tasca” immobile sulla panchina - si intrecciano episodi free e recitazione, momenti sperimentali e scansioni mutanti, nell’(in)volontaria dimostrazione dell’apertura di Lillo Quaratino e compagni ad altri linguaggi, della disponibilità a cambiare ancora rotta, a non ritrarsi dal fluire continuo della musica, delle idee, dei sentimenti. (Luigi Onori)

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