mercoledì 13 febbraio 2013

Joe Henderson - The State Of The Tenor

Sul sito della Blue Note è apparso un bell'articolo, a firma Aidan Levy, che racconta e revisiona una dei più straordinari album della storia del jazz, The State of the Tenor del trio di Joe Henderson.


Ecco un estratto dell'articolo:
'Dal 14 al 16 novembre del 1985, il trio di Joe Henderson teneva corte al Village Vanguard per un leggendario ingaggio di 10 set, alcuni dei quali furono registrati per la Blue Note e pubblicati nel 1986 in due volumi con il titolo dichiarativo di The State of the Tenor
Il titanico sassofonista aveva 48 anni in quel momento, e sedeva comodamente in vetta al gruppo dei suoi pari. Un grande pugile dello strumento, il suo approccio muscolare rifletteva l'esuberante sensibilità degli anni '80, e i pezzi grossi che erano con lui sul palco, il bassista Ron Carter e il batterista Al Foster, completavano il suo modo di non fare prigionieri di Henderson, con un arioso senso di moderazione, swingando quando necessario per riempire lo spazio negativo.
Se Sonny Rollins era il Muhammad Ali del tenore, Henderson era il Joe Frazier, con la sua tecnica travolgente e preparando spavaldamente un pugno diretto da knock-out che atterrava esattamente nelle orecchie. Era una forza innegabile, la summa dello stato del tenore in quel momento, un gorilla della sua epoca. 
Egli poteva non avere la leggerezza del tocco che caratterizzava Rollins, e non era un gigante buono come Dexter Gordon, ma ascoltare Henderson era un'esperienza in full immersion, arricchita in questo caso dal trio, una formazione piano-less, che era la stessa utilizzata da Rollins nelle sue sessioni dal vivo nello stesso club nel 1957. Questa impostazione in trio ben si adattava a Henderson, che poteva sillabare gli accordi con una larghezza di portata radicale che non lasciava nulla di non detto.
Henderson crebbe a Lima, Ohio, come un accolito di Charlie Parker, e dopo essersi fatto le ossa sulla scena locale, giunse a Detroit, dove frequentò la Wayne State University e studiò con il famoso insegnante di sassofono Larry Teal. 
Un pò della sua tipica muscolosità gli giunse durante il suo servizio militare; poco più che ventenne, infatti Henderson si arruolò nell'esercito degli Stati Uniti, per imbarcarsi in un tour mondiale. 
Fece il suo debutto professionale nel 1963 per la Blue Note, come stretto alleato del trombettista Kenny Dorham (con cui ha collaborato sul proprio album One Page e su Una Mas di Dorham), e si guadagnò rapidamente un'ottima reputazione in prima linea nella scena hard bop, suonando con Horace Silver e diventando uno dei sideman preferiti del trombettista Lee Morgan e del pianista Andrew Hill.
Nel 1985, però, Henderson si mosse con decisione al di là dei confronti con Rollins e dei suoi predecessori, reinterpretando standard e contribuendo con del proprio materiale al firmamento jazz.
Su The State of the Tenor, Henderson rende omaggio al sassofonista Sam Rivers sulla splendida ballata Beatrice e a Charlie Parker nell'up-tempo Cheryl, differenziosi fiduciosamente da queste torreggianti influenze. 
Dove Henderson era spigoloso, Rivers era lussureggiante, maniacale e disgiuntivo e Parker calmo e fluido, tuttavia nel suo approccio mostra degli accenni di quei tratti più morbidi. 
Beatrice si apre con Carter che esegue degli accordi di basso diffidenti, Foster con una pennellata sottile, e Henderson con un approccio più tremulo, un cavallo di Troia che cede il passo alla sua solita spietata intensità. Dopo una serie di fluenti arpeggi che esplorano l'intera gamma del tenore, Henderson ammorbidisce i suoi toni e ritorna alla melodia. 
Cheryl presenta Carter in una introduzione virtuosistica, che imposta lo stato d'animo per l'esplorazione di quello che era la principale influenza iniziale di Henderson. Il sassofonista si tuffa nel suo assolo in modo rapido, suonando in modo vertiginoso e con una furia che ricorda Parker nella sua totalità, tuttavia restando sempre se stesso; a differenza di molti, Henderson suona in realtà più note di ciò che fece Parker.
Henderson mostra inoltre il suo lato tenero nelle ballate Ask Me Now, un pezzo basilare del suo repertorio, Portrait, una composizione di Mingus che gli permette di esplorare le armonie complesse per cui era conosciuto e Happy Reunion, un brano delicato che presenta Henderson come elefante in una cristalleria di Duke Ellington. 
Ask Me Now, una delle tre composizioni di Thelonious Monk su The State of the Tenor, ha una intrinseca irrequietezza che ben si adatta a Henderson; Monk è l'unico compositore presentato in maniera tanto prominente come se stesso, e certamente i due mostrano una simpatica relazione nei loro stridenti concetti armonici. 
Henderson non sferra dei pugni su queste ballate, ma la sottigliezza non fa parte del suo bagaglio, e nel contesto delle ballads, egli appare completamente esposto. 
Gli altri due pezzi di Monk, Friday the Thirteenth e Boo Boo's Birthday, mostrano la padronanza tecnica di Henderson quando affronta lo stile giocoso e sincopato di Monk. Il primo inizia con una sommessa introduzione di Carter, interrotto dalla lamentosa entrata di Henderson nella melodia. Da lì, egli indirizza verso l'esterno una tempesta di spari di mitragliatrice. 
Boo Boo's Birthday avanza ulteriormente sul versante del "colpisci e terrorizza", demolendo e ricostruendo le forme per soddisfare la sua intenzione.
Dei tre originali di Henderson, Isotope è il più conosciuto, dove Henderson corre attraverso la melodia, invece di assaporarla come altri potrebbero fare. Porta il pezzo in una direzione più radioattiva, ed è qui che la sua esplosività diventa nucleare. Carter e Foster rispondono aumentando le linea del basso e della batteria con le quali avrebbero soffocato quasi chiunque altro. 
Y Ya La Quiero mette Henderson in un contesto latino, un terreno che ha già esplorato con Horace Silver. Egli predilige trilli e linee propulsive in doppio-tempo, all'opposto della clava risoluta di Carter, e non ha paura di lasciare belare il sassofono. 
The Bead Game mostra Henderson nel suo stato più alterato, di cui si è spesso servito come tessuto connettivo tra hard bop e free jazz, mentre Carter e Foster cercano di parare ogni sua mossa. 
Loose Change, unico contributo compositivo di Carter nell'album, e Soulville di Silver offrono uno scorcio di hard bop straight-ahead che ha tanto contribuito alla fama di Henderson. 
Loose Change ha una sobria qualità modale, su cui Henderson fa piovere soffiate dopo soffiate, fino a che esaurisce la forma quando Carter riprende con uno slancio casual. Visto che Carter, Foster, e Henderson furono tutti collaboratori di Silver, Soulville è diventato per loro un terreno molto frequentato.
I due vecchi standard, Stella by Starlight e All the Things You Are, mostrano la consumata abilità di Henderson. Piuttosto che fare affidamento sulla struttura riflessiva, attraverso i tanti accordi improvvisati che esegue, Henderson forgia un nuovo percorso attraverso la forma e lo fa in modo inequivocabilmente suo; la sua Stella è esaustiva, e lui vola aggressivamente nella estesa introduzione di All the Things You Are favorendo uno stile staccato interstiziale sulla melodia che enfatizza le fessure su cui ama fare una esposizione. 
Joe Henderson percorre sempre la sua strada attraverso prevalenti strutture melodiche, per esporre delle spaccature all'interno dell'armonia convenzionale e sfidando le strutture istituzionali. 
Qui, ha portato il suo stile ribelle al Village Vanguard, e come altri avevano fatto nelle generazioni precedenti, ha ridefinito lo stato del tenore.'
(Leggi l'articolo originale nel sito della Blue Note)


Nessun commento:

Posta un commento