sabato 5 gennaio 2013

Concluso a Orvieto il ventennale di Umbria Jazz Winter

Sul sito de Il Manifesto è stata pubblicata una bell'articolo, a firma di Stefano Crippa. sull'edizione appena conlcusa di Umbria Jazz Winter.


I segni dell'alluvione dello scorso novembre ci sono tutti, impietosi: macchie brulle e terra mossa che si estende lungo tutta la pianura di Orvieto scalo. È impressionante il paesaggio osservato dall'alto di una cabina della funicolare in una fredda mattinata di fine anno. La città umbra è ancora lì a curarsi le ferite, ad aspettare finanziamenti, a combattere con la burocrazia e il suo primo colpo di reni è l'organizzazione di Umbria Jazz winter che per il ventennale, cinque giornate concluse il 1 gennaio, si è «regalata» un programma carico di nomi sotto un comune denominatore, la voce. Da Kurt Elling, passando per Gregory Porter, Dee Alexander, Paola Morelenbaum, o a Gino Paoli (in grande forma) in coppia con Danilo Rea. Sempre sotto la direzione artistica di Carlo Pagnotta, che nel 1983 lanciò l'edizione invernale con l'intenzione di farne una costola del blasonato appuntamento estivo perugino, Ujw si è ritagliata nel tempo sempre maggiore importanza. 
Lo testimoniano le cifre ufficiali; 110 concerti, 130 artisti impegnati, tanti i «tutto esaurito» e soprattutto i turisti, 50 mila, che hanno popolato la città vecchia e riempito i suoi alberghi. Appuntamento collaudato e supportato da location degne, gli stucchi della piccola bomboniera ottocentesca del teatro Mancinelli, o le maestose volte duecentesche, tra pietra basaltica e tufo, del Palazzo del popolo che ospitano i maggiori eventi e riempiono di note e suoni le giornate del festival. Ma è nella sala expo dell'antica sede del comune che si scoprono gli incroci forse più stimolanti, come il progetto del sassofonista veronese Mauro Ottolini che lasciata l'orchestra dell'Arena di Verona si è ritagliato uno spazio importante. 
Il disco (e il live) è un omaggio al jazz degli anni venti e trenta e alla culla della tradizione che si muove da New Orleans. Nel nome di Bix Beiderbecke, ovvero il cornettista e pianista bianco vera leggenda in quegli anni, mette a punto Bix project che oltre ad essere un concept album è ora un vero spettacolo, con una maxi orchestra sul palco di otto elementi e due coloratissime vocalist. 
Tra brani originali, alcuni mai incisi da musicisti italiani, arriva perfino a sconfinare nel celebre Ebony concert che Igor Stravinsky scrisse nel 1945 per la big band di Woody Herman. La musica declinata in varie forme, come quella degli ormai stanziali Funk Off ondeggianti fra la massa di turisti che affollano corso Cavour, concilia jazz a rock. 
Di questo i Quintorigo, fra gli eventi più attesi e sempre sold out nei quattro appuntamenti a loro dedicati, ne sono consapevoli sostenitori. E traendo spunto dal settantesimo anniversario della nascita di Jimi Hendrix, caduto lo scorso 27 novembre, si sono messi all'opera su una prepotente rivisitazione del suo repertorio in Quintorigo experience dove si sono avvalsi della collaborazione di ben due vocalist, il nuovo cantante della formazione emiliana Moris Pradella e Eric Mingus, il figlio di Charles, ugola possente montata su un corpo da gigante buono. Una lunga suite tesissima dove si dimostra come dalla sola forza di contrabbassi, fiati e archi sia possibile mantenere una tensione rock che non sfigura di fronte all'originale. 
Chi si confronta con il passato, alternando una consapevole e matura capacità di scrittura, è Kurt Elling, pluridecorato di Grammy e per molti il vero erede della tradizione lasciata vacante dopo Sinatra per troppo tempo. Il vocalist di Chicago, una messe di album (dieci) all'attivo sempre e variamente ispirati, ha portato a UJW con il suo quintetto le canzoni inserite in 1619 Broadway Brill, il suo più recente lavoro. Un titolo che corrisponde al numero civico 1619, sede dei più importanti uffici dell'editoria musicale a New York. E non è un caso che il set attinga variamente al canzoniere di autori come la coppia formata da Sammy Cahn e Jimmy Van Heusen (firme predilette da ol blue eyes...) e si apre sulle note dell'inno celebrativo della grande mela On Broadway, ispirandosi alla versione cautamente funk di George Benson. Plastica e sensuale, perfetta seppur mai leziosa e contemplativa, la tecnica di Elling è quanto di più puro e intelligente offra il jazz vocale sulla piazza. Tanto che in qualche momento la memoria porta alle interpretazioni vibranti e essenziali di Johnny Hartman in coppia con Coltrane.
Dee Alexander - anch'essa protagonista con cinque set durante le giornate della rassegna umbra - appartiene all'elenco delle scommesse (vinte) da Umbria Jazz. Amatissima negli States, da noi è stata scoperta proprio a Orvieto tre anni fa. Ugola e presenza magnetica, con il suo Evolution ensemble (al violoncello Tomeka Reid e al flauto ospite Nicole Mitchell), caratterizza le sue performance esplorando con sentimento il mondo della black music. Contaminazione è il verbo, ma è tutto giocato su sottili equilibri, ritmiche spezzate e raddoppi vocali e eleganti interpretazioni. Dee Alexander a Orvieto ha presentato un album appena inciso prodotto e registrato dalla Egea a Perugia, in uscita a gennaio. Un set che si chiude, nel bis, con una azzeccata quanto sorprendente versione di Do You really want to hurt me, cavallo di battaglia di un giovanissimo Boy George e i suoi Culture Club...
Se Dee fa - almeno nell'occasione del nuovo spettacolo - del canto misurato e riflessivo la sua forza, Gregory Porter - per la sua prima volta italiana, sposa un approccio decisamente vigoroso ma armonico e possente. Voce soul che ha metabolizzato il jazz quasi fosse un'imponta di dna, ha portato con il suo quintetto le canzoni dei suoi due album (Water, 2010, Be good, 2012), arrampicandosi sulle note di protesta di 1960 What? - ispirato quanto incalzante manifesto sulle condizioni della classe nera in America a cavallo fra i sessanta e i settanta, fra lotte antirazziste e l'apartheid - ma capace di lasciarsi cullare sulle note romantiche di Imitation of life, title track de Lo specchio della vita, melò candidato all'oscar del 1959 con Lana Turner e Sandra Dee.

Ecco un estratto del concerto di Gregory Porter:

3 commenti:

  1. Bellisimo articolo, ma come mai neanche una parola sulla reunion del mitico Giovanni Tommaso?

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  2. Già, peccato che Dee Alexander fosse venuta due anni prima, in Italia, con grande successo, a fianco di Ernest Dawkins... Purtroppo, il giornalismo musicale italiano è quello che è; non frequenta concerti, se non quando ha vacanze gratis, alberghi gratis, pasti gratis per più giorni. E poi distilla il solito tonnellaggio di scemenze, a pancia piena e mente satolla. O almeno quel poco di mente che possiede.

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  3. Bellisimo articolo, ma come mai neanche una parola sulla reunion del mitico Giovanni Tommaso?

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