martedì 6 novembre 2012

Intervista ad Enrico Pieranunzi

Sul sito Andymag.com è stata pubblicata una bella intervista di Daniela Floris al grande Enrico Pieranunzi.


Ecco un estratto dell'intervista:
Enrico, raccontami quando hai cominciato a studiare il pianoforte, e perchè proprio il pianoforte...
Fu un po’ di mesi prima di andare alle elementari, avevo cinque anni e mezzo, era il 1955. Non scelsi io il piano, lo trovai a casa. Non battei ciglio. Mio padre, brillantissimo chitarrista di jazz e autore-cantante di bellissime canzoni lo aveva comprato per me, a mia insaputa, da un rivenditore storico di Roma. Obbedii come a un ordine cui non ci si poteva opporre. E non solo perché tutto veniva da mio padre. Forse c’era qualcosa “d’altro e d’oltre” in quell’obbedienza… non so. Quando molto più tardi gli chiesi “Perché la musica, perché il pianoforte?...” la risposta fu: “da tempo avevo percepito in te qualcosa di speciale. per questo l’ho comprato”. Impegnativo, vero? Sì, lo è, decisamente. E non è proprio semplice parlarne...
Quando ti sei reso conto che avresti certamente vissuto di musica?
Molto, molto tardi. Al tempo dei miei studi non ci pensavo proprio. O forse sì, ma non in termini di guadagni o di successo. In verità non riuscivo ad immaginare altra attività che quella di pianista, ma non sognavo palcoscenici immensi o folle plaudenti. Avevo un rapporto molto intimistico, silenzioso, esclusivo e direi “indispensabile” col piano. Era il mio mondo segreto e misterioso. La musica mi affascinava, mi prendeva, mi stupiva sempre. La scoprivo giorno per giorno, pezzetto per pezzetto. Studiavo con passione, intensità, enorme curiosità e mi immergevo in quest’esperienza con tutto me stesso. Mi piaceva proprio. Tanta introversione, quindi, ma anche tanto gioco. Iniziai subito a prendere lezioni private di classica E solfeggio con una maestrina vicino casa. Il corso normale di Pianoforte con la P. maiuscola, insomma. Nel contempo (all’inizio con mio padre, poi sempre più per conto mio attraverso i suoi dischi di jazz che erano in casa), cominciai prima a leggere brani americani e poi ad improvvisarci sopra. Due vite parallele, che in fondo sono arrivate così fino a oggi.
Tuo padre era un chitarrista ed era appassionato di Jazz. Quanto ha contato la sua presenza nella definizione del tuo gusto musicale? 
Ovviamente tantissimo. Però, come forse è fatale, i nostri gusti si sono poi divaricati e fortissimamente differenziati. D’altra parte mi fa piacere dire che su certe cose, sul “bello” inteso come autenticità, su un certo modo molto emotivo e fisico di avvicinarsi ai suoni, siamo rimasti sempre grandi complici.
Il tuo percorso artistico ti ha visto cominciare anche come pianista alla Rai, sia nell' orchestra che come solista. È stata un' esperienza importante?
L’esperienza con la Rai cadde nel mezzo di un periodo per me iperattivo. Insegnavo in Conservatorio, cominciavo a suonare nei jazz club a fianco di grandi musicisti americani, avevo iniziato un’importante attività di “studio man” registrando musiche da film di e con Ennio Morricone e Armando Trovajoli. Tra i venticinque e i trentacinque anni la mia vita fu una vera girandola. Tante esperienze davvero pazzesche, una dopo l’altra: accompagnare al pianoforte Liza Minnelli, suonare in “C’era una Volta in America” di Sergio Leone. E anche, certo, esibirmi come solista all’Auditorium della Rai con una doppia orchestra (sinfonica più big band) in una performance sotto la direzione del Maestro Bruno Canfora. Bruno è un grande musicista. Essere stato scelto da lui all’epoca per fare il solista in programmi Tv fu ed è per me motivo di grande orgoglio. Gliene sono grato. Quell’orchestra tra l’altro in quel periodo era formata da musicisti eccellenti. Ma direi che il livello della Rai in quegli anni Settanta/Ottanta era generalmente molto alto in tutti i settori.
Quale è stato il primo artista con il quale hai collaborato e che per te fino ad allora era un mito assoluto del Jazz?
Il primo grande shock, la prima “botta” indimenticabile, come la prima sbornia fu Johnny Griffin. Aveva uno swing, un fraseggio, una potenza incredibili. Conoscevo bene i suoi dischi con Monk. Viveva in Francia, come molti jazzmen americani che non avevano accettato la “svolta elettrica” iniziata qualche anno prima da Miles Davis con “Bitches brew” (1969). Griffin, Dexter Gordon, Art Farmer (un altro grande musicista ed amico con cui ho condiviso tanta musica bellissima), per non parlare naturalmente di Chet Baker, preferirono in quel periodo l’Europa agli Stati Uniti che in quegli anni sembravano aver voltato le spalle alla “tradizione”. Che poi era semplicemente il bop/hard bop di qualche anno prima. Per noi giovani musicisti europei (italiani, svizzeri, francesi o scandinavi), quelli furono anni preziosissimi. Avemmo l’opportunità unica di suonare il linguaggio che amavamo fianco a fianco a quelli che l’avevano inventato e portato a perfezione. Ci trovammo a condividere la musica della quale tutti eravamo pazzamente innamorati insieme a gente che la storia di quella musica l’avevano scritta. Fu una vera scuola, ma fu soprattutto un’emozione straordinaria. Con Griffin, che era un uomo pieno di vita e di musica, diventammo molto amici. La sua scomparsa qualche anno fa è stata una grande perdita per tutti. Era un grande vero, o se preferisci, “un vero grande”...
(continua a leggere sul sito originario)

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