martedì 6 novembre 2012

Francesco Bearzatti e il suo Monk’n’roll, al Roma Jazz Festival

Sul sito di LiveCity è stata pubblicata una bella recensione di Marco Maimeri, sul concerto che il Tinissima 4et di Francesco Bearzatti ha tenuto al recente Roma Jazz Festival dove ha presentato il progetto “Monk’n’roll


Nel lontano 1989, in “Miles. L’autobiografia”, redatta con Quincy Troupe, Miles Davis scriveva: «Mi capita di pensare molto spesso a Monk di questi tempi, perché tutta la musica che ha scritto può essere riportata facilmente nei nuovi ritmi che oggi suonano un mucchio di giovani musicisti – Prince, le mie cose più recenti, un sacco di altra roba. Lui era un grande musicista, un innovatore, soprattutto nella composizione e nella scrittura». 
E ancora, «Monk aveva un grande senso del humour dal punto di vista musicale. Era davvero un musicista innovativo la cui musica era molto avanti per i suoi tempi. Si potrebbero benissimo adattare alcuni suoi pezzi a quello che si sente oggi nella fusion o in stili più commerciali; forse non tutti i suoi pezzi, ma quelli che hanno dentro una cazzo di anima pop. Avete presente quel ritmo nero che faceva così bene James Brown? Ecco, Monk ce l’aveva dentro e lo metteva nella sua musica».
Non sappiamo se il sassofonista e clarinettista Francesco Bearzatti abbia letto queste affermazioni prima di realizzare il suo nuovo progetto con il Tinissima 4et (ossia, con il trombettista Giovanni Falzone, il bassista Danilo Gallo e il batterista Zeno de Rossi), presentato lo scorso 3 novembre presso la sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica durante il Roma Jazz Festival “Visual Jazz”, fatto sta però che “Monk’n’roll” dimostra proprio questo: che è possibile celebrare il genio di Thelonious Monk, a 30 anni dalla morte, rileggendo e mischiando alcuni dei suoi temi più celebri con l’energia e la potenza dei pezzi più corrosivi del rock, usciti dalla penna di icone quali Led Zeppelin, Pink Floyd, Lou Reed, AC/DC, Michael Jackson, Police ed altri. E questo, senza che i brani di Monk suonino appannati o superati, anzi valorizzandoli pienamente attraverso il confronto e l’osmosi con quelli rock.
In più, ci sono i suggestivi video curati da Francesco Chiacchio, Valentino Griscioli e Antonio Vanni, con il contributo di Kamran Taherimoghaddam e Nicholas Myers, e le fotografie di Roberto Polillo. Insomma, davvero una gran bella serata. Conclusasi con la vendita – per finanziare questo ed altri progetti – di un bootleg di “Monk’n’roll” presso lo stand di Jazzit davanti alla sala Petrassi. Un modo per non dimenticare le emozioni suscitate dal concerto e per poterle rivivere in macchina o nella propria stanza, (ri)ascoltandole quando si vuole.
E’ il progetto, il sogno, spiega Bearzatti ad inizio serata, di quattro quarantenni che sono cresciuti con questa musica, il rock’n’roll, ma poi si sono dedicati al jazz, a Monk. E ora hanno pensato di metterli insieme, di fonderli, come spesso si tenta di fare con le cose che si amano, che significano qualcosa per noi, per portarle sempre appresso. E i video che fungono da sfondo all’esibizione non fanno che amplificare questa sensazione, questo desiderio di osmosi. 
L’inizio è “misterioso” (ma questo tema monkiano tornerà più volte nel corso della serata, usato come intro o come semplice citazione), si parte subito con un jazz etereo e fluttuante che si trasforma presto in un jazz metropolitano e arrembante, grazie anche alle immagini di grattacieli newyorchesi che si intravedono dal vetro di una macchina o quelle di un Monk che gira su sé stesso, in maniera ossessiva e ridondante. Come la musica che esce dagli strumenti del gruppo. 
Una musica funky, colorata, a tinte forti, dai toni decisi, soprattutto da parte della tromba di Falzone, che crea un crogiuolo di ritmi sghembi e linee corpose, roride di groove....
(continua a leggere sul sito originario)

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