venerdì 26 ottobre 2012

Tre tappe italiane per Joe Jackson

Tre tappe italiane per Joe Jackson in occasione delle quali verrà presentato il suo nuovo album "The Duke", dedicato a Duke Ellington. Uscito a cinque anni di distanza da "Rain", The Duke rilegge il repertorio del leggendario compositore jazz, rivisitandolo in maniera inedita. A contribuire al disco, mostri sacri della musica: da Iggy Pop ai membri dei The Roots, dal chitarrista Steve Vai a Sharon Jones e la cantante iraniana Susan Deyhim. L'artista inglese sara' il 28 ottobre a Cormons (Gorizia), il 29 a Milano al Teatro Nazionale e il 31 all'Auditorium di Roma. 


Ecco un articolo su Jackson, pubblicato sul sito del Corriere della Sera edizione di Roma:
«Sono cresciuto in un deserto musicale. Da bambino alla radio passava solo il british pop: Beatles, Stones, Kinks... Gente che ancora amo, certo, ma per esplorare altri tipi di musica ho dovuto fate completamente da solo. Quindi mi sono buttato sulla musica classica e jazz, senza che nessuno mi dicesse che non era cool.  I miei dischi jazz preferiti? Troppi per elencarli, ma amo particolarmente le incisioni della Blue Note a cavallo tra gli anni '50 e '60, Horace Silver, Art Blakey... E tanto altro ancora, sia più recente che più vecchio... Sidney Bechet, ad esempio».
Il nome di Joe Jackson può apparire fuori luogo nel cartellone del Roma Jazz Festival all'Auditorium solo ai più distratti. Certo, è un artista pop. Ma di quelli che da tempi non sospetti ha sparso nel suo repertorio citazioni e dichiarazioni d'amore per il jazz. 
Brani e album come «Jumpin' Jive», «Night And Day», «Body And Soul». Da ultimo poi, ha messo su una «Bigger Band» in cui militano stelle del jazz come il bassista Darryl Jones e la violinista Regina Carter, per portare in tour i brani del suo ultimo album, intitolato a «Duke». 
Un mito: «Sono stato ispirato da Ellington - sostiene Jackson - perché sento di essere un tipo di musicista simile a lui - un eclettico compositore e arrangiatore il quale, piuttosto che essere brillante solo in una cosa, si fa carico anche della grande foto, della visone d'insieme, al cui interno altre persone possono usufruire di una parte delle luci della ribalta. E poi, anche se io sono un bianco inglese, lo ammiro come uomo, per il suo ruolo di leader e modello per l'America nera. La sua risposta al razzismo fu di avere una tale classe e dignità... E ha mantenuto il suo impegno ad eccellere e tenuto insieme la sua band, per oltre 50 anni».
Quando un artista prende a riferimento e usa un'altra opera d'arte, si dice che il modo migliore per interpretarla sia quello di tradirla. Joe Jackson ha rispettato la regola, dichiarandolo apertamente e scegliendo, ad esempio, di riproporre «Caravan» e «Mood Indigo», «Take The 'A' Train» e «The Mooche» escludendo del tutto i fiati, che pure tanta importanza hanno nell'universo musicale ellingtoniano: «Dovevo dare una mia interpretazione e non fare un'imitazione. 
Qualche volta - osserva Jackson - per trovare l'identità di un progetto, devi porre delle regole o darti dei limiti. E a volte questo può tradursi nel prendere la decisione di non fare certe cose. "Niente corni" è stata una regola importante per questo progetto, mi ha costretto a usare la mia immaginazione e dire "ok, cosa posso fare?". La mia ambizione era che nessuno sentisse la mancanza dei corni e, a distanza, penso che non siano mancati a nessuno. Ma c'è sempre l'incisione di Ellington per tornare indietro...».
Tra i suoi complici, sottolinea la presenza soprattutto di Regina Carter: «Lei è la solista sotto i riflettori. Sebbene io abbia una band eccezionale è molto più che un "primo tra pari". Avevo cercato di lavorare con lei per anni ed ero emozionato già ad averla nel disco, non avrei mai pensato di riuscire a coinvolgerla anche nel tour. È stata una delle persone che mi hanno sostenuto di più nell'intero progetto».
Uno sguardo alla scena musicale di oggi? «Sta cambiando così velocemente che molte persone si sentono un pò perse, compreso me. La tradizione si è ristretta a un piccolo numero di artisti veramente grandi che sono molto prevedibili. Al di là di questo c'è un mondo musicale vasto e frammentato e devi impiegare molto tempo, prima di trovare qualcosa di buono. I nuovi album che preferisco sono dei Galactic e degli Antibalas. Ma continuo a scoprire anche nuova musica dal passato, roba degli anni '40, o '60... Voglio dire nuova per me. Se mi piace, non mi importa se non è di moda!».

5 commenti:

  1. "Niente corni" è stata una regola importante per questo progetto, mi ha costretto a usare la mia immaginazione e dire "ok, cosa posso fare?".
    Be', certo, come fare senza una selva di corni (francesi, immagino...), notoriamente strumenti usuali nelle orchestrazioni ellingtoniane? Ma... imparare a tradurre, dalle parti del Corriere? Suppongo che Joe Jackson, nel testo da cui è stato tratto l'articolo, abbia detto "No horns", cioè niente fiati, in questo caso.
    "La mia ambizione era che nessuno sentisse la mancanza dei corni e, a distanza, penso che non siano mancati a nessuno." In effetti, non sono mancati a nessuno.
    "Ma c'è sempre l'incisione di Ellington per tornare indietro..." Ai tanti corni, certo.

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  2. Forse i "corni" gli sarebbero serviti per portare un pò di fortuna ad un album che mi sembra deboluccio.

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  3. Corni o fiati, è un disco a dir poco riprovevole. Ma non mi stupirei di vedergli chiudere una serata di Umbria Jazz...

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  4. Leggo con un pizzico di stupore la recensione favorevole di Fayenz all'album (e al concerto). Personalmente l'ho trovato più inutile che scialbo, nemmeno meritevole di una riga,ottimi motivi appunto per vederlo protagonista di rassegne estive, ma riesce comunque arduo capire cosa ci abbia trovato il noto critico....

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  5. A dir la verità, non ho mai visto Fayenz parlar male di niente. Nemmeno di Giovanni Allevi. Io ho parlato malissimo di questo disco, e mi sono beccato una mail di insulti: alè! :)

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