mercoledì 24 ottobre 2012

Richard Galliano a Lecce e Taranto

Per ragioni cronologiche, Bach non ha mai scritto una sola nota per fisarmonica, strumento nato agli inizi dell’Ottocento. Eppure nella musica del genio di Eisenach «c’è tutto quello che un fisarmonicista deve sapere». Parola di Richard Galliano, che nel segno di Bach giovedì e venerdì inaugura, rispettivamente al Politeama Greco di Lecce e all’Orfeo di Taranto (ore 20.45), le stagioni della Camerata musicale salentina e dell’Orchestra della Magna Grecia, formazione dalla quale sarà accompagnato in entrambe le circostanze con Giovanni Rinaldi sul podio. 


Il fuoriclasse francese, che si muove tra jazz e new musette, aprirà le due serate eseguendo una trascrizione per l’accordéon (versione transalpina della fisarmonica) la parte solistica del Concerto per violino, archi e basso continuo BWV 1041.
Galliano condurrà il pubblico dentro la sfera «classica» della propria formazione, per toccare subito dopo autori e mondi particolarmente cari. La musica si colorerà di sonorità mediterranee con l’Opale Concerto, pagina per accordéon e orchestra composta da lui stesso nel 1994.
Poi prenderà il ritmo e i colori dello swing e del jazz americano con gli arrangiamenti di Alfonso Girardo di It Don’t Mean A Thing di Duke Ellington, Spain di Chick Corea e Caravan di Juan Tizol.
A seguire la scaletta prevede Adios Nonino e Oblivion, due capolavori di Astor Piazzolla, uno dei grandi maestri di Galliano, anche lui debitore nei confronti di Bach.
Perché, come una volta ha raccontato Galliano medesimo, fu ascoltando Bach che il padre del tango nuevo decise che la musica sarebbe diventata la sua vita.
L’Orchestra della Magna Grecia chiuderà il cerchio con la Bachiana brasilera n. 9 del brasiliano Heitor Villa-Lobos, originale sintesi tra la sensualità dei tropici e il rigore matematico e astratto dello stesso Bach, presenza immanente all’interno di tutto il concerto.
«Del resto - spiega Galliano - noi fisarmonicisti gli dobbiamo tanto. Sembra assurdo, ma è come se lui sapesse tutto di strumenti a mantice».
Se Bach rappresenta il lato colto della faccenda, dall’altra parte c’è il versante tradizionale. Perché alla fisarmonica, strumento «umile» per il tipo di contesto nel quale è stato a lungo utilizzato, si lega la storia di tanti musicisti di strada, di gente che suonava ai balli del paese.
E qui viene fuori l’anima italiana di Galliano, un coacervo di origini piemontesi, umbre e romane. Anche per questo si sente particolarmente vicino a Piazzolla, a sua volta nipote di immigrati italiani (suo nonno era partito da Trani alla fine dell’Ottocento).
Nato a Cannes, e iniziato allo studio della fisarmonica dal padre, Galliano continua ad usare ancora oggi uno strumento regalatogli dalla nonna, una vecchia Victoria costruita a Castelfidardo.
E nel tempo ha cercato di mantenere vive le sonorità manouche che lo hanno accompagnato come una colonna sonora durante l’infanzia. «Un fisarmonicista, come mi ha detto una volta Piazzolla, non può recidere le proprie radici, e nella fisarmonica - ha raccontato in più d’una occasione - continuano a sopravvivere il mio vissuto, lo spirito e l’anima dei miei antenati».
Tutto questo è l’arte di Galliano, sintesi tra apprendistato rigoroso («ho studiato musica classica dai tre sino ai ventotto anni, e già da ragazzo trascrivevo musiche di Bach, Ravel, Ciaikovskij e Debussy»), attenzione per il folclore e passione per il jazz, esplosa quando aveva diciassette anni. «Rimasi folgorato da Clifford Brown, l’ultimo vero grande innovatore nella storia della tromba», assicura, spiegando che solo col jazz è riuscito a penetrare la musica davvero in profondità. «È l’approccio ad essere differente: il jazz - dice - non attiene solo al modo di suonare, è anche un modo di vivere».
Nei ricordi musicali di Galliano affiora continuamente anche Nino Rota, le cui musiche scoprì al cinema guardando La strada di Fellini, «uno choc emotivo». Ricordi che lo scorso anno sono confluiti in un tributo inciso per la Deutsche Grammophon, che da qualche anno si è aperta a generi altri.
Così, accanto agli «intrusi» Sting e Tori Amos, nel catalogo della casa tedesca, tempio discografico della classica, ora c’è anche Galliano, raffinato poeta di uno strumento popolare per eccellenza.

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