sabato 27 ottobre 2012

Intervista ad Archie Shepp

Sul sito de Il Giornale è stata pubblicata una bella intervista di Antonio Lodetti al sassofonista Archie Shepp, in occasione del concerto che domani mattina inaugurerà la stagione di "Aperitivo in Concerto".


La sua musica non fa sconti a nessuno; è stato uno dei più fertili esponenti del free jazz e un pioniere dell'avanguardia «arrabbiata», con uno sguardo rivolto al futuro e un altro alla tradizione afrocentrica del jazz. 
Infatti domani alle 11 al Teatro Manzoni di Milano apre - in prima italiana - la stagione di Aperitivo in concerto insieme al gruppo di Tangeri Dar Gnawa. 
«Una collaborazione partita nel 2000 - racconta Shepp - che ha prodotto un album come Kindred Spirits e che vorrei sviluppare per entrare sempre più nelle radici africane del jazz. Partecipai per la prima volta al Festival Panafricano nel 1969 e rimasi affascinato non solo dai suoni ma anche dai riti, dalla cultura, dal costume».
La sua è una ricerca infinita. 
«Ho sempre a cuore la diaspora degli africani in terra americana. Il jazz è sempre stato una minaccia per il potere perché parla di liberazione, dai canti di lavoro a Duke Ellington, dall'antico blues di Charley Patton a Sonny Rollins. I worksongs, i canti di lavoro degli schiavi, per modalità e forma espressiva sono stati una novità assoluta nel mondo musicale americano».
La musica per lei - dalla collaborazione con Cecil Taylor - è sempre stato uno strumento di lotta.
«Io suono per la gente che soffre. Con Taylor ho imparato ad andare oltre ogni barriera di stile e di genere per esprimere la massima libertà interpretativa grazie ad album come The World of Cecil Taylor. Il compito della musica d'avanguardia è quello di portare la tradizione nel presente. Di tutelare l'afroamericano, l'africano e il loro mondo».
In che modo?
«Per molti ancora oggi è un problema ammettere che gli afroamericani hanno influenzato tutta la musica che funziona oggi, dal rock al rap dei bianchi».
Lei in America è stato a lungo boicottato.
«Alla gente non piace sentirsi sbattere in faccia la verità. La mia musica non è piacevole da ascoltare, spesso i suoni, almeno in passato, erano fatti per scuotere il pubblico, ma legati alla vera tradizione folk e popolare. Chi mi conosce sa che la mia musica viene dal blues e dagli spirituals, ne è la proiezione moderna».
Lei in passato ha definito anche Duke Ellington e Jelly Roll Morton avanguardia.
«Avanguardia non è un concetto statico ma un rinnovamento continuo. Armstrong e Morton ai loro tempi hanno rinnovato completamente la sintassi musicale tanto quanto il free jazz».
Ha ancora senso parlare di free jazz? 
«Attualmente esiste il jazz d'avanguardia».
Ha nuovi progetti?
«Sto scrivendo musica per la mia big band, la Attica Blues Band (dal titolo di un suo classico disco n.d.r.) e per il mio quartetto».

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