giovedì 4 ottobre 2012

Il jazz richiede innovazione?

Questa questione se la pone il critico Will Layman sul sito PopMatters, aprendo a mio parere un interessante dibattito su una delle questioni principali del jazz contemporaneo.


Ecco un ampio estratto di quest'articolo che rispecchia in gran linee quello che è anche il mio pensiero:
Prenderò come riferimento una recensione pubblicata su PopMatters della nuova registrazione del Branford Marsalis Quartet; il punto non è quello di mettere in discussione la tiepida e curiosa recensione di una registrazione che mi piace molto. Piuttosto, la questione che mi interessa è se l'arte ed in particolare il jazz, diventi irrilevante se non si evolva o se non entri in un terreno innovativo.
In altre parole, un musicista jazz diventa inutile, e ogni performance individuale o registrazione diventa minore, se non è all'avanguardia?
Il critico sembra pensarla così, infatti la sua recensione del nuovo album di Branford Marsalis Four MFs Playin' Tunes è sfacciatamente sprezzante. Non perché la registrazione non sia valida. "Non è un brutto album, in nessun modo ", scrive. Il problema, piuttosto, è che la musica contiene "non molto di diverso da ciò che probabilmente si è sentito fin ora."
La recensione riprende questo punto più volte. "E' lo stesso vecchio studiato conservatorismo che conosciamo e detestiamo, resta nel suo terreno senza guardare al di fuori della tristemente disboscata giungla del jazz per l'ispirazione."
E sorprendente che uno critico di jazz si lamenti del fatto che un album sembri non sufficientemente d'avanguardia. Le storie del jazz sono scritte come dei peana all'innovazione. Armstrong liberò il solista dalle ensamble di New Orleans, Ellington ebbe l'audacia di incorporare elementi di forma classica, e Parker e Gillespie furono praticamente dei radicali lanciatori di bombe, abbattendo la tirannia delle linee delle battute e delle armonie convenzionali. Per il critico jazz, Ornette Coleman, colui che praticamente ha scacciato via l'armonia convenzionale, è uno sciamano di proporzioni maggiori.
E chi può essere in disaccordo? Ognuno di questi musicisti fu un architetto del cambiamento, che guidò una giovane arte nel suo futuro. Essi meritano il nostro plauso.
Ma non tutti i bravi, o anche i grandi musicisti devono essere dei rivoluzionari. O c'è qualcosa nel jazz che mette un premio speciale sulla novità?
Nella musica classica, per esempio, l'innovazione può essere definita in termini di molti secoli di evoluzione dal barocco alla musica classica a quella impressionistica. Ma è difficile immaginare qualcuno che contesti una nuova registrazione di Yo-Yo Ma, solo perché "non fa assolutamente alcun tentativo di ripensare, per non parlare di andare oltre, i grandi innovatori" della musica classica. Questo, invece, pretende il critico da Marsalis e dal suo album.
Nella musica pop, ci può essere un posto d'onore per una band come i Radiohead che ridisegna la forma di una canzone rock, ma nessuno sembra pensare che è insulso o addirittura fatale per un gruppo semplicemente scrivere e cantare una canzone con un ritornello assassino ed una forte presa.
Sono jazz e pop essenzialmente diversi su questo punto? La musica classica è intrinsecamente diversa dal jazz per qualche motivo?
Dovrebbe il jazz richiedere un più elevato grado di innovazione rispetto ai suoi colleghi in invenzioni musicali? Si tratta, dopo tutto, di un arte fondata sulla improvvisazione, l'invenzione musicale del momento.
L'argomento è questo: essendo un'arte piena di improvvisazione, il jazz premia e richiede dei rischi. Suonarlo in sicurezza per un musicista jazz non è solo pigro; è un abbandono di responsabilità. Nella sua storia relativamente breve di meno di un secolo, il jazz si è spostato da uno stile all'altro: New Orleans, swing, bop, cool, free, fusion, e così via. Questo tipo di storia irrequieta è possibile solo perché lo standard del jazz è di quasi costante innovazione e variazione.
Allora, chi Branford Marsalis pensa di essere? Non è Coleman Hawkins, che ha insegnato al mondo come creare lunghe improvvisazione su armonie complesse. Non è Charlie Parker, che fratturò il ritmo normale della musica swing ed estese gli accordi in una superiore ricerca di astrazione. Non è Coltrane o Rollins, no non lo è. Voglio dire, ciò che tutti i Branford abbiano mai fatto, è suonare un estremamente sofisticato jazz moderno ad un livello molto alto, giusto?
Non ogni musicista cambia la forma. Non tutti i superbi musicisti incitano ad un cambiamento di rotta o ad una ribellione.
In molti modi, il mio cuore applaude ad una visione che richiede innovazione. Senza di essa, la musica muore, certamente. E la musica che spesso amo di più, cerca sempre di spingere per esplorare nuovi territori. I gruppi che ho amato di più nel corso degli ultimi anni, come ad esempio il trio di Vijay Iyer, riescono ad estendere la tradizione del jazz in nuove aree, trovando un uso per il ritmo hip-hop in un trio con pianoforte acustico che vuole riprendere una canzone di Michael Jackson, per esempio.
Ma se l'innovazione è fondamentale nella scena jazz nel suo insieme, ciò vuol dire che la musica che opera interamente all'interno della tradizione esistente ad un livello molto elevato non sia buona? Questo semplicemente non è vero. 
L'evoluzione è una meraviglia, e il progresso dalle creature marine ai rettili, ai primati e all'uomo è una vera meraviglia. Che la natura possa fornire tale modifica e avanzamento è miracoloso. Ma la nostra esistenza non rende un pavone o un ghepardo meno bello.
E questo è vero anche nel campo delle arti, e nel jazz. Ogni arte ha bisogno di essere praticata. Non ogni artista è destinato ad essere un innovatore, ed è così che dovrebbe essere.
Charlie Parker era un genio, senza dubbio, ma Sonny Stitt è stato anche un grande sassofonista. Infatti, Stitt avrebbe potuto mettere a punto gran parte del suo stile bebop indipendentemente dall'influenza di Parker. Ma possiamo criticare Stitt perché, durante la maggior parte della sua carriera (è morto nel 1982 a 58 anni, sopravvivendo Parker quasi 30 anni) non si è evoluto in modo significativo al di là di bebop, perchè non ha, ad esempio, abbracciato la jazz-rock fusion o sperimentato l'"afro-tech jazz" ?
In effetti, anche nel regno relativamente più tranquillo del praticare gli stili esistenti d'arte, molti capolavori sono stati creati. Non c'era niente di particolarmente rivoluzionario, per esempio, nell'album Maiden Voyage del 1965 del pianista Herbie Hancock. Hancock aveva suonato nel quintetto di Miles Davis per alcuni anni, e molti dei brani di Maiden Voyage avevano una qualità modale reminiscente del classico Kind of Blue di Davis del 1959.
L'album di Hancock era piuttosto uno standard jazz post-bop moderno del suo periodo ... solo che era molto buono, avendo prodotto una manciata di nuovi "standard" del jazz che lo hanno cementato allo status di "classico".
Maiden Voyage non spinse i limiti dell'atonalità jazz, come fecero altri album della sua epoca, non fece esperimenti con strumenti o forme inusuali, non incorporò elementi di musica pop o ritmi funk. Tutto ciò che fece, fu di essere una registrazione molto bella del tipo di ciò che veniva eseguito in quel momento, restando sulle spalle delle innovazioni precedenti e lavorando all'interno di forme stabilite, per farne qualcosa di nuovo ma familiare.
E questo è stato più che sufficiente per renderlo meraviglioso....

20 commenti:

  1. Anch'io sono d'accordo. Per tutti i fissati con l'arrivo di un Prometeo portafuoco, musicisti come Horace Silver sarebbero delle merde - e infatti non li nominano mai, nemmeno di striscio. Esistono molti piani di lettura per individuare dove sia il bello o meno. Limitarsi al fuoco prometeico è la cosa più banale che ci sia - soprattutto se da un lato hai la storia scodellata con tutti i suoi miti, dall'altro hai la cronaca che si svolge e sai solo attendere che qualcuno ti indichi il messia.

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  2. Da notare, nei commenti alla recensione incriminata, alcuni interventi di fuoco firmati Eric Reed e Nicholas Payton.

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  3. Per come la vedo io, l'unica innovazione che ha veramente trasformato il jazz è stato il bop (con tutte le sue varianti hard-bop, post e neo bop) non a caso è l'unica che è sopravvissuta transitando nel moderno mainstream.
    Tutte le altre, specie le più radicali (jazz-rock e free), sono state solo delle piccole parentesi determinate da periodi storici particolari, che secondo me non hanno portato (tranne alcuni casi particolari) significativa miglioramenti alla qualità della musica, anzi per alcuni aspetti hanno minato la vera essenza del jazz e e che fortunatamente sono state spazzate via dalla storia.
    Naturalmente escludo dal discorso New Orleans e swing che considero il papà e la mamma del jazz!

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  4. Il jazz in poco più di mezzo secolo di storia è passato dal New Orleans alla dissoluzione dell'armonia, un percorso
    fatto a passo di carica, se si tiene conto che la musica colta ci ha messo dei secoli...
    La spinta innovativa nel jazz è stata pertanto fortissima ed ha creato una una specie di cannibalismo tra stili,
    che quando erano in fase di maturazione, venivano superati da altri stili, magari solo per il gusto della moda.
    Arrivati al free, per ovvi motivi, si è dovuto in qualche modo tornare indietro.
    Alcuni hanno tentato una strada laterale (già sviluppata da Gillespie, ma successivamente anche da Coltrane ed altri), cercando
    contaminazioni con altre culture musicali; altri hanno tentato la strada della fusione col rock, accorgendosi presto che avrebbe vinto il rock, se non altro
    perchè più ricco.
    Così, tra la tentazione (molto bianco-americana) di diventare il salotto buono del pop, e quella europea di essere una dependance della musica contemporanea colta,
    si è imposta la posizione afroamericana della rilettura storica del jazz.
    Ovviamente, in modi diversi, dai più nostalgici a quelli più stimolanti. Il percorso sembrerebbe quello che alla fine potrebbe portare un'accademizzazione
    del jazz, qualunque cosa voglia dire.
    Io non sono entusiasta di questa situazione, ma mi pare anche realisticamente non ci siano grandi alternative. Questo fatto, secondo me, ci dovrebbe porre difronte alla musica che amiamo
    in modo un po' differente da quello comune fino a pochi decenni fa.
    Sintetizzando, dovremmo smettera di ragionare in termini evoluzionistici-darwiniani, cercando sempre il nuovo in assoluto. Il nuovo approccio dovrà
    essere più sofisticato e meno assolutista. Le possibili possibilità che potremo incontrare sono:
    1 - le riletture dei classici e le possibili innovazioni in termini di prospettiva, senza grandi scosse copernichiane
    2 - un maggiore spazio alla composizione rispetto all'improvvisazione, essendo la prima ancora in grado di fornire innovazioni sia in termini di linguaggio compositivo che in termini di sonorità
    3 - maggior impegno nella cura dei dettagli in un panorama statico, piuttosto che all'insieme dinamico.
    In questa ottica non si possono escludere sorprese interessanti in riletture di generi spariti molto in fretta come il cool, la third strem, il free da camera di Tristano e Giuffé, nonchè delle composizioni di Ellington e Monk (quelle tutt'altro che sparite).

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  5. Sono abbastanza d'accordo con quello che dici. Per quanto riguarda la rilettura dei classici, io credo che ci sia ancora molto spazio anche per innovare; ascoltando le magnifiche rivisitazioni dei classici di Parker da parte di Joe Lovano o di quelli Monk da parte di Jason Moran, si nota come questi grandi artisti riescano comunque a mantenersi originali ed a mettere una nota personale anche a pezzi super abusati.
    Sono anche d'accordo sull'importanza della composizione, senza però che vada a discapito dell'improvvisazione che deve rimanere uno dei cardini di questa musica.
    Come per me deve rimanere essenziale la bravura tecnica del musicista, la bellezza e la purezza del suono, cose che spesso non vengono considerate in maniera adeguata nel giudicare un artista.

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  6. Questa ricerca del nuovo a tutti i costi, questo bisogno patologico di sonorità diverse - altrimenti non è jazz - non l'ho mai capito. E' chiaro che l'arte evolve e per versi è suo obbligo il farlo, ma rimane arte anche il rimanente, classico o meno lo si voglia allora definire. Più che nuove modalità di suono, che il più delle volte altro non fanno che produrmi fastidi uditivi, io ricerco buona musica: il jazz è buona musica, come la classica è buona musica e il rock e il blues, o buona pittura e scultura per l'arte tout court. Creatività, non importa se presente, passata o futura.
    Io ribalterei la questione: questa cosa mi sembra più una fisima dei critici, diventati coloro che devono per forza sostenere che se qualcuno non infila diciotto dissonanze o fantasmagorie incomprensibili in ogni battuta allora è un fallito. Va bene, a volte la critica ci becca, a volte no, e comunque a casa mia si è sempre giudicato con orecchie proprie, sbattendosene dei giudizi altrui. Soprattutto questi.

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    1. gio, non ti pare di esagerare un po'?
      anche ascoltare riproposizioni in alta fedeltà di hard bop anni 50, non è il massimo della vita.
      io sono coscente che, visto il percorso avuto del jazz, ci si debbano aspettare poche sorprese per il futuro e lo accetto, ma quando legge delle proposizioni così conservatrici, mi ribello. la gente che mette in bella copia il jazz del passato a me non piace molto.

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    2. Io continuo a pensare che il mestiere del critico, almeno di certi che lo praticano, sia partito per la tangente, sorta di feedback che gonfia le proposizioni di partenza e allora se non è come dico io sbagli. Via questo, che ci sta tanto io poi rapporto ad esperienze mie, a me la gente che per usare parole tue mette in bella copia jazz del passato piace, piace molto. Mi piace anche chi fa il contrario capiamoci, ma se quella musica era bella quando era nuova, e lo era diamine, non capisco perchè non debba piacermi ora che la sento da classica, e perchè non debba piacermi chi oggi la riprende. Se è buona è buona, se era jazz lo rimane. Nemmeno penso che la musica abbia poche possibilità d'evolvere, il jazz continuerà a farlo in mia opinione come da sempre accade con l'arte; è proprio questa linea netta che mette i buoni di qui e gli altri di là che non condivido. Sono abituato ad ascoltarla tutta la musica, ho nella testa cento anni di jazz fatti di cantanti strumentisti arrangiatori, come altre centinaia d'anni ancora d'altri tipi di musica, e non lo faccio mio questo bisogno di cambiare il jazz per poter dire che sia buono. Cos'è: una macchina a cui si fa il restyling ogni sei mesi? Va bene capiamoci, libero ognuno di pensarla come crede e allora novità uguale bene, ma io rimango della mia idea. A me il jazz d'oggi piace, mi piace quello dei cinquanta riproposto e quello dei venti, non ci trovo nulla di male e anzi ne troverei se questo non accadesse. Sarebbe un po' come dimenticare le origini. Dopodichè ognuno ascolti il suo, fatto di nuovo, o nuovo e vecchio assieme. Io lo prendo la full option: è questione di gusti e la mia in particolare definisce il jazz nella maniera che ho descritto.

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    3. A proposito: ce l'ho il disco di Branford. L'ho ascoltato poco ma non m'è sembrato così male.

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  7. non so se hai visto il DVD delle celebrazioni della Verve al Carnegie Hall con i grandi del jazz ricordati dai musicisti contemporanei? salvo qualche eccezione è stata una debacle dei contemporanei. Certo molto è dipeso dalle scelta, ma non solo, mancava lo spirito era solo calligrafia...

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    1. Se parli con me no, ma appunto non giudicherei un punto di concetto da una jam session magari arraffazzonata alla bell'e meglio, con musicisti anche ottimi ma lì essenzialmente per far battere i piedi al pubblico e farci poi un video. A volte queste cose riescono, a volte no.

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  8. Non capisco perchè bisogna sempre paragonare i musicisti odierni ai grandi del jazz. E' una cosa veramente irritante. I tempi sono diversi e fare paragoni è impossibile. Sarebbe come paragonare, per fare un esempio calcistico, Eusebio e Di Stefano con Messi e Cristiano Ronaldo.
    Adesso ci sono musicisti bravi e meno bravi che fanno ottima o pessima musica originale e ottime o pessime rivisitazioni dei grandi classici ed andrebbero giudicati per la qualità di ciò che fanno e non rispetto ai grandi del passato.
    Non so se hai visto il concerto di James Carter di ieri, e non so dirti se aleggiava lo "spirito" (non credo ai fantasmi) di Reinhardt, quello che so è che mi sono divertito un mondo e non sono riuscito ad alzare il culo dalla sedia per le due ore e passa del concerto.
    E non mi frega niente se la musica di Carter sia migliore o peggiore dell'originale, e mi frega ancora meno se questa musica sia innovativa o meno.
    Fin quando ci saranno artisti che riescono ad emozionarmi come è stato ieri per me il jazz sarà sempre vivo e vegeto.

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    1. Ditto Elfio: il jazz è piacere. L'arte in generale lo è, piacere di fronte a un dipinto, piacere di fronte a una scultura, piacere davanti a un edificio che sa emozionare e piacere, naturalmente, all'ascolto di buona musica; jazz, classica, blues, country che sia. Il metro è questo, altri non ce n'è.

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    2. 1 veloce su Carter: non ho visto il concerto. avevo ascltato il disco e non mi era piaciuto. aldilà della bravura di Carter.
      2 il paragone con i grandi del passato è inevitabile se oggi lo si suona spesso rileggendolo...

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  9. Scusami ma il punto 2 è una stupidaggine. Nella storia del jazz, tutti hanno sempre riletto in chiave moderna ciò che veniva dal passato. Coltrane e Monk ad esempio hanno riletto la musica di Ellington, Parker suonava Gershwin o Roger e Hammerstein e così via.

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  10. che Parker suonasse Gershwing è fuori discussione, ma non lo suonava come Coleman Hawkins faceva 10 anni prima. anche Ornette Coleman ha suonato Gershwing (embreaceable You) e allora?
    Coltrame suonando My favorite things non pensava di certo alla commedia musicale di Rodgers & Hammerstein...
    quando io parlo della rilettura che viene fatta oggi, non parlo dei brani ma dello stile che viene oggi eseguito, che è pesantemente uguale a quello del passato cosa che un po' di decenni fa non succedeva.
    e probabilmente inevitabile, ma non si può fingere che sia sempre stato così. il jazz, volenti o nolenti si sta accademizzando.

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  11. Queste sono delle generalizzazioni che semplificano molto la realtà odierna del jazz. Io credo che ci siano anche oggi artisti che hanno rivisto in maniera nuova ed originale anche i classici del passato. Per fare alcuni esempi che mi vengono in mente ti parlerei dell'album Bird Song di Joe Lovano o la rivisitazione fatta da Jason Moran di Monk at Town Hall (che ho ascoltato dal vivo e spero ne venga fatto un album), ma potrei trovare tantissimi altri esempi. Ma se per conformismo si è deciso che tutto il jazz contemporaneo sia da buttare allora è inutile stare a discutere!

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  12. ci rinuncio.
    si parte da un'analisi (giusta o sbagliata è secondario) sulla problematica dell'innovazione nel jazz per aprire un discorso o per chiuderlo?
    io pongo il problema che è davanti agli occhi sul fatto che non potendo sostanzialmente andare avanti, il jazz sia costretto a rileggersi guardando indietro e vengo accusato di attaccare il jazz attuale.
    vorrei ricordare che nel cinquecento parte della musica "classica" era "non scritta", lasciata quindi all'improvvisazione degli esecutori...

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  13. Arrivo un pò in ritardo. Secondo me l'elemento più importante è la personalità dell'artista. E' un concetto che sembra ovvio, ma è ciò che rende un'esecuzione di un classico godibile . Un brano come "It don't mean a thing.." di Duke Ellington, può diventare orrendo se eseguito da un'artista privo di personalità, oltre che di padronanza dello strumento che suona. L'artista , non appena terminati gli effetti della sua idea,deve trovare nuova ispirazione. In questo caso si può parlare si anacronismo.

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  14. * In caso venga meno questo tassello si può parlare di anacronismo

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