martedì 9 ottobre 2012

Guida all’ascolto di Lee Konitz

Sul sito del Pomigliano Jazz Festival è stato pubblicato uno splendido ritratto, dell'ottimo Olindo Fortino, del leggendario Lee Konitz che lo scorso 23 settembre ha concluso l'edizione di quest'anno del festival. 
Sul blog Free Fall, trovate la recensione di questo concerto.


“So I just told them that if a guy could play as good as Lee Konitz played — that’s who they were mad about most, because there were a lot of black alto players around — I would hire him every time, and I wouldn’t give a damn if he was green with red breath. I’m hiring a motherfucker to play, not for what color he is.” (Miles Davis)
Questa citazione tratta dall’autobiografia di Miles Davis (redatta con la collaborazione di Quincy Troupe) è di certo una delle più autorevolevoli, concise e formidabili lodi della classe e dell’originalità di Lee Konitz come musicista e specialista del contralto, tra le tonalità di partenza delle ance quella a lui più cara e congeniale.
Tutti cononoscono Davis come artista e uomo pignolo, particolarmente esigente e anche assai parco di complimenti verso i colleghi. Ebbene, lo stesso può dirsi di Lee Konitz, musicista dimostratosi sempre molto severo e difficile da accontentare, in particolare con se stesso e con ciò che ha saputo inventare e suonare nel corso dei quasi settant’anni di carriera che l’hanno visto diventare uno dei titani della storia del jazz.
Nato a Chicago il 13 ottobre 1927, Lee Konitz ha, in realtà, iniziato undicennne come musicista autodidatta di fisarmonica, clarinetto e sassofono tenore.
Quando decide di studiare e suonare il contralto ha invece circa sedici anni e lo fa nel 1943 inserendosi nel gruppo orchestrale di Jerry Wald.
Siamo già intorno alla metà degli anni Quaranta quando incontra e conosce il grande Lennie Tristano, una delle figure più influenti e basilari per la sua evoluzione artistica, di cui diventa contemporanemente fedele allievo e fidato collaboratore.
Sarà proprio Tristano a consigliare a Konitz di darsi completamente al suono e allo studio del sax alto, imprimendogli con il suo rigoroso metodo e la sua concezione musicale (fondata sullo studio analitico dei grandi maestri, la cura del discorso musicale, la ferrea padronanza tecnica e l’ideale di libertà e spontaneità basato sulla sottile maestria nelle sfumature e nell’alterazione delle armonie) quelle caratteristiche che hanno contrassegnato in misura insuperabile e singolare il suo stile improvvisativo e il suo approccio allo strumento; vale a dire lucido autocontrollo nella prassi estetica dell’astrazione, rapidità di fantasia e invenzione, instancabile sperimentazione sulla tecnica, morbida ed elegante cerebralità nell’esecuzione e nella composizione.
Con Lennie Tristano e il tenorsassofonista Warne Marsh inciderà alcune delle più memorabili pagine che hanno dato vita alla corrente estetica “Cool Jazz” e anticipato (in merito alla libera improvvisazione) le avanguardie “Free” degli ultimissimi anni Cinquanta e la New Thing dei primi anni Sessanta.
Il merito maggiore di Lee Konitz (e ciò che l’ha subito reso un esempio di coraggio e originalità) è stato indubbiamente quello di discostarsi, nel suono del contralto, sia dai canoni del be bop e sia dalla servile imitazione dello stile di Charlie Parker largamente in voga tra i sassofonisti della sua generazione.
Se a ciò si unisce l’inclinazione per un fraseggio estremanente fluido ma ricercato e un periodare complesso e ipearticolato non stupiscono affatto la successiva ammirazione e fantastica sintonia che Miles Davis mostrò per Konitz allorquando lo arruolò nella sua Tuba Band newyorkese e nel nonetto artefice del seminale album “Birth Of The Cool” (le cui sessioni furono registrate nel 1949-50 ma pubblicate su Capitol solo nel 1957).
Tuttavia, come già detto sopra, è al fianco di Tristano e Marsh che il talento di Konitz trova gli stimoli più idonei al concepimento di un discorso tecnico ed espressivo già contornato dallo splendore e destinato a suscitare uno stupefatto clamore. Per tastare con mano basterebbe un capolavoro spartiacque quale “Intuition” (Capitol, 1949) o meglio ancora procurarsi e mettersi in casa il box di sei Cd “The Complete Atlantic Recordings of Lennie Tristano, Lee Konitz & Warne Marsh” pubblicato dalla benemerita Mosaic Records nel 1997. Eppure siamo solo all’inizio di un percorso artistico contrassegnato da risultati straordinari, mutazioni, esperimenti e grandi collaborazioni.
Gli anni Cinquanta vedono infatti Konitz diviso tra Los Angeles e New York per suonare e incidere con il quartetto di Gerry Mulligan includente anche la magnifica tromba di Chet Baker – “Konitz Meets Mulligan” (Pacific Jazz, reg. 1953, pubb. 1962) – unirsi alle big band del pianista e bandleader Stan Kenton – “City Of Glass” (Capitol, 1951), “This Modern World”, “New Concepts Of Artistry In Rhythm”, “Sketches On Standards” (tutti targati Capital e pubblicati nel 1953) e “Kenton Showcase” (Capitol, 1954) – ritornare nel 1957 alla corte di Miles Davis e lavorare con Gil Evans per “Miles Ahead” e “Gil Evans & Ten”, ma soprattutto esordire in qualità di leader con il bellissimo “With Tristano, Marsh And Bauer” (Prestige, 1950) seguito da altre notevoli registrazioni quali “Subconscious-Lee” (Prestige, 1950) “Lee Konitz & Warne Marsh” (1955), l’omonimo “Konitz” (Storyville, 1954), “Tranquility” (Verve, 1957, quartetto con Henry Grimes, Billy Bauer e Dave Bailey), “The Real Lee Konitz” (Atlantic, 1957), “Very Cool” (Verve, 1958), il superlativo “Lee Konitz Meets Jimmy Giuffre” (Verve, 1959, con al piano Bill Evans) e l’altrettanto ottimo “You And Lee” (Verve, 1959, arrangiamenti di Jimmy Juffre per un esperimento di scrittura in chiave West Coast con nomi del calibro di Jim Hall, Bob Brookmeyer, Roy Haynes e Bill Evans).
Negli anni Sessanta Konitz incide, suona e si esibisce tra Stati Uniti ed Europa per proprio conto in situazioni altrui.
Il suo eclettismo è pari ad un’insaziabile spirito di ricerca e ciò lo favorirà sia per quanto riguarda numerosi capovolgimenti di fronte stilistici sia per la bravura di scegliersi partner altrettanto sofisticati e impegnativi con cui incidere una numerosa serie di dischi in duo.
Per Konitz quest’ultimo format sarà nei tre decenni successivi non solo un geniale brevetto e marchio di fabbrica ma anche una peculiare specialità atta ad esibire le sue formidabili doti di improvvisatore al fianco di ogni tipo di strumento. Su questo fronte è innanzitutto imprescindibile e raccomandabile l’album “The Lee Konitz Duets” (Milestones, 1968) – dove al fianco del Nostro si alternano mostri quali Joe Henderson, Marshall Brown, Karl Berger, Jim Hall, Eddie Gomez ed Elvin Jones – mentre sono da sottolineare e ricordare i dischi in duo pubblicati e disseminati in seguito (fino a periodi più recenti) con cui rispondono all’appello nomi quali Red Mitchell, Jimmy Giuffre, Warne Marsh, Attila Zoller, Martial Solar, Kenny Wheeler, Albert Mangelsdorff, Hal Galper, Michel Petrucciani e Dan Tepfer.
Manifestando una capacità invidiabile di calvalcare mode e tendenze, Konitz segna gli anni Settanta con la partecipazione all’album mingusiano inciso dal vivo al Lincoln Center e prodotto da Teo Macero intitolato “Charles Mingus And Friends In Concert” (Columbia, 1972), ma più d’ogni altra cosa pubblica a proprio nome lavori ancora più splendidi per creatività, senso della tradizione, scrittura, improvvisazione e innovazione quali “Spirits” (Milestones, 1971, lavoro diviso tra originali e brani di Tristano in cui presenzia anche Ron Carter), “Altissimo” (Westwind, 1973, con Gary Bartz, Charlie Mariano e Jackie McLean), il solitario “Lone-Lee” (Steeplechase, 1974), e la fenomenale coppia di lavori “The Lee Konitz Nonet” (Chiaroscuro, 1977) e “Yes, Yes Nonet” (Steeplechase, 1979).
Nel corso degli anni Ottanta e Novanta Lee Konitz continua a mostrare energia e disponibilità, incidendo in studio ed esibendosi dal vivo senza soluzione di continuità soprattutto in Europa, dove finirà per trasfersi andando a vivere in Germania.
In questo lungo arco di tempo mette anche, spesso e volentieri, piede in Italia, sia suonando e incidendo con Franco D’Andrea, Enrico Rava e Umberto Petrin sia pubblicando un considerevole numero di album con formazioni miste di jazzisti italiani, europei e americani per le quotate etichette indipendenti Philology e Soul Note (documento basilare risulta, per quest’ultimo marchio, il quintuplo box set “Lee Konitz – The Complete Remastered Recordings On Black Saint & Soul Note”, edito e pubblicato nel 2011 dalla Cam Jazz). Sul fronte internazionale da segnalare, invece, la partecipazione ad una delle Company del celebre chitarrista radicale Derek Bailey (1987) e lo stupefacente risultato artistico sortito dall’incontro con il pianista Paul Bley in un progetto in quartetto sfociato nelle registrazioni di “Out Of Nowhere” (Steeplechase, 1997).
Sebbene sempre attivo e produttivo, Konitz ha tuttavia subito negli anni Novanta una debole fase calante per quanto riguarda l’attenzione di critica e pubblico.
Beninteso, appassionati e reali intenditori del jazz non hanno mai smesso di seguirlo e pedinarlo, destreggiandosi con bravura tra i titoli di una discografia divenuta sempre più cospicua e a tratti dispersiva.
Il terzo millennio è però caratterizzato dalla rivincita e dalla riscoperta artistica di questo gigante del sassofono. E sebbene ancor oggi due sacri sopravvissuti quali Ornette Coleman e Sonny Rollins si spartiscano premi e copertine di riviste, rispetto ad essi l’ottantacinquenne chicagoano mostra una prolificità discografica e una fenditura mentale e progettuale assolutamente ineguagliabile.
Personaggio schivo ma fondamentalmente grandioso nella sua umiltà e cortesia. Lee Konitz ha negli ultimi anni sbaragliato la concorrenza dei terribili nonnetti jazz con album e progetti a dir poco fantastici, in primo luogo pubblicando con il tenorista Dave Liebmann e il pianista Richie Beirach un repertorio di standard e brani originali eseguiti in modo a dir poco stellare, documentato dall’album “KnowingLee” (OutNote, 2011), poi dando vita a un nuovo nonetto e a una big bad comprensiva d’archi in collaborazione con il giovane e talentuoso sassofonista e arrangiatore d’origine israeliana Ohad Talmor (materiali prevalentemente attuali e originali, rispettivamente presentati con marchio OmniTone negli album “New Nonet” e “Inventions” del 2006 e in “Portology” del 2009).
Del 2010 è invece l’ottimo “Live At The Village Vanguard” (Enja), ascritto ad un nuovo e singolare quartetto comprendente il pianista tedesco Florian Weber, il batterista israeliano Ziv Ravitz e il contrabbassista americano Jeff Denson, senza dimenticare l’ancor più straordinario progetto di “Jugendstil II” (ESP-Disk, 2010), messo in piedi con Chris Speed, il contrabbassista Stephane Furic Leibovici e il sassofonista Chris Cheek con la supervisione in camera di regia del batterista Jim Black.
Lo scorso anno ha visto piovere sul mercato un’altra grandinata di dischi e progetti inerenti ambiti stilistici diffferenti, in cui Konitz è apparso come ospite solista o come co-leader al fianco dell’emergente sassofonista francese Alexandra Grimal (“Owe Talks”) e del giovane chitarrista danese Jacob Bro (“Time”).
Più che altro, però, è stato l’anno del sorprendente e acclamato “Live At Birdland” (ECM, 2011), già un classico dei tempi correnti, in cui Konitz ha mostrato di essere ancora in possesso di una voce eloquente e autorevole nell’interpretazione di sei standard rivisitati in compagnia di Charlie Haden, Brad Mehldau e del compianto Paul Motian.
Roccioso e iperattivo, di questo passo “nonno” Lee ce ne farà ancora vedere e ascoltare delle belle.

Ecco un'estratto del concerto:

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