mercoledì 31 ottobre 2012

Week-end di grandi concerti nei jazz club italiani

In questo lungo ponte dei morti i principali jazz club e la sale da concerto italiane ospiteranno una serie di grandi appuntamenti con il jazz nazionale ed internazionale.


In ordine assolutamente casuale, inizio l'elenco dal Panic Jazz Club di Marostica che la prossima domenica 4 novembre ospiterà il quintetto Soulgrass del sassofonista Bill Evans composto da Bill Evans: sax, Frank Gravis: basso, voce, Josh Dion: batteria, voce,  Mitch Stein: chitarra, voce e Ryan Cavanaugh: banjo elettrico.
Dopo gli esordi con il suo maestro e mentore Miles Davis, Bill Evans ha attraversato con successo oltre 20 anni di carriera come artista solista ed è stato ripetutamente nominato ai Grammy, esplorando una varietà di approcci alla musica che vanno ben oltre i confini del jazz tradizionale. Il sassofonista si è avvicinato all’hip hop, alla fusion, al reggae, al funk ed alle atmosfere brasiliane, ed in questa occasione propone un concerto in bilico tra jazz, bluegrass soul e funky.

All'Auditorium Parco della Musica di Roma, il prossimo sabato 3 novembre, nell'ambito del Roma Jazz Festival, è in programma il concerto di Francesco Bearzatti "Tinissima 4et" (Francesco Bearzatti sassofoni, clarinetto, xaphoon, electronics; Giovanni Falzone tromba, human effects; Danilo Gallo contrabbasso, basso elettrico; Zeno De Rossi batteria e percussioni; Andrea Vanni live video).
Bearzatti è, senza dubbio, uno dei nomi di punta del jazz italiano. Dopo i progetti “Tina Modotti” e “Suite per Malcolm X” (Parco della Musica Records) accolti con successo dalla critica e dal pubblico in Italia e all’estero, il sassofonista, con il suo quartetto, celebra Thelonious Monk in modo originale. Tutta l'energia e la potenza dei più famosi pezzi del rock (Led Zeppelin, Pink Floyd, Lou Reed, Michael Jackson) si intersecano con i temi più famosi del compositore scomparso 30 anni fa, personaggio fra i più straordinari che il jazz abbia conosciuto. Negli ultimi anni infatti Monk è stato oggetto di un’attenta rivalutazione da parte della critica, che lo ha trattato a lungo come un compositore leggero e superato, mentre in realtà la nuova scena basata sull’improvvisazione lo eleggeva idealmente a proprio modello. 

Ryan Truesdell "Gil Evans Centennial Project" Live in Newport (audio)

Lo scorso 5 agosto l'orchestra di Ryan Truesdell ha presentato durante il celebre Newport Jazz Festival, lo straordinario "Gil Evans Centennial Project", certamente uno degli eventi più interessanti di quest'anno. 


In occasione del centenario della nascita di Gil Evans, il compositore Ryan Truesdell, collaboratore in passato di Maria Schneider, ha trascorso gli ultimi tre anni riportando alla luce una cinquantina di sue composizioni originali. 
Grazie all’energico supporto della famiglia di Gil, Ryan ha analizzato i manoscritti, le note, le registrazioni personali dell'arrangiatore scomparso nel 1988, scoprendo un piccolo tesoro di inediti, tra i quali tutti gli arrangiamenti originali di Evans per le gloriose registrazioni effettuate con Miles Davis come, “Sketch of Spain” e “Porgy and Bess”, oltre che per l'album realizzato per la Impulse Out Of The Cool, e materiali che riguardano il suo lavoro negli anni Quaranta per Claude Thornill.
Con questo materiale ed assemblando un strepitosa orchestra moderna ha registrato 10 pezzi per un disco uscito recentemente, intitolato Centennial: Newly Discovered Works of Gil Evans.
Truesdell dice che ciò che rende così distintivo il suono di Evans è l'alone di mistero che proviene dallo spazio tra le note nei suoi accordi.

REPLAY: Vi racconto l'ultima fase di Gerry Mulligan

(Pubblicato originariamente il 10 gennaio 2012)
Sul sito de Il Sole 24Ore è stato pubblicato un gustoso articolo di Franco Fayenz su Gerry Mulligan.


"E' quasi una sollevazione. I cultori italiani del grande Gerry Mulligan e del suono ironico e inconfondibile del suo sax baritono sono arrabbiati perché il 2011, anno in cui si potevano approfondire certi aspetti della sua vita artistica cogliendo l'occasione del quindicinale della sua scomparsa, è trascorso quasi per intero senza che nessuno (proprio nessuno?) ci abbia pensato, soprattutto i quotidiani che queste cose ormai le trascurano. 
Il più giustamente rimproverato è il sottoscritto e me ne scuso, perché è abbastanza risaputo che ero stato vicino a Mulligan quando, negli anni estremi, l'Italia era diventata la sua seconda patria. Che cosa faccio? Parlo di quest'ultima fase quasi ignota, sebbene sia triste. Sintetizzare in un breve articolo il suo percorso di musicista sarebbe inutile, per questo bastano i lemmi delle enciclopedie.
Sapevamo in pochi, nell'autunno 1995, che era gravemente ammalato. Quei pochi che Gerry onorava della sua amicizia e ammetteva a frequentare le sue case, a Darien nel Connecticut (qui si spense il 20 gennaio 1996 dopo esservi tornato in dicembre) e a Milano. 
A me avvenne di capire tutto in ottobre, pochi giorni prima di un suo concerto milanese con Ornella Vanoni e con il Coro dei Monaci del Tibet. Non lo avevo mai visto così pallido e dimagrito, perfino zoppicante. Grasso non era stato mai, ma nemmeno così magro.
Nel soggiorno della sua casa di viale Piave a Milano. il pianoforte era sempre ingombro di progetti di partiture sinfoniche che il maestro buttava giù a matita con segni sottili. La casa di Milano era stata fortemente voluta dalla moglie Franca Rota, milanese, e lui aveva accettato di buon grado per essere vicino, almeno per qualche mese all'anno, al Teatro alla Scala. 
La Scala era il suo sogno. Quando poteva assisteva alle prove, frequentava le prime, era diventato amico dei professori dell'orchestra. Quelle partiture, specialmente la splendida "Entente" per sax baritono e orchestra sinfonica, erano destinate a loro. 

De Vito, la voce del jazz mondiale che unisce Napoli e il Brasile

Sul sito de Il Fatto Quotidiano è stata pubblicata una bella intervista alla brava Maria Pia De Vito, attualmente docente al conservatorio di Santa Cecilia, e che ha collaborato con i più grandi del panorama musicale, da John Taylor a Ralph Towner.


Il 2012 musicale è anche l’anno di Maria Pia De Vito, una delle voci più raffinate del panorama jazz europeo. “È un anno vibrante, oltre all’assegnazione della cattedra di canto jazz al conservatorio di Santa Cecilia in Roma, ho messo su diversi progetti impegnativi: Roden Crater Project e Pergolesi. Infine a breve partirò per un tour mondiale“. 
Il suo gusto per l’improvvisazione, la cura per il ritmo e la danza nel canto l’hanno portata a collaborare con grandissimi nomi del panorama musicale come John Taylor, Ralph Towner, Rita Marcotulli, Paolo Fresu, Enrico Rava. Proprio dall’incontro con il pianista John Taylor e il chitarrista Ralph Towner nasce il disco “Verso”. 
Grazie a questo disco, nel 2001, viene inserita a fianco a Caetano Veloso, Joni Mitchell, Cesaria Evora e Carlos Santana, nella categoria Beyond Artist di Down Beat, la bibbia del jazz mondiale. 
La cantante napoletana che di recente ha cantato, per la prima volta nella storia, nel carcere dell’isola di Santo Stefano, poi ha fatto tappa in Germania e, invitata dal compositore brasiliano Guinga, partirà per una serie di concerti a Rio, San Paolo e Buenos Aires. Un ponte che unirà la tradizione musicale napoletana con quella brasiliana.
Il 7 settembre scorso al “Festival Rumori nell’Isola”, per la prima volta nella storia, hai suonato nel carcere borbonico dell’Isola di Santo Stefano.
“Sì, è stata un‘esperienza incredibile che ho condivido con la contrabbassista Silvia Bolognesi. Si è creata un’atmosfera magica in cui abbiamo improvvisato all’interno del carcere che ha “ospitato” lo scrittore Luigi Settembrini e, durante il ventennio fascista, colui che sarebbe diventato presidente della Repubblica: Sandro Pertini. Un carcere costruito sulla stessa pianta del teatro San Carlo di Napoli. Un concerto intimo per pochi eletti, anche, perché l’isola e il carcere non sono facilmente raggiungibili”.

I preferiti: Chick Corea & Friends - Remembering Bud Powell

Tra i miei album preferiti va certamente annoverato questo straordinario omaggio di Chick Corea al grande Bud Powell, in questo album pubblicato dalla Stretch Records nel 1997.


Per l'occasione Corea ha raccolto una incredibile formazione di (allora) giovani leoni come Joshua Redman, Kenny Garrett, Wallace RoneyChristian McBride con l'aggiunta del leggendario batterista bop Roy Haynes che suonò con Powell in alcune essenziali registrazioni degli anni '40.
Chick Corea mette sul piatto il suo grande amore per Powell, musicista che insieme a Monk ha  profondamente influenzato il suo playing; questo album è un'occasione per far rivivere in maniera brillante sia alcuni dei pezzi più conosciuti (come Bouncin' With Bud, Oblivion, I'll Keep Loving You e Glass Enclosure) oltre a capolavori più nascosti della carriera del pianista come Mediocre, Willow Grove, Dusk In Sandi ecc. con l'aggiunta di un delicato e delizioso pezzo originale opportunamente intitolato Bud Powell.
La musica, pur mantenendosi piuttosto rispettosa dell'originale, viene indubbiamente rimodellata grazie alle prestazioni della strepitosa front-line dei fiati, che aggiunge moderni e tumultuosi assoli post-bop alla sua originaria struttura di classico bebop; in particolare la tromba di Wallace Roney suona in maniera particolarmente infuocata, come raramente mi è capitato di ascoltare da parte sua, che generalmente ama tonalità più "davisiane"; mentre più prevedibili, ma non per questo meno incisivi, gli apporti dei sassofonisti Garrett e Redman.
E' naturalmente sensazionale l'apporto della ritmica con Christian McBride che conferma il titolo di numero uno tra i bassisti moderni e Roy Haynes, sicuramente il più "moderno" tra i batteristi della vecchia scuola, che guidano il tempo, sempre piuttosto vivace, della maggior parte della musica presente sull'album.

Peter Brötzmann e il Chicago Tentet a Giulianova

Domenica 4 novembre (ore 18.30) nell'Auditorium del Centro socio-culturale dell'Annunziata in via dei Pioppi a Giulianova concerto di Peter Brötzmann il capostipite della scena free-jazz europea, che sarà accompagnato dall'ensemble Chicago Tentet, che calcheranno le scene per l'unica data italiana dopo dieci anni di assenza dal territorio nazionale. 


Musicista senza filtri e senza compromessi, dotato di una presenza scenica ipnotica, il suono inimitabile del sassofono di Brötzmann ha portato a coniare nei circoli di avanguardia il neologismo "brotzen", riferendosi a un modo energico di suonare.
Sassofonista, clarinettista, solista di tarogato (lo strumento ad ancia tipico della musica popolare ungherese), Peter Brötzmann è sulle scene dalla metà degli anni '60 quando si distinse come solista, compositore e organizzatore.  E' inoltre tra i fondatori della Free Music Production di Berlino (FMP), etichetta discografica e centro di coordinamento tra i musicisti. 
Fra le produzioni di Brötzmann da ricordare "Machine Gun", del 1968, uno dei dischi cruciali dell'artista. L'album venne così chiamato per via del soprannome dato dal trombettista, Don Cherry, al sassofonista per il suo stile travolgente, e venne registrato con un ottetto che proponeva una sintesi perfetta dell'eredità del free jazz storico con il nuovo vocabolario dell'improvvisazione europea. 

Flowing Spirits - Consolmagno, Salvatori, Spinaci

E' appena stato pubblicato il CD Flowing Spirits del trio Consolmagno, Salvatori, Spinaci. Il Cd e' prodotto da Sergio Veschi e pubblicato dalla sua prestigiosa etichetta Red Records.


Si rinnova la collaborazione tra il sassofonista Nicola Salvatori ed il chitarrista Simone Spinaci con il percussionista Peppe Consolmagno. Il progetto potrebbe definirsi una sorta di crocevia delle emozioni in cui la creazione musicale avviene sempre con grande spontaneita'.
Vi confluiscono il lato emotivo della musica di Consolmagno e la raffinate invenzioni dal respiro jazzistico che il duo insegue da tempo. Il risultato e' una alchimia sonora di rara intensita', varia nei timbri ritmici, solare e densa di antichi echi melodici.

Ero presente la sera in cui queste musiche sono state registrate al Festival del Jazz Village di Pesaro, organizzato dal Fano Jazz Club. Capita, ma non troppo spesso e mai quanto sarebbe necessario, di assistere a delle performance magiche in cui si crea un feeling immediato e palpabile fra chi suona e chi ascolta. Quando questo succede e' di solito dovuto a elementi imperscrutabili e difficilmente replicabili in altre situazioni. Il jazz e' dove lo trovi e quando il soffio della poesia soffia e' bene preservare quell'attimo fuggente, l'hic et nunc direbbe qualcuno, a futura memoria e per condividerlo con chi lo vorra', dove e quando non si sa. 
Non solo sono stati numerosi e convinti gli applausi ma altrettanto sono state le richieste degli ascoltatori presenti di avere un CD a ricordo della serata per poterne ricreare privatamente le emozioni condivise con i musicisti durante la performance. La pubblicazione di questo live risponde innanzitutto a questa esigenza.
Sono stato fra i pochissimi ad aver avuto una copia della registrazione del concerto e durante il mio ritorno in macchina da Pesaro a Milano l'ho ascoltato piu' volte sorprendendomi ogni volta, benche' sia notorio chi io sia un ascoltatore difficile e pretenzioso, del fatto che quella musica mi piaceva e molto. Non fidandomi di me stesso, durante una cena con il mio amico e grafico Marco Pennisi a cui era presente anche Luca Conti, il neo direttore di Musica Jazz, l'ho fatto ascoltare anche a loro a mo di Blindfold test: senza rivelare chi suonava e dove fosse stato registrato.
L'apprezzamento loro e di altri e' stato unanime con il forte suggerimento di pubblicarlo. Più che Jazz Jazz queste musiche si potrebbero etichettare, ammesso che questo abbia un senso ma tanto per capirci, come World Jazz e, credo non a caso, sono proprio i due temi di John Coltrane e Ornette Coleman a caratterizzarlo più di altri in questo senso. 

martedì 30 ottobre 2012

Harold Mabern – Mr. Lucky: A Tribute to Sammy Davis, Jr.

Il pianista Harold Mabern ha recentemente pubblicato il suo primo album da leader con l'etichetta High Note, dal titolo Mr. Lucky: A Tribute to Sammy Davis, Jr., un sorprendente tributo al grande artista ed intrattenitore.


Ecco un estratto di una recensione tratta dal sito Audiophile Audition:
"Anche se Sammy Davis, Jr. una volta veniva considerato "il più grande intrattenitore vivente", visto che era altrettanto abile come cantante, ballerino, imitatore e attore, troppe persone lo ricordano solo come qualcuno che cercò di resistere troppo a lungo, ed un sostenitore di Richard Nixon (certamente non la persona più amata in giro). 
Egli divenne noto alla generazione successiva come The Candy Man, e l'anello debole del Rat Pack, un artista di retrovia rispetto a Frank Sinatra e Dean Martin.
Sammy nel suo periodo di massimo splendore negli anni '50 e '60 fu una forza da non sottovalutare.  Ebbe molti grandi successi, tra cui What Kind of Fool Am I? e Too Close for Comfort. Ottenne una nomination al Tony per Golden Boy. Le sue capacità di ballerino erano eccezionali, soprattutto per il tip tap, ed aveva il dono delle imitazioni.
Un album tributo a Sammy era atteso da tempo, quindi è stato piuttosto sorprendente che fosse il pianista Harold Mabern ad onorare Sammy. Harold riecheggia la lode per Davis, chiamandolo "il più grande performer di sempre."
Mabern ha quindi deciso di registrare un album tributo tutto strumentale per raccogliere sia i più grandi successi della carriera di Sammy, così come alcuni brani meno noti.
Una composizione originale di Mabern, Soft Shoe Trainin’ With Sammy, completa la selezione dei pezzi, ed è un omaggio alla grandezza di Davis come ballerino.

Jacky Terrasson in diretta questa sera su TSF Jazz

Questa sera sul sito dell'emittente francese TSF Jazz sarà trasmesso in diretta dal locale parigino Duc Des Lombards, il webcast del concerto del pianista Jacky Terrasson. Terrasson sarà accompagnato dal suo trio, con Burniss Earl Travis (contrabbasso) e Justin Faulkner (batteria), più prestigiosi ospiti come il sassofonista Michel Portal, Minino Garay alle percussioni e la cantante Cécile McLorin Salvant. 


Jacky Terrasson è senz’altro, assieme a Brad Mehldau, uno dei talenti più acclamati venuti alla ribalta sulla scena jazz internazionale a cavallo tra anni ’80 e ’90.
Studia a Parigi piano classico fin quando scopre la nutrita collezione di dischi jazz della madre. A diciannove anni parte per gli Stati Uniti, soggiorno di studio al “Berklee” di Boston e poi ritorno a Parigi, dove lavora tra gli altri con Dee Dee Bridgewater, Barney Wilen e Ray Brown.
Il ritorno negli USA è marcato nel 1993 dal primo premio al prestigioso concorso “Thelonious Monk” a Washington D.C. E’ il preludio di una folgorante carriera che lo porterà in pochi anni a suonare sui palcoscenici di tutto il mondo e a firmare per la prestigiosa Blue Note, poi per Concord Music e per EmArcy.
Con uno stile tecnicamente perfetto, Terrasson abbina la tradizione modernista europea (ascoltandolo possono a volte venire in mente Debussy e Ravel) e l’alta scuola dell’improvvisazione pianistica jazz, in linea con una tradizione che da Art Tatum, passando per Bud Powell, Ahmad Jamal e Thelonious Monk, arriva a Bill Evans.

Michael Blake & Kingdom Of Champa in webcast su Radio 3

Questa sera sul sito di Radio3 della Rai sarà trasmesso il webcast del concerto di Michael Blake & Kingdom Of Champa, registrato il 22 gennaio 2012 al Teatro Manzoni di Milano nell'ambito della rassegna "Aperitivo in Concerto".


Aperitivo in Concerto”, ha ospitato l'innovativo e poetico progetto del tenorista Michael Blake, voce fra le più originali e poetiche della musica improvvisata di oggi, musicista ben conosciuto anche per le sue collaborazioni con Ben Allison, Enrico Rava, Steven Bernstein, Giovanni Guidi e i Lounge Lizards. 
Kingdom of Champa è un’appassionante lettura/ricordo di un viaggio, musicale e culturale, compiuto dallo stesso Blake in Vietnam dopo la fine delle guerra con gli Stati Uniti. 
Non è casuale che questo appassionante lavoro musicale si riferisca non al Vietnam in generale ma al mitico regno di Champa, che fiorì nell'attuale Vietnam centro-meridionale tra il VII e il XV secolo ed ebbe il suo apogeo nel IX e X secolo: si trattò, infatti, di una vicenda storica peculiare. 
Nel regno di Champa, infatti, non era la cultura d’origine cinese a dominare, bensì quella hindu: a partire dal IV secolo venne adottato il sanscrito come lingua colta e l'induismo come religione, e in particolare il culto di Shiva. A partire dal X secolo il commercio marittimo arabo nella regione introdusse inoltre crescenti influssi islamici. 
Un impasto interculturale fuori dal comune, dunque, che ha caratterizzato in modo particolare un’intera area del Sudest asiatico, lasciando tracce che Blake ricupera con infallibile senso poetico. Le affascinanti e incantatorie melodie di una tradizione antichissima vengono reinventate, reinterpretate, e rese trascinanti e coinvolgenti elementi di una performance avventurosa, quasi teatrale, da un gruppo musicale che comprende una pletora di artisti di eccezionale notorietà come il batterista Hamid Drake, il vibrafonista Bryan Carrott, la flautista Nicole Mitchell, il trombettista Steven Bernstein, il chitarrista David Tronzo e altri ancora.

REPLAY: Le passeggiate di Monk (2a parte)

(Pubblicato originariamente il 29 dicembre 2011)
Concludiamo la pubblicazione di un estratto di un interessante articolo biografico su Thelonious Monk, pubblicato sul magnifico sito Counterpunch.org.


"Il caso di Monk finalmente arrivò a processo in ottobre. Il giudice del caso sembrava costernato dal fatto che Monk fosse stato detenuto così a lungo in base a prove inconsistenti e lo liberò. Ma il mondo era cambiato in quei sessanta giorni. Per cominciare, il suo produttore Alfred Lion aveva pagato la sua quota sindacale. Lion aveva anche riunito otto vecchi registrazioni a 78 giri, per un long-playing per la Blue Note dal titolo The Genius of Modern Music. Gli LP erano una novità nella scena jazzistica e questo formato consenti a Monk un nuovo tipo di libertà, che gli permetteva di estendere le sue improvvisazioni al di là del rigoroso limite dei tre minuti dei 78 giri.
Ma c'era un problema serio. Dopo l'arresto di Monk, le autorità di New York avevano revocato la sua carta di cabaret, che occorreva per suonare nei locali che servivano alcolici. E sarebbe stato difficile promuovere il nuovo album, se non avesse potuto suonare in pubblico.
Così, durante quei mesi, Monk trascorse la maggior parte del suo tempo a casa: cucinando, pulendo e badando a sua madre ed al suo piccolo figlio. Fece un po' di soldi dando lezioni di pianoforte a casa sua, arrangiando canzoni per altri gruppi, insegnando ai giovani musicisti i cambi di accordi e armonici della nuova musica che lui, Bird e Powell avevano inventato al Minton’s Playhouse negli anni '40.
Monk faceva lunghe passeggiate nella notte, quando Nellie tornava a casa, componendo nuove canzoni nella sua testa, ristrutturando vecchi standard in nuove forme sorprendenti ed ascoltando la musica jazz e blues che veniva fuori dai club di Harlem. A volte andava a Brooklyn a suonare in bar di proprietà di neri, luoghi che sfidavano apertamente il divieto della New York Liquor Authority verso i musicisti senza carta. Altre sere andava a casa di Art Blakey, dove i due titani del jazz giocavano a scacchi fino alle ore piccole.
Tutto sommato, le condizioni di vita di Monk non erano migliorate molto. Le registrazioni con la Blue Note non vendettero molto e neanche gli eccellenti album con la Prestige con Sonny Rollins e Max Roach, che erano seguiti. Ancora non riusciva a fare molti concerti a pagamento ed inoltre gli venivano negate anche le royalties di Round Midnight, una delle canzoni più eseguite negli anni '50.
I critici in gran parte erano confusi dallo stile di Monk. Non era così appariscente o veloce come Art Tatum, e non era così trascendente come Powell, il grande virtuoso. L'idioma di Monk era pieno di passaggi tortuosi e tempi difficili, scandito da strani silenzi e spazi negativi, come se avesse deciso di spogliare le canzoni fino ai soli elementi essenziali.
Nellie chiamò quei giorni di magra "non anni"; Monk impantanato in una sorta di esilio interno, essendogli stato vietato di suonare nei club, si ritirò nella sua testa, andando alla deriva insieme al suo proprio tempo. "Non c'erano soldi", disse Nellie. "Nessun posto dove andare. Un vuoto completo."

E' morto Terry Callier

Si è spento ieri mattina all’età di 67 anni Terry Callier, cantante, cantautore e chitarrista esponente del genere musicale ibrido  ”jazz-folk” con una carriera cominciata a metà anni 60 e nonostante le  frammentarie produzioni, continue uscite di scena, e numerose attività parallele il cantautore originario di Chicago è riuscito a lasciare un’importante traccia nella storia della musica.


Terry Callier da ragazzino imparò a suonare il pianoforte ed era amico di Curtis Mayfield, Major Lance e Jerry Butler; durante l'adolescenza cantò in un gruppo che faceva musica doo-wop. Nel 1962 fece un provino per la Chess Records, registrando il suo singolo di debutto, "Look at Me Now".
Mentre frequentava il college, si esibiva in club e locali di Chicago, e fra le sue influenze musicali al primo posto vi era John Coltrane. Nel 1964 conobbe Samuel Charters della Prestige Records, con il quale l'anno seguente registrò il suo primo album, The New Folk Sound of Terry Callier, pubblicato nel 1968. Due sue canzoni, "Spin, Spin, Spin" e "It's About Time", vennero incluse dal gruppo di rock psichedelico H. P. Lovecraft nel 1968 nel loro album H. P. Lovecraft II: con gli H. P. Lovecraft lavorava il produttore George Edwards, che nel 1969 avrebbe co-prodotto numerose canzoni di Callier.
Nel 1970 Callier si unì al Chicago Songwriters Workshop formato da Jerry Butler, scrisse canzoni per le etichette Chess e Cadet, tra cui "The Love We Had Stays on My Mind", successo dei Dells del 1972, che gli fece guadagnare un contratto con la Cadet; seguirono tre album molto lodati dalla critica ma di scarso successo commerciale, prodotti da Charles Stepney in uno stile che gli addetti ai lavori definirono "jazz-folk": Occasional Rain (1972), What Color Is Love (1973) e I Just Can't Help Myself (1974).
Andò in tournée con George Benson, Gil Scott-Heron e altri. Ciò nonostante, la Cadet rescisse il contratto con Callier e il Songwriters Workshop chiuse i battenti nel 1976. L'anno seguente Callier firmò un nuovo contratto con la Elektra Records, e pubblicò gli album Fire On Ice (1977) e Turn You to Love (1978), la cui prima traccia, "Sign Of The Times", sarebbe diventato il pezzo di maggior successo di Callier in USA, raggiungendo il n. 78 della classifica R&B nel 1979 e favorendo la sua partecipazione al Montreux Jazz Festival.

The Bryan Ferry Orchestra - The Jazz Age

Se mai c’è stata un’icona musicale e una decade destinate ad incontrarsi esse sono Bryan Ferry e i ruggenti anni ‘20. l’artista come macchina creativa, con una sorprendente carriera di infinite sorprese, gioie e innovazioni, e la decade – un periodo di decadenza e modernità e giovani brillanti – percorsa da un brivido.


Perciò per celebrare il 40° anniversario della sua incredibile carriera sia come artista solista che come fondatore dei Roxy Music, Ferry ha ri-registrato alcune delle sue composizioni, eseguite dalla The Bryan Ferry Orchestra nello stile musicale degli anni ’20.
Spinto dal fascino esercitato da quel periodo tra le due guerre noto come ‘The Jazz Age’, Ferry ha registrato le canzoni in versione strumentale. “Molta della musica che ascolto oggigiorno è strumentale," spiega "e volevo che le mie canzoni avessero una vita alternativa, una vita senza le parole.”  
Per il gruppo, Ferry ha riunito molti dei grandi jazzisti inglesi che hanno suonato sul suo precedente tributo agli anni ’30,  l’album ‘As Time Goes By’, compreso il pianista che lo accompagna da anni e suo direttore musicale Colin Good, col quale Ferry ha lavorato a stretto contatto sui nuovi arrangiamenti.
The Jazz Age’ è una raccolta contagiosa di brani senza tempo che risvegliano lo spirito degli  Louis Armstrong's Hot Seven, dei  Wolverines di Bix Beiderbecke e dell’Original Dixieland Jazz Band.

Gigi Cifarelli Trio al Fermento Art&Npub di Milano

Domani sera, alle ore 21.30, al Fermento Art&nPub di Milano, Gigi Cifarelli si esibirà in trio con Niccolò Cattaneo (organo hammond) e Enrico Santangelo (batteria). 


«Per me che ho vissuto in prima persona il momento più intenso della musica di qualità a Milano, negli anni in cui bastava fare pochi km per trovare gente che suonava ad altissimo livello in tanti posti, è un vero piacere suonare al Fermento per il fatto di ritenerlo una delle pochissime nuove iniziative a livello di proposte musicali a Milano. – commenta Gigi Cifarelli –  Ormai, come in tutta Italia, impera la cultura della banalità dove conta soprattutto ciò che si riesce a far credere di essere e non ciò che si è veramente. Essendo tutto in regime di crisi, mi propongo con uno small trio con 2 grandi amici e musicisti: Niccolò Cattaneo all'organo e Enrico Santangelo alla batteria con la certezza di passare insieme a chi sarà presente una serata serena e piena di sorrisi. »
Dalla metà degli anni 80 fino quasi tutti gli anni 90 con l’uscita dei primi 2 cd della sua produzione, la sua chitarra appare al top in gran parte degli spazi musicali, sia nell’ambito jazz e funky che in quello pop, collaborando a diversi cd di Mina, di Renato Zero,  di Tullio De Piscopo, dei Dirotta su Cuba e di tanti altri cantanti di punta nel panorama della musica leggera italiana, diventa il beniamino e un modello da seguire per tanti giovani chitarristi italiani, i lettori delle riviste specializzate infatti lo eleggono per 5 anni consecutivi “miglior chitarrista jazz e fusion” cosa che non si ripete negli anni successivi perché il suo nome vien messo in un virtuale Olimpo a cui accedevano i musicisti votati per 5 anni consecutivi fuori classifica e per poter quindi votare e dar lustro ad altri talenti emergenti.
Nel 95 viene invitato da Marcel Dadi al festival “les nuits de la guitare” in Francia ed entra in una dimensione internazionale salendo sullo stesso palco di John Scofield Philipe Caterine Toots Thielemans Mike Stern Bireri Lagrene, suscitando stima e ammirazione ovunque, oltre che per la sua grande energia musicale anche per la sua grande verve e simpatia, questo negli anni a seguire lo fa scegliere per essere addirittura il Padrino del festival di Sete sur Mere nel sud della Francia dove si esibisce in quell’anno con Bireli Lagrene e con Silvan Luc e dove poi tornerà ancora 2 volte incontrando Pat Metheney e altri grandissimi nomi, partecipa in quel periodo anche al festival di Marsiglia e di Tolosa dividendo la serata e il palco con Scott Henderson.

Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura chiudono la rassegna "Musica ai Frari" a Venezia

Sabato 3 Novembre alle ore 21.15 presso la Basilica dei Frari di Venezia concerto del duo Paolo Fresu (tromba, flicorno) e Daniele Di Bonaventura (bandoneòn).


Il trombettista Paolo Fresu ed il pianista nonché bandoneònista Daniele Di Bonaventura sono due fra i jazzisti più interessanti della generazione maturata nel corso degli anni ’90, largamente apprezzati, non solo in Italia, per le loro rare qualità artistiche. Jazzisti curiosi, aperti alle più diverse esperienze musicali, a partire da quelle legate ai loro rispettivi luoghi d’origine, la Sardegna e le Marche, Fresu e Di Bonaventura si sono imposti, oltre che per la loro indiscutibile tecnica strumentale, per un non comune talento compositivo, che li porta a prediligere il ruolo di leader in progetti sempre nuovi e stimolanti.
Paolo Fresu, nato a Berchidda nel 1961, oltre a guidare da quasi trent’anni un quintetto che non ha mai variato i suoi componenti (Tino Tracanna, Roberto Cipelli, Attilio Zanchi ed Ettore Fioravanti), privilegia nell’ultimo periodo la formula del duo, a lui particolarmente congeniale, che lo vede affiancato a Omar Sosa e Ralph Towner, Ludovico Einaudi e Uri Caine. Si è avventurato spesso e volentieri anche al di fuori dello stretto ambito jazzistico, trovandosi a dialogare con, fra gli altri, attori–scrittori come Stefano Benni, Marco Paolini e Lella Costa. Daniele Di Bonaventura, nato a Fermo nel 1966, ha compiuto regolari studi classici, diplomandosi in composizione. Ha messo il pianoforte e il bandoneòn al servizio di musicisti del calibro di Rita Marcotulli e Peppe Servillo, Miroslav Vitous e Javier Girotto. Collabora stabilmente con il Vertere String Quartet, con cui ha anche registrato. Ha inciso recentemente un disco–omaggio ad Astor Piazzolla con moti ospiti importanti, album uscito in allegato al numero di settembre 2012 del mensile specializzato Musica Jazz.

domenica 28 ottobre 2012

Duke Ellington’s music and race in America (sesta parte)

Termina la pubblicazione del lungo e bellissimo articolo, pubblicato sul NewYorker, che illustra la vita e la musica di Duke Ellington con particolare riguardo alla questione razziale (a questo link c'è la quinta parte).


"La sua rinnovata statura non impedì le polemiche nella comunità nera, quando, nel 1959, la N.A.A.C.P. dette ad Ellington il suo massimo riconoscimento. I destinatari del riconoscimento nei due anni precedenti furono Martin Luther King, Jr., e gli attivisti per i diritti civili Daisy Bates e Little Rock Nine. Ora gli editoriali dei giornali afro-americani domandarono dubbiosi: che cosa aveva fatto Ellington per meritare questo onore? 
Non era solo la questione di ciò che la musica aveva a che fare con i diritti civili; Jackie Robinson l'aveva vinto nel 1956, senza che tali questioni fossero sollevate nel baseball. Piuttosto, come l'articolo del Time aveva scritto, "Duke non è un nemico militante della segregazione." Invece notò che "egli suona per un pubblico segregato nei suoi viaggi annuali attraverso il Sud", ed aggiunse che Ellington aveva spiegato, con una scrollata di spalle verbale, "Lo fanno tutti".
Che cosa aveva fatto per meritare quest'onore? La risposta pienamente fattuale fu che egli aveva raccolto un sacco di soldi nel corso degli anni suonando nei concerti di beneficenza per la N.A.A.C.P., e per molte altre organizzazioni che avevano chiesto il suo aiuto. 
Ma c'erano anche delle risposte più profonde. Ellington, offeso dall'accusa di aver taciuto sui diritti civili, rispose che quelli che aveva dubitato di lui semplicemente non utilizzavono le proprie orecchie. 
"Non hanno mai ascoltato la nostra musica", disse. "Per molto tempo, la protesta sociale e l'orgoglio della cultura e della storia nera sono stati i temi più significativi in quello che abbiamo fatto." In sintesi: "Abbiamo parlato per un lungo periodo di tempo su ciò che significa essere nero in questo paese." 
Per Ellington, essere nero in questo paese significa trattare questioni difficili in modo strategicamente diverso. In precedenza negli anni Cinquanta, aveva litigato con la N.A.A.C.P., sul fatto che suonasse in teatri segregati, sostenendo che i suoi musicisti dovevano guadagnarsi da vivere, e che la N.A.A.C.P. si sarebbe dovuta concentrare su questioni più urgenti (come "i servizi igienici e fontane dell'acqua nelle sale d'attesa per la gente di colore"). 
Allo stesso tempo, aveva scritto privatamente al presidente Truman, chiedendo se la figlia di Truman, Margaret, una cantante, poteva essere utilizzata come presidente onorario per un concerto di beneficenza della N.A.A.C.P., i cui proventi sarebbero stati utilizzati "per eliminare la segregazione, la discriminazione, il fanatismo", e altri mali americani. La lettera fu scoperta dallo storico musicale John Edward Hasse nella Biblioteca Truman, nella quale la richiesta di Ellington fu segnata con la parola "No!" sottolineata due volte.

Sonny Rollins: Live In 65 & 68 (video)

Questi video sono degli estratti di due spettacolari concerti tenuti alla metà ed alla fine degli anni '60, ripresi dalla televisione danese al vertice di uno dei periodi più creativi della carriera di Sonny Rollins.


Rollins è affiancato da alcuni dei più leggendari sideman della storia del jazz, tra cui il 19enne Niels-Henning Ørsted Pedersen, il batterista Alan Dawson ed il pianista Kenny Drew.
Da questi video è stato tratto un magnifico Dvd della serie Jazz Icons, che presenta note di copertina di Ashley Kahn, una prefazione di Joe Goldberg e postfazione di Joe Lovano, Cover photo di Jan Persson, un booklet fotografico di Jan Persson e Lee Tanner ed un collage di memorabilia.
Le performances di questo DVD presentano due incredibili versioni del classico "St. Thomas" e rafforzare l'idea che l'incomparabile stile ed il genio di Sonny Rollins continua a influenzare le nuove generazioni di giovani musicisti jazz.

sabato 27 ottobre 2012

REPLAY: Le passeggiate di Monk (prima parte)

(Pubblicato originariamente il 26 dicembre 2011)
Iniziamo la pubblicazione di un estratto di un interessante articolo biografico su Thelonious Monk, pubblicato sul magnifico sito Counterpunch.org.


Monk amava passeggiare. Egli attraversava tutta la città a piedi, leggero come un ballerino di tip-tap. Faceva la sua strada isolato dopo isolato, fischiettando, canticchiando, facendo schioccare le dita. A Monk piaceva prendere strade diverse, ma la maggior parte di loro portavano al fiume Hudson, dove questo grande uomo col cappello strano si appoggiava alla ringhiera per guardare le luci della città danzare nell'acqua scura.
Si dice che molte delle poesie raccolte nelle sue liriche ballate, sono state scritte grazie al ritmo delle lunghe passeggiate sulle colline del Lake District. Thelonious Monk compose un pò della musica più rivoluzionaria del 20° secolo per le strade di Manhattan, nelle sue lunghe escursioni per i marciapiedi o guardando verso il fiume pigro. Quei nuovi e freschi suoni scorrevano nella sua testa mentre si aggirava per la città: Criss Cross, Coming on the Hudson, Brilliant Corners, Manhattan Moods.
Ma in una notte bollente di agosto del 1951, Monk perse la sua passeggiata serale. Invece se ne stava seduto in una macchina davanti alla casa di sua madre con il suo amico Bud Powell. Sua madre, Barbara, aveva il cancro, e lui era a casa con lei quando Powell, il genio tormentato, arrivò con un paio di suoi amici.
Powell era agitato, maniaco, parlava a schiocchi. Egli girava intorno alla cucina, urlando un flusso di invettive. Monk cercava di calmarlo. Bud non era stato più lo stesso da quella notte a Philadelphia, quando un poliziotto razzista gli spaccò la testa con un manganello. Era uscito fuori di testa, un po' paranoico, un po' ombroso. Powell era diventato così imprevedibile che anche il suo vecchio amico Charlie Parker, si rifiutò di suonare con lui, dicendo a Miles Davis: "Bud è ancora più pazzo di me!".
Sempre più, Powell aveva bisogno di alcol e droga solo per tenere ferme le mani, per riuscire a stare sul palco, per smorzare il pulsare doloroso nella sua testa. A volte il suono della voce di Monk riusciva ad aiutarlo, a riportarlo nuovamente nel solco. In questa notte fatale, Monk suggerì di andare in macchina a parlare, in modo che sua madre e il suo giovane figlio riuscissero a dormire.
Pochi minuti dopo, due poliziotti di New York si avvicinarono alla macchina, oscillando i manganelli. Erano della squadra narcotici, in giro per molestare i drogati locali. Quando Powell vide i poliziotti, gli prese il panico. Egli gettò freneticamente una piccolo sacchetto di eroina verso il finestrino. Ma lo mancò ed il pacchetto atterrò ai piedi Monk. I poliziotti raccolsero la busta e notarono i residui di droghe e prontamente li arrestarono con l'accusa di possesso di sostanze stupefacenti.

In uscita il nuovo album di Joe Lovano

Il prossimo 8 gennaio il sassofonista e compositore Joe Lovano pubblicherà Cross Culture, sua 23a registrazione per la Blue Note e terza consecutiva con il suo celebrato quintetto US Five.  


L'album contiene 10 composizioni originali Lovano, oltre ad una sorprendente interpretazione della splendida ballad di Billy Strayhorn "Star Crossed Lovers".
Oltre al suo gruppo principale (il pianista James Weidman, i bassisti Esperanza Spalding o Peter Slavov ed i batteristi e Otis Brown III e Francisco Mela) ci sarà l'audace chitarrista africano, oltre che compagno alla Blue Note, Lionel Loueke, con i quali Lovano cerca di offrire una più compiuta rappresentazione di un carriera alla ricerca di una nozione universale del  linguaggio musicale.
"Da quando ho iniziato a fare dei tour alla fine degli anni '70, ho raccolto degli strumenti dall'Asia, Africa, Medio Oriente, Europa orientale e occidentale, e Nord e Sud America," dice Lovano, che, oltre al suo immediatamente riconoscibile sassofono tenore, improvvisa su G-mezzosoprano, tarogato e aulochrome, e suona una serie di percussion-bells e shakers, un paddle drum israeliano, ed un tamburo a fessura nigeriano chiamato oborom.
"Ho passato tutta la vita con la passione di ascoltare gli spiriti, nei suoni degli antenati comuni di questi strumenti, creando la musica, ma sentendo la terra. Essi si manifestano attraverso le mie composizioni e nel nostro modo di suonare insieme."

Intervista ad Archie Shepp

Sul sito de Il Giornale è stata pubblicata una bella intervista di Antonio Lodetti al sassofonista Archie Shepp, in occasione del concerto che domani mattina inaugurerà la stagione di "Aperitivo in Concerto".


La sua musica non fa sconti a nessuno; è stato uno dei più fertili esponenti del free jazz e un pioniere dell'avanguardia «arrabbiata», con uno sguardo rivolto al futuro e un altro alla tradizione afrocentrica del jazz. 
Infatti domani alle 11 al Teatro Manzoni di Milano apre - in prima italiana - la stagione di Aperitivo in concerto insieme al gruppo di Tangeri Dar Gnawa. 
«Una collaborazione partita nel 2000 - racconta Shepp - che ha prodotto un album come Kindred Spirits e che vorrei sviluppare per entrare sempre più nelle radici africane del jazz. Partecipai per la prima volta al Festival Panafricano nel 1969 e rimasi affascinato non solo dai suoni ma anche dai riti, dalla cultura, dal costume».
La sua è una ricerca infinita. 
«Ho sempre a cuore la diaspora degli africani in terra americana. Il jazz è sempre stato una minaccia per il potere perché parla di liberazione, dai canti di lavoro a Duke Ellington, dall'antico blues di Charley Patton a Sonny Rollins. I worksongs, i canti di lavoro degli schiavi, per modalità e forma espressiva sono stati una novità assoluta nel mondo musicale americano».
La musica per lei - dalla collaborazione con Cecil Taylor - è sempre stato uno strumento di lotta.
«Io suono per la gente che soffre. Con Taylor ho imparato ad andare oltre ogni barriera di stile e di genere per esprimere la massima libertà interpretativa grazie ad album come The World of Cecil Taylor. Il compito della musica d'avanguardia è quello di portare la tradizione nel presente. Di tutelare l'afroamericano, l'africano e il loro mondo».

venerdì 26 ottobre 2012

Incredibile serata di concerti questa sera in webcast sulle radio internazionali

Questa sera le radio internazionali ci offrono una intensissima serata di concerti con una programmazione in grado di soddisfare qualunque tipo di esigenza. Oltre alla diretta audio e video del Deutsches Jazzfestival Frankfurt trattato in un altro post, la serata ci propone in webcast altri cinque splendidi concerti che vado ad elencare in ordine di orario di programmazione.


Alle ore 21,30, l'emittente TSF Jazz proporrà il webcast del concerto dei trio del pianista Aaron Goldberg con Reuben Rogers al contrabbasso e Obed Calvaire alla batteria, trasmesso in diretta dal festival Jazz sur son 31 di Tolosa.
Aaron Goldberg è uno dei pianisti che si sono messi più in vista negli ultimi anni, grazie anche alle sue partecipazioni in vari gruppi di Joshua Redman e ultimamente con la band di Wynton Marsalis. Musicista molto solido, dotato di grande articolazione dispiegata in un fraseggio pieno di drive, Goldberg possiede inoltre un forte senso ritmico e un bell’affondo di tocco, che conferiscono alle sue esecuzioni un notevole dinamismo. Le sue qualità di accompagnatore sono immediatamente avvertibili nell’assetto che sa conferire al bilanciamento della sezione ritmica, e sono subito percepibili nelle performances cui prende parte. 
Clicca qui per ascoltare questo concerto a partire dalle ore 21,30.

Alle ore 22,05 l'emittente tedesca NorthWest Radio trasmetterà il concerto del Lester Bowie's Brass Fantasy registrato a Brema il 20 febbraio del 1986.
Il grande trombettista Lester Bowie, sperimentatore di nuove sonorità sulla tromba, che per più di venti anni, ha diretto l´Art Ensemble of Chicago, le cui architetture sonore appartengono a quanto di più eccitante abbia prodotto il jazz sperimentale moderno fra libera improvvisazione e la conquista di un patrimonio culturale etnico, nel 1985 creò quasi come un´occupazione a latere la Brass Fantasy, un insieme di 8 fiati sostenuti dalla batteria che nelle intenzioni dell´ideatore avrebbe dovuto far rivivere la tradizione nera nei panni del jazz sperimentale, coraggiosamente messo in atto. In questa formazione i musicisti eseguono variazioni sugli schizzi compositivi suggeriti da Lester Bowie, trasformandoli in viaggi esplorativi per mezzo della tradizione culturale nera; improvvisano sopra un martellante ritmo di reggae, fanno risuonare una marcia stile New Orleans, fanno riemergere situazioni sonore del blues, si scontrano con le grida del free jazz, si destreggiano sul terreno di una big band classica e di sacri suoni gospel e tutto questo risuona ancora con forza e in maniera irripetibile.
Clicca qui per ascoltare questo concerto a partire dalle ore 22,05.

Endangered Blood Live al Bimhuis (audio)

Mettete insieme due dei più originali sassofonisti della scena avant-jazz, un bassista dall’animo punk-rock e uno dei batteristi più fantasiosi e anarchici degli ultimi anni. Avrete una band come Endangered Blood, che sperimenta con inesauribile fantasia nuove traiettorie tra jazz postmoderno, rock e sonorità urbane.


Il quartetto – che ha base a Brooklyn – unisce Chris Speed (sax tenore con Claudia Quintet, Bloodcount, Pachora, yeah NO), Jim Black (dietro i tamburi con Laurie Anderson, Dave Liebman o alla guida degli AlasNoAxis), Trevor Dunn (storico bassista di Fantomas, Mr. Bungle e John Zorn) e il sassofonista/clarinettista Oscar Noriega (già con Tim Berne e Lee Konitz).
Il loro omonimo disco di debutto, per l’etichetta Skirl, ha subito colpito critica e pubblico per la freschezza della musica e la contagiosa energia delle performance dal vivo, che riesce a trasmettere al tempo stesso il furore dei ritmi più aggressivi e la ricercatezza degli impasti armonici e melodici.
Tra unisoni leggeri dei fiati e brucianti squarci free, frammenti post-bop e aromi folk, senza perdere mai il contatto con la nuda terra del blues e dell’ossessione funk, gli Endangered Blood sono una delle band più eccitanti in circolazione, tutta da vivere in totale libertà.
Il sassofonista e clarinettista Chris Speed è una delle colonne del jazz newyorkese sin dai primi anni Novanta. Messosi in luce nei gruppi di Tim Berne e Dave Douglas, è anche apprezzato leader di formazioni come Pachora, yeah, No, in cui può dispiegare tutta la sua vorace fantasia stilistica, che abbraccia sia i più recenti linguaggi della ricerca afroamericana che le tradizioni popolari ebraiche e balcaniche.

REPLY: In uscita Echoes of Indiana Avenue, album inedito di Wes Montgomery

(Pubblicato originariamente il 19/12/2011)
Recentemente sono stati ritrovati e restaurati degli inediti nastri di Wes Montgomery persi da tempo. La Resonance Records pubblicherà il prossimo 6 marzo 2012, Echoes of Indiana Avenue, il primo album di musica inedita di Montgomery da oltre 25 anni, che coincide con quello che sarebbe stato l'88° compleanno di Montgomery.


Dopo oltre un'anno è mezzo di lavorazione, la release offrirà una rara visione rivelatrice di una leggenda della chitarra. I nastri sono le prime registrazioni conosciute di Montgomery come leader, che anticiparono il suo album di debutto del 1959 con l'etichetta Riverside. L'album mette in mostra Montgomery in performances del 1957 e 1958 nei night-club della sua città natale Indianapolis, oltre a rare registrazioni in studio. La pubblicazione è anche ben confezionata, contenendo fotografie inedite e significativi scritti di celebri scrittori musicali e musicisti, tra cui il chitarrista Pat Martino e dei fratelli di Montgomery, Buddy e Monk.
In questa scintillante scoperta, Montgomery suona un jazz straight-ahead, mostrando chiaramente il suo lato be-bop. Ascoltando queste registrazioni viene riaffermata la profonda influenza esercitata da Montgomery su generazioni di chitarristi, George Benson, Pat Martino, Joe Pass a John Scofield, Pat Metheny, Kevin Eubanks, Russell Malone e Kurt Rosenwinkel.
Insieme al batterista Paul Parker, al tastierista Melvin Rhyne, al pianista Earl Van Riper, al bassista Mingo Jones e al batterista Sonny Johnson, ed anche su un pezzo con i fratelli Monk al basso acustico e Buddy al pianoforte, Montgomery swinga con abbandono su un programma di pezzi incendiari e ballate. 
Vi sono incluse le interpretazioni di Diablo's Dance di Shorty Rogers, Misty di Erroll Garner e Take The A Train di Billy Strayhorn, così come gli standard jazz Darn That Dream e Body and Soul. Montgomery rivela anche le sue radici blues con After Hours Blues. Altrove su Echoes of Indiana Avenue c'è un duetto tra Wes e l'organista Rhyne su una bella versione di Round Midnight di Thelonious Monk e su una fedele riproposizione della latineggiante Nica's Dream di Horace Silver. Montgomery e i suoi fratelli affrontano anche una beboppistica versione di Straight, No Chaser di Thelonious Monk.
Come questi nastri siano stati perduti e ritrovati, dopo essere rimasti su uno scaffale per più di 50 anni, è una storia di intrighi che affascina collezionisti e appassionati. Anche se l'identità della persona che ha effettuato le registrazioni originali rimane sconosciuta, i nastri sono passati attraverso diverse mani prima di essere stati acquisiti nel 1990 dal chitarrista e fan di Jim Montgomery, Jim Greeninger.

Tre tappe italiane per Joe Jackson

Tre tappe italiane per Joe Jackson in occasione delle quali verrà presentato il suo nuovo album "The Duke", dedicato a Duke Ellington. Uscito a cinque anni di distanza da "Rain", The Duke rilegge il repertorio del leggendario compositore jazz, rivisitandolo in maniera inedita. A contribuire al disco, mostri sacri della musica: da Iggy Pop ai membri dei The Roots, dal chitarrista Steve Vai a Sharon Jones e la cantante iraniana Susan Deyhim. L'artista inglese sara' il 28 ottobre a Cormons (Gorizia), il 29 a Milano al Teatro Nazionale e il 31 all'Auditorium di Roma. 


Ecco un articolo su Jackson, pubblicato sul sito del Corriere della Sera edizione di Roma:
«Sono cresciuto in un deserto musicale. Da bambino alla radio passava solo il british pop: Beatles, Stones, Kinks... Gente che ancora amo, certo, ma per esplorare altri tipi di musica ho dovuto fate completamente da solo. Quindi mi sono buttato sulla musica classica e jazz, senza che nessuno mi dicesse che non era cool.  I miei dischi jazz preferiti? Troppi per elencarli, ma amo particolarmente le incisioni della Blue Note a cavallo tra gli anni '50 e '60, Horace Silver, Art Blakey... E tanto altro ancora, sia più recente che più vecchio... Sidney Bechet, ad esempio».
Il nome di Joe Jackson può apparire fuori luogo nel cartellone del Roma Jazz Festival all'Auditorium solo ai più distratti. Certo, è un artista pop. Ma di quelli che da tempi non sospetti ha sparso nel suo repertorio citazioni e dichiarazioni d'amore per il jazz. 
Brani e album come «Jumpin' Jive», «Night And Day», «Body And Soul». Da ultimo poi, ha messo su una «Bigger Band» in cui militano stelle del jazz come il bassista Darryl Jones e la violinista Regina Carter, per portare in tour i brani del suo ultimo album, intitolato a «Duke». 
Un mito: «Sono stato ispirato da Ellington - sostiene Jackson - perché sento di essere un tipo di musicista simile a lui - un eclettico compositore e arrangiatore il quale, piuttosto che essere brillante solo in una cosa, si fa carico anche della grande foto, della visone d'insieme, al cui interno altre persone possono usufruire di una parte delle luci della ribalta. E poi, anche se io sono un bianco inglese, lo ammiro come uomo, per il suo ruolo di leader e modello per l'America nera. La sua risposta al razzismo fu di avere una tale classe e dignità... E ha mantenuto il suo impegno ad eccellere e tenuto insieme la sua band, per oltre 50 anni».
Quando un artista prende a riferimento e usa un'altra opera d'arte, si dice che il modo migliore per interpretarla sia quello di tradirla. Joe Jackson ha rispettato la regola, dichiarandolo apertamente e scegliendo, ad esempio, di riproporre «Caravan» e «Mood Indigo», «Take The 'A' Train» e «The Mooche» escludendo del tutto i fiati, che pure tanta importanza hanno nell'universo musicale ellingtoniano: «Dovevo dare una mia interpretazione e non fare un'imitazione. 

Eric Alexander & Vincent Herring 5t featuring Harold Mabern al Torrione di Ferrara

Sabato 27 ottobre, le stelle della grande mela illuminano il Torrione San Giovanni di Ferrara con l’Eric Alexander & Vincent Herring 5t featuring Harold Mabern.


Pare che esista un ponte lunghissimo che collega direttamente la grande mela alla torre estense del jazz. Forse è un ponte formato da scie di stelle della musica, proprio come quelle che illumineranno il Torrione San Giovanni nella serata di sabato 27 ottobre (ore 21.30) con il quintetto di Eric Alexander & Vincent Herring featuring Harold Mabern: senza dubbio, quanto di meglio si possa ascoltare attualmente a New York nell’ambito del modern jazz.
Già protagonisti di due episodi discografici firmati High Note Records – Friendly Fire (2012) e Don’t Follow the Crowd (2011) – di una fortunata tournée internazionale e di abituali session al mitico Smoke Jazz Club di Broadway, due giganti del sassofono quali Eric Alexander e Vincent Herring si ritrovano sul palco del Torrione. 
Alexander inizia lo studio del pianoforte all’età di sei anni per poi virare al clarinetto, al sax alto e infine, nel periodo universitario, al sax tenore.
Quelli che ascoltavo al college sono gli stessi ‘gatti’ che m’influenzano oggi.” Afferma Alexander riferendosi a pionieri del bop, quali il mitico Charlie Parker.
Oggi, il sassofonista tenore americano, leader di un proprio quartetto e membro del gruppo di all-star, Chasing the Trane, insieme a Bobby Watson, Curtis Fuller, Cedar Walton, Jimmy Cobb e Ray Drummond, è riuscito ad imporre il proprio personale linguaggio nell’ambito della tradizione bebop, tanto da essere considerato tra i migliori della sua generazione.

Il tour di Mattia Cigalini

Il sassofonista Mattia Cigalini, uno dei giovani leoni del jazz italiano, è in tour in giro per l'Italia con diversi interessanti progetti. 


Innanzitutto riparte il Bad Romance tour, suo ultimo progetto, che consiste in una rivisitazione di brani pop contemporanei portati al successo da Shakira, Jennifer Lopez, Rihanna, Black Eyed Peas, Katy Perry e Lady Gaga, assieme ad alcune  composizioni originali di Cigalini. 
Rispettando la melodia originale dei brani, il gruppo li affronta con improvvisazioni jazzistiche di stampo moderno e con sonorità accattivanti, con ritmiche ora dilatate e quasi psichedeliche, ora incalzanti e decisamente rock.
I musicisti che accompagnano Cigalini in questo nuovo viaggio sono Bebo Ferra (chitarra ed effetti), Riccardo Fioravanti (basso elettrico ed effetti) e Stefano Bagnoli (batteria).

Ecco le prossime date del Bad Romance tour:
27 ottobre – Voghera (Pv) - Fondazione Adolescere
22 novembre - Stradella (Pv) - Teatro Sociale
23 novembre – Castellanza (Va) - Eventi InJazz Festival

Stefano Zeni - Passaggi Circolari

Oggi voglio segnalarvi un bel album italiano, Passaggi Circolari l'album di esordio come leader del violinista e compositore Stefano Zeni che si racconta, delineando uno spaccato della sua vita artistica e privata dal 2003 a oggi, in undici tracce strumentali, tutte originali e a sua firma, di un moderno jazz-rock contaminato da sonorità world music. 


Prodotto dall'etichetta tedesca YVP MUSIC, che vanta nel suo catalogo Enrico Pieranunzi, Enrico Rava, Franco D'Andrea, Lino Patruno, Tiziana Ghiglioni e Gianni Basso, il cd è disponibile in versione download su Itunes, Amazon e negli altri digital stores.
A fianco di Stefano Zeni hanno lavorato alla registrazione dell'album molti nomi di spicco del panorama musicale italiano. Nella sezione ritmica si alternano alla batteria artisti del calibro di Ellade Bandini e Joe Damiani, il quale ha curato anche parte delle percusssioni. Ai fiati compaiono l'oboe di Mario Arcari e i sax di Guido Bombardieri ; alle tastiere ci sono Eros Cristiani e Diego Maggi. Ancora, il violinista bresciano è accompagnato da amici musicisti, veri fuori classe, che con lui hanno condiviso molte serate e tournée quali il percussionista Maurizio Giannone (Corimè), il pianista Antonio Prencipe (vincitore del premio Massimo Urbani) e il bassista Davide Dejana.
"Sia umanamente che musicalmente questo album è frutto di incontri, ascolti, passioni e riflessioni che hanno segnato la mia vita fino a ora.
La vita è nel suo complesso punteggiata da una miriade di passaggi che conducono da una fase all'altra attraverso essa; questi passaggi possono essere lineari o circolari. La circolarità della vita, della storia, dell'universo e della musica guarda al futuro non dimenticando mai le proprie origini.
Mi piace pensare di abbattere le barriere tra i generi musicali miscelando semplici melodie con la spontanea freschezza dell'improvvisazione jazz, la raffinatezza ritmica della fusion e il calore della world music." 

Deutsches Jazzfestival Frankfurt 2012 in diretta video e audio

Oggi e domani, su questo blog potrete vedere ed ascoltare in diretta video e audio il webcast di oltre 5 ore giornaliere del Deutsches Jazzfestival Frankfurt 2012, festival che quest'anno è dedicato alla fusion ed al jazz-rock.


Ecco il programma dei prossimi concerti:

Questa sera, a partire dalle ore 19,00:
- The Aristocrats
- Mostly Other People Do The Killing
- Soft Machine Legacy Feat. Keith Tippett

Domani a partire dalle ore 18,30
- Wunderkammer Xxl – Hr-Bigband Feat. Michael Wollny & Tamar Halperin
- Nils Petter Molvaer – Baboon Moon
- Stick Men & Terry Bozzio

giovedì 25 ottobre 2012

REPLAY: L'addio a Bob Brookmeyer

(Pubblicato originariamente il 18/12/2011)
"E' con grande tristezza che condividiamo la notizia che Bob Brookmeyer è morto la scorsa notte, appena tre giorni prima del suo 82° compleanno. Bob è stata una forza integrante in musica, costituendo alcuni dei più grandi gruppi della storia del jazz che conosciamo ed ammiriamo ancora oggi. Sia come arrangiatore, compositore, o trombonista, la sua voce è immediatamente riconoscibile sin dalla primissima nota, riuscendo sempre a portare un sorriso ed una parola: "Brookmeyer".


"Per molti di noi, Bob è stata una enorme fonte d'ispirazione ed una straripante fonte di conoscenza. E' difficile trovare un compositore di una grande ensemble, che non abbia il nome di Bob in cima alla sua lista di preferiti. Quelli abbastanza fortunati da avere avuto l'opportunità di studiare con lui, hanno ricevuto ben più di una semplice istruzione sull'arte dell'essere un grande compositore, ma ha dato un livello sia di amore che di sostegno che si è estesa ben oltre l'aula scolastica. Aveva una meravigliosa capacità di coltivare i nostri punti di forza interiore, e di farci uscire delle nostre zone di comfort e farci estendere più lontano di quanto avremmo potuto mai immaginare fosse possibile.
L'ultimo album di Bob, Standards, che è stato pubblicato solo poche settimane fa, era una registrazione di cui Bob era particolarmente fiero. Si tratta di un capolavoro nel vero senso della parola, con ogni arrangiamento che ricomprende tutto ciò che è stato "Bob Brookmeyer."
Bob, tu eri una forza straordinaria e un leader senza paura per tutti i compositori jazz. Grazie per i tuoi anni di ispirazione, sostegno e per averci lasciato un'eredità musicale che continuamente ci ispirerà negli anni a venire."
Con questo commosso comunicato il sito web di Bob Brookmeyer ha annunciato la morte del celebre trombonista avvenuta lo scorso venerdì 16 dicembre.
Bob Brookmeyer aveva un background particolarmente vario ed esteso in tutte le forme di musica sia improvvisata che scritta. Nato il 19 dicembre del 1929, frequentò il Kansas City Conservatory of Music dove vinse il Carl Busch Prize per "Composizione Corale".
Quindi arrivò a New York per suonare il pianoforte con Mel Lewis e Tex Benecke, e qui rimase per eseguire la musica di Eddie Sauter con Ray McKinley e lavorando da freelance con musicisti come Coleman Hawkins, PeeWee Russell, Ben Webster, Charles Mingus e Teddy Charles.
Dopo un breve periodo con Claude Thornhill, si unì a Stan Getz con il quale collaborò per 15 anni. Dopo aver terminato la collaborazione con Getz, nel 1954 si unì a Gerry Mulligan, per sostituire Chet Baker nella registrazione di Paris Concerts e questa collaborazione durò fino alla morte di Mulligan. Tra i suoi primi successi ci fu la creazione della Concert Jazz Band.

Kenny Werner "All Stars Quintet" al Blue Note di MIlano

Questa sera il Blue Note di Milano, a partire dalle ore 21, ospiterà il concerto del grande pianista Kenny Werner che per sarà accompagnato da un "All Stars Quintet" composto da David Sanchez ai sassofoni, Randy Brecker alla tromba, Scott Colley al contrabbasso e Antonio Sanchez alla batteria.


Kenny Werner è sin dalla fine degli anni’70 uno dei più interessanti ed apprezzati stilisti del moderno pianoforte jazz.
Nato a Brooklyn nel 1951, si iscrive alla Berklee School of Music quasi ventenne. Del 1977 è il suo primo disco che già denota la profonda conoscenza della storia del jazz: musiche di Gershwin, Bix Beiderbecke, James P. Johnson ed Ellington rielaborate con gusto per il solo pianoforte.
Di lì a poco la chiamata di Charles Mingus, già costretto sulla sedia a rotelle, che lo vuole accanto a sé per quello che sarà uno dei suoi ultimi lavori a largo organico, Something Like A Bird.
E’ poi la volta di Archie Shepp, con cui compie tournee ed incide nei primi anni ’80. Nel 1984 entra a far parte della Mel Lewis Orchestra, in seguito divenuta Vanguard Jazz Orchestra, con la quale sviluppa il senso della composizione e dell’arrangiamento, e contemporaneamente fonda un trio che diventerà “strumento” essenziale nello sviluppo della sua poetica: con il batterista Tom Rainey e il bassista Ratzo Harris suonerà con continuità per quasi 15 anni, anche ospite della rassegna di Rete Due.
Da lì in poi avrà occasione di suonare con molti altri protagonisti della scena contemporanea quali Dave Liebman, Joe Henderson, Bob Brookmeyer, Dave Douglas e il fiori fiore delle ritmiche: Eddie Gomez, Dave Holland, Charlie Haden, Jack DeJohnette, Ed Blackwell, Paul Motian, Elvin Jones, Steve Gadd, Joey Baron.
Ha inoltre istaurato un forte legame di collaborazione in duo con il leggendario armonicista Toots Thielemans e negli anni ’90 ha lavorato intensamente con il sassofonista Joe Lovano.
La sua bravura come compositore e arrangiatore si è inoltre espressa ai massimi livelli insieme alle big band delle Radio di Colonia e di Copenhagen, all’olandese Metropole Orchestra e alla finlandese UMO Jazz Orchestra.

Intervista a Stefano Bollani

Sul sito Teladoiofirenze è stata pubblicato una bell'articolo di Alessandra Cafiero con un'intervista a Stefano Bollani, in occasione della pubblicazione dell'album Irene Grandi & Stefano Bollani.


"Viareggio. Una mattina soleggiata d’ottobre, la terrazza di un attico, il mare della Versilia sullo sfondo. È qui che ci accoglie il pianista, t-shirt nera, jeans e l’aria sorniona di chi ha voglia di raccontarsi ancora una volta. In una veste musicale inedita. Un bicchiere di vino ad accompagnare una bella chiacchierata, un Mac, il suo, e un audio così e così. Ma ci basta.
Un sound cupo, da film di Dario Argento, la voce (della Grandi) è un lamento e poi assume sfumature rap. “No, non può essere” –  esclamiamo. Probabilmente il pianista ha premuto (solo per questa volta) il tasto sbagliato. Invece è proprio l’incipit dell’inconfondibile “Viva la pappa al pomodoro”, la prima delle dieci cover, con tanto di imitazione della Grandi sulla pronuncia di “pomodoro” (della mitica Pavone). Una scelta coraggiosa – pensiamo noi – e Bollani se ne compiace.
Ecco di seguito “Ohlos nos Ohlos” (Occhi negli occhi), di Chiquo Buarque. Irene Grandi si cimenta per la prima volta con il portoghese. Brava, niente male. La seconda parte del brano si arricchisce di una traduzione italiana, tutta farina del loro sacco, ci svela Bollani. E scopriamo un testo delicato, appassionante, da accarezzare ad occhi chiusi.
Da qualche giorno in radio, il brano di Niccolò Fabi: Costruire, ben interpretato musicalmente da entrambi, sorretto da un testo intenso, asciutto, che ci ricorda vagamente una celebre canzone di Fossati (La costruzione di un amore).
Sorprendentemente, è proprio il caso di dire, ascoltiamo una cover dei Radiohead: No surprises.  Band non troppo conosciuta dal pianista, brano fortemente voluto invece dalla Grandi. Bollani ci spiega: “Qui ho re-inventato tutto, spartito bianco davanti, dovevo e volevo produrre qualcosa di particolare. Il risultato è una ballad, un po’ a modo mio.”

Wayne Shorter pubblica un nuovo album con la Blue Note

Wayne Shorter ha firmato un nuovo contratto che lo legherà nuovamente alla Blue Note, ed il prossimo 5 febbraio pubblicherà il suo primo album con l'etichetta dopo un attesa di ben 43 anni. L'album che si intitolerà Without A Net, presenterà il suo quartetto di lungo corso con il pianista Danilo Perez, il bassista John Patitucci ed il batterista Brian Blade.


Shorter, che entrerà nei suoi 80 anni nel 2013, registrò per la prima volta per la Blue Note nel 1959, quando il precoce 26enne tenorsassofonista (oltre che prolifico compositore) era nei Jazz Messengers di Art Blakey, che lo portò all'attenzione del fondatore dell'etichetta Alfred Lion, che poi gli fece il suo primo contratto discografico a proprio nome. 
Shorter pubblicò alcuni spettacolari classici album per la Blue Note tra il 1964-1970 tra cui Night Dreamer, Juju, Speak No Evil, Adam’s Apple, Schizophrenia e Super Nova, nello stesso periodo in cui faceva parte anche delle formazioni di Miles Davis, prima come membro del celebre secondo quintetto, e poi come parte dei primi capolavori fusion di Davis.
"Wayne Shorter è uno dei più grandi musicisti e compositori del nostro tempo", ha detto Don Was, presidente della Blue Note Records. "A 80 anni, lo celebriamo al culmine della sua forza suonare in una delle band più incredibili che abbia mai assemblato. Benchè riaccoglierlo alla Blue Note Records dopo 43 anni possa sembrare un concetto romantico, il fascino duraturo di Wayne è radicato nel suo deciso rifiuto a navigare nella nostalgia. In realtà, è la determinazione di Shorter a spostarsi costantemente in avanti, che rende il suo nuovo album, Without A Net, una esperienza di ascolto essenziale."

First Listen: Charles Mingus - The Jazz Workshop Concerts, 1964-65

Sul sito della Npr è possibile ascoltare in streaming ed in anteprima un estratto del nuovo cofanetto di Charles Mingus intitolato The Jazz Workshop Concerts, 1964-65, di cui ho scritto recentemente.


In questo cofanetto di 7 Cd's, vengono rappresentati cinque intensi ed incendiari concerti, eseguiti da alcuni dei suoi gruppi più leggendari con opere che vanno dalle sue interpretazioni di Ellington, omaggi ai suoi musicisti come Eric Dolphy (con Praying With Eric), ed un ritratto estremamente ambizioso di bop intitolato Parkeriana, per molti uno dei più spettacolari pezzi di Mingus.
I concerti pubblicati sul cofanetto sono Town Hall, Amsterdam, Monterey '64 and '65 e Minneapolis, di cui solo 47 minuti di Town Hall sono stati pubblicati su un Cd autorizzato, mentre c'è un disco e mezzo di musica (quasi due ore) da Town Hall a Minneapolis che è completamente inedita in qualsiasi formato.
Il repertorio comprende alcune delle più grandi opere del bassista/compositore oltre a tre composizioni inedite.
I 13 mesi attraversati da questa collezione sono stati notevolmente ricchi di eventi sia per Mingus che per il paese, che fu coinvolto in pieno nella lotta per i diritti civili e comprende l'assassinio del presidente John F. Kennedy. 

mercoledì 24 ottobre 2012

Gregory Porter in diretta webcast questa sera su TSF Jazz

Questa sera l'emittente francese TSF Jazz trasmetterà sul proprio sito in diretta da Tolosa il webcast del concerto del grande Gregory Porter in occasione del festival Jazz sur son 31. Porter sarà accompagnato da Chip Crawford al piano, Aaron James al basso, Emmanuel Harold alla batteria e Yosuke Sato al sassofono.


Gregory Porter è il più sensazionale cantante emerso in questi ultimi anni; il suo album di debutto, Water è stato un clamoroso successo di critica e di pubblico, avendo ottenuto una sorprendente nomination ai Grammy come Best Jazz Vocal, una situazione non molto frequente per un album di debutto, rilanciando così la figura del cantante nero, divenuta da alcuni anni una vera rarità nel mondo del jazz.
Nato a Los Angeles, Porter fu drammaticamente segnato da ragazzo dall'assenza del padre. Nel semi-autobiografico lavoro teatrale "Nat King Cole and Me", ha raccontato la gioia e il dolore che provava mentre ascoltava i dischi di sua madre di Nat King Cole. A quanto pare, un giorno, quando sua madre sentì il suo giovane figlio cantare, osservò che egli cantava come Cole.
La sua carriera musicale ebbe una svolta quando, mentre cantava nei club di San Diego, incontrò il sassofonista, pianista e compositore Kamau Kenyatta.
Ma Porter, che non intendeva fossilizzarsi nei lavori teatrali, si trasferì a New York dove coltivò la propria carriera solistica, cantando nei celebri locali newyorkesi (specie allo Smoke dove è attualmente ospite fisso) e collaborando spesso con la Lincoln Center Jazz Orchestra di Marsalis.

Bill Laswell questa sera su Radio 3 Rai

Questa sera la Radio 3 della Rai trasmetterà il concerto di Bill Laswell & Material featuring Bernie Worrell in “One World Music”, registrato lo scorso 11 marzo al Teatro Manzoni di Milano nell'ambito della rassegna "Aperitivo in Concerto".


Domenica 11 febbraio 2012 “Aperitivo in Concerto” ha presentato uno straordinario evento, l’unica data italiana di Material (con la presenza di strumentisti di eccezionale rilievo come Steven Bernstein, Peter Apfelbaum, Hamid Drake), gruppo ideato e guidato da uno fra i protagonisti, da decenni, di ogni nuova musica a New York e oltre, il celebrato e virtuoso bassista, compositore, produttore Bill Laswell.
L’esibizione è stata arricchita dalla partecipazione di uno fra i più grandi e creativi pianisti e tastieristi sulla scena musicale mondiale, un vero mago delle sonorità più innovative, Bernie Worrell.
Dall’improvvisazione al dub, dall’ambient al jazz, dalle sonorità acustiche a quelle elettroniche, Laswell e i suoi musicisti hanno condotto il pubblico milanese in un fascinoso viaggio attraverso le arcane tradizioni musicali del mondo, dalla contemporaneità al futuro.
Bill Laswell è un fenomenale alchimista dei suoni, nonché bassista, produttore, compositore e produttore. Si ricordano le sue collaborazioni, dai Golden Palominos a Fela Kuti, da John Zorn a Iggy Pop, da Wayne Shorter a Herbie Hancock, da William S. Burroughs a Sly & Robbie, da Pharoah Sanders a Ginger Baker, da Elvin Jones a George Clinton e Bootsy Collins, da James Blood Ulmer a Nils Petter Molvaer, da Bernie Worrell a Jeff Bova, dai Ramones a Manu Dibango o Zakir Hussain.
Nato a Salem il 12 febbraio 1955, inizia dapprima a suonare la chitarra per poi passare al basso. Trasferitosi a New York nel 1978 forma i Material, una sorta di “outlet” in cui convergono vari esperimenti sonori che vedono mescolati il jazz con l’hip hop e il worldbeat. Con questo progetto Laswell pubblica il suo EP di debutto, Temporary Music nel 1979.
Accanto ai Material, Laswell si dedica anche a una carriera solista, uscendo con Baselines nel 1982, disco che vede la partecipazione di David Byrne, John Zorn e Fred Frith. L’anno successivo è quello della svolta: riesce infatti a entrare nella produzione di Herbie Hancock prima con il brano “Rockit” e poi con l’album Sound-System che vince un Grammy. Laswell diventa così uno dei musicisti più richiesti suonando con artisti come Mick Jagger, Peter Gabriel e Laurie Anderson.