domenica 16 settembre 2012

Tanti festival poca qualità

Sul blog A proposito di jazz, ieri il direttore Gerlando Gatto ha pubblicato un interessante post sulla situazione dei festival estivi italiani che mi piacerebbe commentare.


C'è in particolare un passaggio del suo post su cui mi piacerebbe ragionare:
C’è un dato che contrasta con la logica: nonostante la crisi nera, anche quest’anno durante il periodo estivo il nostro Paese s’è trasformato in una sorta di maestoso teatro all’aperto per ospitare rassegne di musica jazz. Alcune realtà sono state cancellate, altre hanno avuto vita difficile, ma se si va a guardare il panorama generale si vedrà come anche in questo 2012 festival  jazz  si sono svolti in ogni regione italiana a conferma di una tendenza oramai in atto da molto tempo.
Espressa la soddisfazione propria dell’appassionato di jazz, forse è opportuno andare più a fondo per porsi innanzitutto una domanda: ma quanti di questi festival sono davvero eventi degni di attenzione? Quante di queste manifestazioni si basano su una programmazione degna di questo nome, su un fil rouge che leghi i vari concerti, insomma su una pur minima progettualità? Quanti organizzatori si prendono la briga di presentare nuovi talenti invece che ricorrere ai soliti nomi triti e ritriti?
Se vogliamo essere onesti, i festival che rispondono a siffatti requisiti si contano, forse, sulla dita di una sola mano. Il caso più evidente è quello di Umbria Jazz sicuramente la manifestazione italiana più importante quanto a concorso di pubblico: ebbene è mai possibile che per l’ennesima volta ci vengono presentati gli stessi musicisti, alcuni certo bravissimi; non si potrebbe fare qualcosa di più e di meglio, magari diminuendo le serate, risparmiando qualche soldo, e premiando qualche giovane?...
(leggi il post integrale sul sito originario)

Caro Gerlando, ciò che dici è certamente vero, ma bisognerebbe anche cercare le ragioni di un atteggiamento del genere: è colpa della pigrizia degli organizzatori o c'è qualcos'altro a monte? 
Purtroppo credo che molte responsabilità di questo atteggiamento pigro siano in gran parte da attribuire ai media e al pubblico del jazz.
Proprio parlando di Umbria Jazz, nell'edizione di quest'anno c'erano, all'interno di un programma faraonico,  anche proposte alternative ma che hanno ricevuto scarsissima attenzione da parte dei media; così sono passati praticamente sotto silenzio concerti pure importanti come quello di Joe Lovano e Dave Douglas, Ryan Truesdell e addirittura quello di Ambrose Akinmusire (che tra l'altro è ormai una stella di prima grandezza nel panorama americano).
Leggendo sui giornali (non parlo di quelli specializzati) mediamente si poteva vedere che su dieci articoli che riguardavano Umbria Jazz, sette parlavano di Sting mentre gli altri tre si dividevano tra Sonny Rollins, Pat Metheny e Wayne Shorter; del resto niente!
Per non parlare della televisione o della radio che considerano il jazz più o meno come la peste, tanto da averlo completamente cancellato dalla propria programmazione (tranne qualcosina su Radio Tre, ma pochissimo in confronto a ciò che quotidianamente possiamo ascoltare sulle radio francesi, tedesche o svizzere).
Purtroppo questa scarsa attenzione da parte dei media si riflette su gran parte del pubblico del jazz che purtroppo spesso si interessa solo del grande nome, senza provare a sforzarsi per ampliare le proprie conoscenze.
Lo vedo quotidianamente con questo blog, quando tratto di artisti come Keith Jarrett, Pat Metheny o Miles Davis le statistiche schizzano in alto, al contrario quando provo a parlare di artisti "cosiddetti" minori purtroppo il seguito è molto minore.
E' un fenomeno che si riscontra anche nel jazz italiano; per quanto nella ristretta cerchia dei commentatori del blog si cerchi di sminuire il valore di artisti come Rava o Bollani, noto un grande interesse nei loro confronti, cosa che purtroppo non vedo quando provo a trattare di artisti giovani o meno noti.
Naturalmente non sono così presuntuoso da pensare che i lettori del mio blog possano essere considerati un campione statistico, ma credo che questo fenomeno sia piuttosto evidente a tutti quelli che si occupano di jazz.
Però a differenza mia che, dato il carattere no-profit del mio impegno, posso prendermi la libertà di scrivere o proporre ciò che più mi piace, gli organizzatori, che rischiano i propri soldi, abbiano ben chiara questa situazione, e che quindi la loro mancanza di coraggio derivi dalla consapevolezza che un atteggiamento contrario porti a grosse perdite economiche.
Certo sarebbe auspicabile un maggiore coraggio, ma penso che ciò che occorra veramente, sia far crescere la cultura jazzistica da parte del pubblico, e per far ciò serve che i grandi media approccino il jazz in maniera meno superficiale di come, troppo spesso, accade oggi.

15 commenti:

  1. che ci siano tanti festival di jazz, va bene, ma sinceramente non posso entusiasmarmi per quelli che mettono questa parole sui manifesti ma poi in cartellone finisce musica che ha molto poco di jazzistico.

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  2. Non voglio difendere gli organizzatori dei festival che certamente hanno le loro colpe, ma il loro atteggiamento "difensivo" deriva da un netto deterioramento dei gusti del pubblico. 20 o 30 anni fa Umbria Jazz poteva permettersi di presentare un programma integralista, ora probabilmente non più. Se il programma avesse presentato un concerto di Sting, forse ci sarebbe stata una rivoluzione da parte degli appassionati, mentre ora diventa l'evento di punta.

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  3. Conciliare qualità e resa economica non è facile. Il problema del jazz è che sta diventando una nicchia nella nicchia che viene arbitrariamente definita jazz. Io a Umbria Jazz per vedere Sting non ci vado. Ma a questo punto non vado nemmeno a Umbria Jazz, gigantesca kermesse parajazzistica. Vado piuttosto a Stresa a vedere Jan Garbarek o Abdullah Ibrahim. O a Torino per Ahmad Jamal. E a Brescia per Ambrose Akinmusire. O Bergamo per Craig Taborn. O a Casatenovo per Francesco Bearzatti. Vedo magari meno, ma meglio. L'altra sera per Michel Portal il Teatro Manzoni di Milano era strapieno. Giusto per chi crede che la qualità non paga, in ogni senso. In un Paese che ha avuto per ministro uno che diceva che con la cultura non si mangia, il jazz non sta peggio di tante altre forme d'arte. Fabio

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  4. nel 1987 Sting suonò per umbriajazz allo stadio di Perugia, con Gil Evans...

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    1. ...si e con Branford Marsalis, ma fu un concerto prettamente jazzistico.

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  5. Io invece, se ne avessi avuto la possibilità, ci sarei andato per vedere le diverse proposte interessanti disseminate nello sterminato programma e che sono state bellamente ignorate da tutti per dare spazio alle proposte più visibili. Ben venga anche Sting (che non andrei mai a vedere a prescindere) se mi permette di vedere grandi concerti.
    Sarei più severo ad esempio con il festival di Torino che ha presentato (esclusi rari esempi tra cui Jamal) un programma improponibile utilizzando una grande quantità di soldi pubblici.
    A proposito del Manzoni, ho più volte mostrato il mio apprezzamento per la sua programmazione, ma una cosa è riempire una sala di 750 posti, un'altra è far quadrare i conti ad un carrozzone come Umbria Jazz.

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    1. Il problema è esattamente il carrozzone. Se per far quadrare i conti devo avere in cartellone i Pooh c'è qualcosa che non va. O mi interessano i conti o il cartellone. La critica su Torino è corretta. Esattamente come a Umbria Jazz, guardando nelle pieghe, c'è sempre qualcosa che vale di cui i giornali non parlano ca va sans dire. Il punto di equilibrio è trovare un cartellone adeguato, con non troppe variazioni bislacche, per permettere di far quadrare i conti. In Italia ci si riesce poco. Fabio

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    2. "A proposito del Manzoni, ho più volte mostrato il mio apprezzamento per la sua programmazione, ma una cosa è riempire una sala di 750 posti (900, in realtà), un'altra è far quadrare i conti ad un carrozzone come Umbria Jazz."
      No, su questo non sono d'accordo. Imprenditorialmente, il meccanismo "filosofico" alla base è lo stesso, è diversa la sua applicazione e interpretazione. Il discorso però si farebbe lungo e implicherebbe, oltretutto, opinare sulle programmazioni altrui, non è cosa che spetta a me...

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  6. Be! Proprio lo stesso non è. Una cosa è trovare 750 o 900 (ho trovato il dato in rete, purtroppo non sono mai venuto al Manzoni) veri appassionati di jazz che possano apprezzare anche proposte alternative, un'altra è riempire tutti gli spazi di Umbria Jazz (penso ad occhio a 5-6 mila persone al giorno).
    Purtroppo il problema è proprio questo, non c'è abbastanza pubblico, realmente amante di jazz, che possa fare i numeri che richiede Umbria Jazz. Basta considerare che Sting a Perugia credo abbia fatto 7-8 mila persone, quale artista di jazz avrebbe potuto fare quei numeri?
    Ma Umbria Jazz non era solo Sting come è sembrato sulla stampa o alla tv, c'erano centinaia di concerti molti anche di valore, che forse avrebbero meritato maggiore considerazione.

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  7. Continuo a dissentire... ancora più di prima.

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  8. a che servono 5-6000 persone al giorno se ottenute "con il trucco"?
    servono per il turismo e per far crescere l'importanza e l'ego degli organizzatori, per consolidare Umbria Jazz come marchio ecc.
    che servano al jazz forse, ma solo se si ha un'idea di jazz da supermercato della musica.
    sono festival "drogati" ma tutti sono contenti.

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  9. La risposta l'hai data da solo.
    Ma naturalmente tu pretendi che gli organizzatori ci rimettano dei soldi, facciano calare il turismo, abbattano il marchio di Umbria Jazz per farti contento.
    Ottimo!

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  10. A parte gli scherzi, qui si gira sempre intorno al problema.
    A proposito quoto una frase tratta dal blog di Roberto che secondo me spiega tutto perfettamente:
    "I pochi festival che hanno tentato di innovare o sono scomparsi o hanno dovuto ridimensionarsi per i soliti problemi di tagli ai finanziamenti uniti magari ad un interesse decrescente del pubblico. Il primo esempio che mi viene in mente è Clusone, che dopo almeno un paio di decenni di proposte stimolanti ha pian piano dovuto ridurre i programmi, in contemporanea ad un sempre più altalenante afflusso di pubblico."
    Questo è tutto, i media e il pubblico oggi se ne fregano delle proposte di qualità.
    Purtroppo se non ci sarà una crescita quantitativa e qualitativa del pubblico del jazz e dell'interesse dei media, la situazione andrà sempre peggio. Inutile sperare che gli organizzatori (specie di grandi eventi) si immolino per amore del jazz.

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  11. Clusone è un esempio sbagliato. ha sempre offerto jazz di nicchia, molto di avanguardia e molto "europeo". roba che funzionava tempo fa e che oggi funziona molto meno. non si può sempre estremizzare: da un lato Dionne Warwick e Sting dall'altro Willem Breuker e Misha Mengelberg... uno vorrebbe anche del modern mainstream.

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    1. bravissimo loop, concordo perfettamente. Era quello che avrei voluto scrivere anch'io.
      Sul blog id Roberto a suo tempo ebbi una accesa discussione con il direttore artistico Livio Testa su questa faccenda.
      IL fatto è che si tende a confondere "di qualità" con "di nicchia", ma non sono sinonimi. Non è necessariamente la stessa cosa, o perlomeno la cosa è tutta da dimostrare.
      Clusone Jazz ha fatto da tempo una scelta di campo abbstanza precisa, privilegiando (e imponendo) al fruitore/utente una idea ben precisa di jazz, sulla quale ai tempi manifstai il mio dissenso al direttore stesso, il quale liberamente e giustamente continua imperterrito per la sua strada.
      Quello che a me non andava bene e non va bene è poi, a fronte delle proprie libere e convinte scelte, il lamentarsi della riduzione dei finanziamenti a fronte magari di un insoddisfacente successo di pubblico.
      Non cedo che l'alternativa alle kermesse festivaliere sia realmente questa. Per me è solo l'altra faccia di una stessa medaglia, ma naturalmente è solo una mia personale opinione. Il percorso da costruire dovrebbe essere diverso e andare oltre questo schema contrapposto per me obsoleto.

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