venerdì 7 settembre 2012

Abbey Lincoln. L'urlo dell'africanità. The professional Negro. Il jazz e l'Africa

Da sempre la questione dell'identità degli afroamericani ha attraversato, in maniera tutt'altro che indolore, la nostra storia, nonché le menti e le anime di questo popolo. Un trauma legato alla schiavitù, al regime di terrore che colpiva gli afroamericani, alla perdita della propria lingua, all'obbligo di cancellare il proprio passato. 


In questi sviluppi, la musica ha avuto una funzione importante ed i jazzisti, in particolare, hanno svolto un ruolo d'avanguardia nell'indicare quell'orizzonte che verrà ridisegnato dalla politica, diventando la "colonna sonora" del manifesto Black is Beautiful, teorizzato dal celebre attivista Stokely Carmichael. 
La Madre Africa, da sempre, si è fatta spazio nel lavoro di molti musicisti, da Max Roach e sua moglie, Abbey Lincoln, a Randy Weston e John Coltrane (Africa).
In questo panorama musicale, emerge l'entusiasmante figura di Abbey Lincoln (1930-2010), straordinaria cantante, che attraverso la sua voce ha combattuto per far valere i diritti civili degli afroamericani. La Lincoln urla la sua africanità, divenendo una delle più pure incarnazioni dello spirito di insubordinazione e fratellanza universale.
Abbey Lincoln, nata come Anna Marie Wooldridge nel 1930, è scomparsa nell’agosto del 2010 ad 80 anni appena compiuti. La sua carriera era cominciata a Chicago come cantante di varietà in bar e piccoli club. La sua bella voce e le qualità d’interprete emersero appieno con il primo disco a suo nome Abbey Lincoln’s Affair, registrato con Benny Carter.
Quasi contemporaneamente debuttò, con grandi doti di recitazione e una bellezza strepitosa, anche nel cinema dove fu interprete di pellicole di registi quali Frank Tashlin (nella commedia musicale The Girl Can't Help, 1957), Michael Roemer (Nothing But A Man, 1964), Daniel Mann (For Love of Ivy, con Sidney Poitier – 1968) fino alla parte in Mo’Better Blues di Spike Lee (1990).
Conosciuto Max Roach alle fine degli anni ’50 lo sposò nel 1962 formando con lui un sodalizio artistico, oltre che sentimentale, fortemente impegnato sul fronte dei diritti civili. Insieme realizzarono uno dei capolavori assoluti del jazz moderno: We Insist! Freedom Now Suite - denso di riferimenti ancestrali all’Africa, politicamente e socialmente schierato – insisteva appunto sul desiderio di libertà “subito” per i neroamericani. Il disco aprì la strada al free jazz più radicale e impegnato, di cui Archie Shepp è stato il maggior portabandiera.
L’attività come attrice tenne la Lincoln a lungo lontano dagli studi di registrazione fino ad inizio anni ’70. Ma il suo vero ritorno sulla scena musicale si ebbe a partire dagli anni ’80 e per tutti i ’90, con una serie di pregevoli album per Verve e altre etichette.
Negli ultimi tempi, anche a causa di motivi di salute, le sue apparizioni si erano molto diradate. Una delle ultime fu quella in TV durante un grande show di beneficienza per le vittime dell’uragano Katrina.

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