domenica 30 settembre 2012

Fred Hersch Trio: Live At The Village Vanguard (video)

Questo video riprende il concerto che Fred Hersch registrò il 22 luglio del 2009 al Village Vanguard di New York, dove il pianista fu accompagnato dal suo trio con John Hebert al basso e Eric McPherson alla batteria.


Nel dicembre del 2008, Fred Hersch inviò un e-mail precisando gli avvenimenti del suo ultimo anno.
Il pianista, conosciuto per essere un musicista prolifico e concettualmente ambizioso (e, all'interno della comunità dei musicisti, anche un rispettato educatore), rivelò di aver trascorso più di due mesi senza conoscenza in ospedale a causa di complicazioni derivanti dall'AIDS.
Diversi mesi poi sono trascorsi per riprendersi e re-imparare a deglutire dei cibi solidi - per non parlare di suonare il pianoforte.
La notizia non si sarebbe potuta sapere, a meno di conoscerlo personalmente; infatti nel maggio 2008, prima che la sua salute avesse un ulteriore peggioramento, Hersch riuscì anche a registrare un nuovo album.
Ma fortunatamente egli tornò in piena forza, come dimostrato in questa splendida performance in trio al Village Vanguard, trasmessa e registrata dalla WBGO e dalla NPR.
Hersch arrivò a New York alla fine degli anni '70, e rapidamente trovò la sua strada nella scena jazzistica suonando al Bradley.

Coltrane secondo Coltrane

Quella che si può ascoltare fra queste pagine è la voce di John Coltrane. Non quella travolgente e vulcanica della sua musica, ma quella gentile, controllata e non meno ispiratrice della sua conversazione: le sue idee, i progetti, le opinioni sulla musica e la vita, i ricordi personali. 


Sono qui raccolte tutte le interviste conosciute di Coltrane, insieme ad articoli, ricordi e note di copertina, nel tentativo di presentare la personalità di un grande maestro del jazz attraverso le sue stesse parole. 
Molte di queste interviste, ordinate cronologicamente e introdotte da brevi note critiche, sono inedite o trascritte nuovamente dai nastri originali, e per la prima volta è possibile anche leggere un’accurata selezione degli scritti personali e della corrispondenza di Coltrane. 
Completano la raccolta una descrizione di prima mano della sua giovinezza nei ricordi dell’amico d’infanzia Franklin Browe, e un ritratto del Coltrane studente di musica a Filadelfia negli anni Quaranta. 
Per quanto eterogenea e apparentemente frammentaria, questa pluralità di fonti si ricompone, pagina dopo pagina, in un’opera di rara immediatezza e vitalità, che ci aiuta a decifrare l’enigma della musica di Coltrane come pochi altri testi. 
Coltrane non scrisse mai un’autobiografia: questo è il libro che le si avvicina di più.
Per introdurre il lettore alla raccolta delle interviste di Coltrane è stato selezionato un piccolo gruppo di registrazioni (con video ove possibile) che rappresentano punti di svolta nella sua breve ma intensa carriera, e di cui si tratta nel volume. Data la struttura del libro, gli argomenti vengono spesso affrontati da vari punti di vista, ma le collaborazioni con Gillespie, Miles e Monk e il lavoro come leader negli ultimi anni di vita sono certamente centrali nell’esperienza coltraniana.

REPLAY: Tom Harrell: The Time of the Sun

(Pubblicato originariamente il 16 novembre 2011)
The Time of the Sun è il titolo del più recente album di Tom Harrell, pubblicato dall'etichetta High Note nel maggio di quest'anno, ultimo di una produzione discografica di grande qualità che vanta all'attivo ormai 27 titoli, molti dei quali eccellenti.


Non è da meno questo splendido album, composto da una solida raccolta di nove pezzi originali di Harrell, che si mostra ancora una volta, oltre che uno strepitoso trombettista, uno straordinario songwriter, in grado di realizzare degli accessibili pezzi ricchi di melodia, godibili ma con trame intricate e sonorità sperimentali.
Harrell dimostra anche di essere un eccellente bandleader, conducendo una delle più longeve ed eccellenti formazioni in circolazione, con la quale suona ormai da più di cinque anni, un magnifico quintetto composto da Tom Harrell, tromba, flicorno; Wayne Escoffery, tenor sax; Danny Grissett, piano, Fender Rhodes; Ugonna Okegwo, basso; Jonathan Blake, batteria, che si dimostra perfetto nel rendere al meglio le stimolanti melodie del leader.
L'album rappresenta un magnifico esempio di bop moderno, al quale Harrell però infonde grandi dosi di funky che riportano alle sonorità hardbop caratteristiche della produzione Blue Note anni '60; ma qui e li nell'album non mancano echi latini e samba che aggiungono colore e calore ad un album a forti tinte nel quale spicca la meravigliosa tromba di Harrell con il suo tipico sound così ricco di lirismo e di freschezza, mai sopra le righe, sostenuta dal poderoso sassofono di Escoffery e da una ritmica brillante nella quale spesso appare il piano Fender.

Lucca Jazz Donna 2012

La mente e il cuore delle donne a Lucca Jazz Donna 2012. Sono i progetti originali delle jazzwomen ospiti della VIII edizione del Festival, i protagonisti del Festival di jazz al femminile che si terrà in 5 date, tra l’11 e il 18 ottobre, a Lucca, organizzato dal Circolo Lucca Jazz, dal Comune di Lucca e dalla Provincia di Lucca, con il patrocinio della Regione Toscana ed il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e della Fondazione Banca del Monte di Lucca.


Giovedì 11 ottobre 2012 alle 21,15 al teatro di San Girolamo apre l’VIII edizione di Lucca Jazz Donna la prima sera del Premio Lucca Jazz Donna per jazz band emergenti guidate da una jazz woman, che ha raccolto anche in questa V edizione adesioni da tutta Italia, tra le quali sono stati selezionati i 5 gruppi che saliranno sul palco.
Il primo gruppo a salire sul palco è il Marta Del Grandi Quartet, dalla Lombardia, con Marta Del Grandi alla voce, Marco Giongrandi alla chitarra, Pietro Martinelli al contrabbasso e Riccardo Chiaberta alla batteria. Il secondo è il gruppo toscano MoodLights Hammond Trio, con Valentina Bartoli all’organo hammond, Massimo Morrone alla chitarra e Laura Klain alla batteria. Seguono i City Flowers, sempre dalla Lombardia, con Arianna Masini alla voce, Alessandro Borgini alla chitarra, Federico Rubert al basso e contrabbasso, Edoardo Luparello alla batteria e percussioni. Poi dalla Campania i Crimini in blues con Valeria Frontone compositrice, arrangiatrice e autrice dei testi, Assia Fiorillo alla voce, Luciano Bellico al sax alto e tenore, Gennaro Franco al pianoforte, Salvatore Ponte al contrabbasso, Massimo Salzano alla batteria. Chiude la serata, sempre dalla Campania, il Fabiana&Soundflowers con Fabiana Martone alla voce, Lorenzo Campese al pianoforte, Marco Castaldo alla batteria, Francesco Desiato al flauto, Vincenzo Lamagna al contrabbasso e basso elettrico. Ingresso libero su prenotazione.
Venerdì 12 ottobre alle 21,15 al teatro di San Girolamo si affronteranno nel match finale del Premio Lucca Jazz Donna, con i due gruppi che la sera prima sono stati scelti dalla giuria del Premio, presieduta da Gabriella Biagi Ravenni e composta da esperti di musica e da giornalisti. Alla formazione vincitrice andrà in premio l’incisione del cd, in 200 copie, con il progetto originale presentato al Festival. Ingresso libero su prenotazione.
Sabato 13 ottobre alle 21,15 al teatro di San Girolamo serata “Jazz women's original projects”.
Dopo la premiazione della formazione vincitrice del Premio Lucca Jazz Donna 2012, saliranno sul palco per il primo set della serata Eugenia Munari alla voce e Cinzia Gizzi al pianoforte con i Movie Jazz Themes: un set interamente dedicato alla profonda passione che lega certi film a certe colonne sonore, come “Love is here to stay” tratto da “Un americano a Parigi”, “Cool” tratto da “West Side Story”, “Over the rainbow” da “Il mago di Oz”.

Jeremy Pelt al Gregory's Jazz Club di Roma

Mercoledì 3 e giovedì 4 ottobre il trombettista Jeremy Pelt sarà in concerto al Gregory's Jazz Club per un imperdibile doppio appuntamento. Pelt sarà accompagnato da una sezione ritmica d'eccezione composta da Marco di Gennaro al piano, Vincenzo Florio al contrabbasso e Peppe Merolla alla batteria. 


Jeremy Pelt è attualmente riconosciuto dalla critica come uno dei talenti più sfolgoranti della scena internazionale e destinato ad entrare stabilmente negli annali del jazz.
Trombettista in crescita continua, forte di un bel timbro e di un linguaggio articolato ed incisivo, Pelt trova a NYC il giusto palcoscenico per esplodere in tutto il suo talento artistico e creativo.
Emerge come uno dei più interessanti musicisti jazz della sua generazione, e collabora da subito con molte star, da Jimmy Heath a Frank Foster a Ravi Coltrane e Wayne Shorter, con il qule incide anche un album. Leader di molte formazini, ha inciso numerosi album anche da sideman, ed è solista di spicco in varie band - “Mingus Big Band”, “Ralph Peterson Quintet”, “Lewis Nash Ensemble” - con le quali si esibisce in tutto il mondo.
Il batterista Peppe Merolla e il pianista Marco di Gennaro scrivono un nuovo atto di una collaborazione artistica che viene da molto lontano, ed esattamente da New York, dove entrambi si sono stabiliti ormai da qualche anno.
Dopo le fortunate tournee in Europa e Stati Uniti con Steve Turre, Vincent Herring, Frank Lacy e Ritchie Cole, ecco un nuovo progetto, tutto da scoprire e gustare, con il grande trombettista Jeremy Pelt, per presentare il CD americano di Peppe Merolla "Stick With Me"

venerdì 28 settembre 2012

REPLAY: Fine and Mellow - Billie Holiday

(Pubblicato originariamente il 15 novembre 2011)
L'8 dicembre 1957, il produttore della CBS, Robert Herridge, assemblò molti dei grandi pionieri del jazz per farli suonare insieme in diretta televisiva, come parte di "The Sound of Jazz". Una delle esibizioni più memorabili della serata fu certamente la versione di Billie Holiday di "Fine e Mellow."


Nel 1957, Billie Holiday aveva vissuto la sua parte di problemi con la droga e la vita dura, e la sua voce non era più quella di una volta. Eppure quel giorno, sul set di "The Sound of Jazz", era chiaro che lei era ancora un cantante con un impeccabile senso del tempo ed uno stile che poteva ancora trasmettere gioia e sofferenza. 
In questa intervista, Nat Hentoff, scrittore di musica e parte del team di produzione che organizzò "The Sound of Jazz", ricorda il momento clou della trasmissione:
La canzone che Billie cantò fu, per molte persone (me compreso), il momento culminante dello spettacolo ed era una delle poche composizioni che lei abbia mai scritto: "Fine e Mellow." E' essenzialmente un 12-bar blues. Quello fu l'unico blues che lei abbia mai scritto, anche se la lingua del blues, la trama del blues, il grido del blues era sempre parte di quello che cantava.
Billie Holiday in realtà non scriveva canzoni. Pensava a una melodia, la canticchiava, e poi il suo pianista o qualcun altro l'avrebbe orchestrata o arrangiata. 
E per quanto riguarda i testi, lei li scriveva e poi si consultava con qualcuno come Arthur Herzog, che era il co-autore di "Strange Fruit", che gli avrebbe composti in una forma più cantabile.
Il tema dei testi di "Fine and Mellow" era l'infedeltà, e Billie era un'esperta. Aveva spesso scelto degli  uomini sbagliati, ed era una delle ragioni, perchè poteva cantare questa canzone ed un sacco di altre che avevano a che fare con i sogni e le aspirazioni e le fantasie e il romanticismo, quando volgevano al peggio. Era una esperta di questo.

Duke Ellington’s music and race in America (seconda parte)

Continua la pubblicazione del lungo e bellissimo articolo, pubblicato sul NewYorker, che illustra la vita e la musica di Duke Ellington con particolare riguardo alla questione razziale (a questo link c'è la prima parte).


A che cosa stava pensando? Che cosa pensava, come ha contribuito al pantano delle relazioni razziali americani durante il secolo scorso? Il libro Duke Ellington America di Harvey G. Cohen, tenta di scavare sotto la pelle di quello che in apparenza era il più imperturbabile degli uomini, ed i risultati, se appena conclusivi, sono affascinanti.
Una delle poche confidenti di Ellington, sua sorella Ruth, credeva che lui si fosse nascosto sotto il "velo sul velo sul velo", e Cohen non è il primo Ellingtoniano a documentare il più piccolo segno rivelatore della sensibilità umana del suo soggetto.
C'è, per esempio, una lettera insolitamente arrabbiata verso un socio d'affari bianco, con il quale avrebbe voluto rompere (che tuttavia è firmata "con grande rispetto", e che risulta non essere stata inviata).
L'estremamente intelligente e straordinariamente documentato libro di Cohen, un cambiamento benvenuto rispetto a ciò che è stato pubblicato su Ellington, non è una biografia standard; la vita personale e i suoi costumi sessuali vanno ufficialmente oltre il suo scopo. Né si tratta di un lavoro critico, dal momento che non contiene alcuna analisi musicale e non una grande quantità di descrizioni musicali.
Le lunghe ore passate a scavare nell'enorme archivio dello Smithsonian alla ricerca di documenti di Ellington sono stati dedicate alla ricerca di contratti ed altri documenti di lavoro e ad album di ritagli, e, come il suo titolo suggerisce, ha grandi temi sociali per la testa. Anche la vita professionale di Ellington viene esaminata in aree circoscritte, che, quasi tutte, a un certo punto riguardano la razza.
All'inizio del libro, Cohen cita come il collaboratore di lunga data Billy Strayhorn si oppose ad un progetto di un film su Ellington che secondo lui avrebbe avuto un tema razziale. "Io non credo che dovrebbe essere razziale, perché non credo egli che sia razziale," protestò Strayhorn. "Lui è un individuo." Ma concluse Strayhorn, in una linea di pensiero che sembra emblematica dell'epoca e dei personaggi coinvolti, "Non c'è bisogno di dire la cosa maledetta".
Cohen mantiene l'individualità di Ellington saldamente in vista, mentre ad esempio dettaglia il suo rapporto con Mills, l'uomo bianco che fu lodato per aver lanciato la carriera di Ellington e - sia prima che dopo la loro separazione, nel 1939 - fu accusato di sfruttamento;  o nei viaggi Ellington con la sua band nel sud duramente segregato degli anni degli anni Trenta e Quaranta, o ancora nei palesi, anche se spesso dimenticati, programmi razziali di gran parte della sua musica, e per il suo rapporto a volte conflittuale con il movimento dei diritti civili degli anni Cinquanta e Sessanta.

Lunar nuovo album per la coppia Tucci-Mannutza

Lorenzo Tucci e Luca Mannutza si uniscono per la prima volta dando vita a Lunar, un “concept album” in uscita il 1 ottobre per la Schema Records che pone un significativo punto di svolta nella carriera di due musicisti chiave della scena jazz contemporanea.


Lunar è un’opera matura, sincera, fatta di sensazioni, dedicata all’improvvisazione e al mito lunare. Un disco da ascoltare tutto d’un fiato, seguendo i vari capitoli della struttura narrativa e immergendosi totalmente nella visione del viaggio di andata e ritorno per la Luna.
Vinti dal loro estro e dalla fantasia, come accade per ogni loro lavoro discografico, o forse ispirati dalla fascinazione delle grandi opere di Verne e Méliès nei confronti del mito lunare, Lorenzo Tucci (batteria) e Luca Mannutza (piano, rhodes e hammond) realizzano un album, e un duo, inedito, pieno di sorprese e sfaccettature.
L’esperienza compositiva di Lunar si fonda su un’improvvisazione basata su un determinato mood. 
Non un disco preparato a tavolino ma un’opera istantanea e ispirata, nella quale i due musicisti hanno realizzato uno “spazio” ampio dove inserire emozioni, sensazioni, successi, amore e sincerità.
Altro punto di forza di questo connubio è lo scambio di ruolo tra pianoforte e batteria, tra strumento percussivo e melodico-armonico. 
Grazie a questa filosofia e alla piena padronanza del loro strumento, la batteria di Tucci e il pianoforte di Mannutza riescono perfettamente a fondersi fino a generare un suono unico, donando all’ascoltatore un impatto sonoro di notevole spessore emotivo.

"IFlac" nuovo store digitale

Voglio segnalare che dal 1 settembre è stato aperto un nuovo store digitale dedicato prevalentemente al jazz italiano (e non solo) di altissima qualita’ artistica e audio.


Lo store si chiama www.iflac.it  e vende files musicali in formato lossless (flac e alac) sia 16 e per le case e artisti che aderiranno al progetto 24bit
Soprattutto i files 24 bit sono incredibili, è un’esperienza d’ascolto diversa e finalmente chi si avvicina all’opera ha la possibilita’ di ascoltarla con le sfumature di suono e le dinamiche volute dal musicista, cosa che non sempre avviene con il cd visto che al momento del passaggio dal 24 al 16bit e poi dal master alla stampa industriale qual cosina si perde.
Al momento in Italia hanno aderito a vario tipo all’iniziativa Abeat, Red Records, Arte Suono, Fabio Giachino, Renzo Ruggeri.

giovedì 27 settembre 2012

Thelonious Monk scarabocchia una lista di consigli su come suonare ad un concerto

Sul sito Open Culture è stato pubblicata un lista, dettata da Thelonious Monk con tutta una serie di consigli e di cose da fare o non fare, rivolte ai musicisti con cui si preparava ad affrontare un concerto.


Questa lista, datata 1960, fu trascritta da Steve Lacy su un notebook a spirale; oltre ad essere molto interessante, ci racconta molto della personalità del pianista e ci dà l'opportunità di dare uno sguardo più approfondito in una delle menti più controverse della musica americana.

Ecco alcuni highlights:
“Don’t play the piano part. I’m playing that. Don’t listen to me. I’m supposed to be accompanying you!” (Non suonate le parti del pianoforte. Io le suono. Non ascoltatemi. Dovrei essere io ad accompagnarvi!)
Monk era famoso per la sua eccentricità, alcuni dicono che fosse malato di mente e altri danno la colpa a cattive medicazioni psichiatriche. Era noto perchè smetteva improvvisamente di suonare il pianoforte, si alzava in piedi e iniziava a ballare, mentre la band suonava. Ma attraverso il suo consiglio rivela un fine senso di moderazione.

REPLAY: Ricordo di Johnny Griffin

(Pubblicato originariamente il 14 novembre 2011)
Oggi voglio parlare di uno dei musicisti più talentuosi della storia del jazz, il grande tenorsassofonista Johnny Griffin. Denominato The Little Giant a causa della sua modesta statura, ma allo stesso tempo dotato di una immensa potenza al sax tenore, Griffin era celebre per la sua eccezionale velocità allo strumento con il quale, specie dal vivo, riusciva ad inventare dei torrenziali assolo che lasciavano senza fiato gli ascoltatori. 


Ma Griffin non era solo un musicista che suonava "veloce", al contempo era un grande suonatore di ballads grazie ad un timbro pastoso grazie ad un sound capace di incorporare le lezioni di Coleman Hawkins e Lester Young e ad una straordinaria capacità di introdurre nella sua musica delle magnifiche sonorità blues.
Grande amante della musica di Charlie Parker e Dizzy Gillespie, Griffin è rimasto fedele al bebop per tutto il corso della sua lunghissima carriera, iniziata negli anni '50 e praticamente mai interrotta quasi fino alla sua morte giunta nel 2008.
Nella sua carriera ha prodotto una serie di album eccellenti quali A Blowin' Session con John Coltrane, The Congregation entrambi del 1957 per l'etichetta Blue Note, il curioso The Kerry Dancers and Other Swinging Folk, raccolta di musiche folkloristiche irlandesi del 1961, Grab This con Joe Pass del 1963, o i più recenti Chicago, New York, Paris del 1994 con la partecipazione del grande Kenny Barron più alcuni dei migliori musicisti della generazione dei Young Lions (Hargrove, McBride, Withaker ecc...) e lo stupendo Johnny Griffin & Steve Grossman Quintet del 2001.
Ma nonostante la robusta produzione discografica, probabilmente The Little Giant è entrato nella storia del jazz per due sessions in cui è stato eccezionale sideman di altrettanti grandi musicisti, in due album che hanno fanno la storia del jazz, Live at the Five Spot del 1958 con il quartetto di Thelonious Monk e soprattutto lo spettacolare Full House del 1962 di Wes Montgomery.
Molto interessante fu la sua collaborazione con Monk, infatti Griffin è stato uno dei pochissimi sassofonisti (oltre John Coltrane e naturalmente Charlie Rouse) in grado di decifrare ed elaborare in maniera sublime le complicate composizioni del pianista.
Nato a Chicago nel 1928, all'età di soli 12 anni s'innamorò del sassofono ammirando in un concerto il grande Gene Ammons ed a 14 anni iniziò a suonare con dei compagni di scuola in una band chiamata the Baby Band ed occasionalmente ebbe modo di suonare con il chitarrista e cantante blues T-Bone Walker.
Nel 1945 all'età di 18 anni, solo tre giorni dopo aver ottenuto il diploma, Griffin lasciò Chicago per New York, per unirsi alla big band del leggendario vibrafonista Lionel Hampton, con la quale passò definitivamente dall'alto al tenore. Rimase con Hampton fino alla metà del 1947.
Alla fine degli anni '40 iniziò a suonare regolarmente con grandi pianisti quali Elmo Hope e Bud Powell. Dal 1951 al 1953 Griffin fu arruolato nell'esercito ma poco prima di essere spedito in Corea, un colonello lo ascoltò suonare e decise di trasferirlo nella banda dell'Esercito, (una decisione che secondo Griffin, gli avrebbe salvato la vita).

Irene Grandi e Stefano Bollani, nuovo album e tour

So che dopo questa notizia molti di voi si strapperanno i capelli, ma tant'è....

Sono passati vent’anni da quando si sono conosciuti Irene Grandi e Stefano Bollani, hanno già lavorato insieme e lo faranno di nuovo. Per i due artisti un nuovo album e poi un tour insieme. Nonostante siano completamente diversi fra loro, la bella collaborazione è nata nei primi anni ’90, quando il raffinato musicista jazz e la cantante dall’anima rock, hanno suonato insieme nel gruppo La Forma.


Dopo un incontro in occasione dell’Umbria Jazz nel 2002, Irene Grandi e Stefano Bollani tornano a lavorare insieme nel 2008 per la raccolta di Irene Grandi “Canzoni di Natale”, insieme cantano “Oh happy day”.
A distanza di qualche anno, torna la collaborazione, questa volta il progetto è ambizioso, la pubblicazione di un album, che uscirà ad ottobre, pubblicato su etichetta Carosello Records. 
È stata proprio la casa discografica a fare l’anuncio ufficiale che ha riferito della firma GrandiBollani.
L’album sarà la celebrazione di due stili diversi in un solo disco, rock e jazz, il meglio delle loro sonorità, il racconto di una grane amicizia che lega due artisti come Irene Grandi e Stefano Bollani ed i vari stili di suoni che vanno dal Brasile all’Europa.

(Ri)scritture - Tributo A Thelonious Monk: Concorso di Arrangiamento e Composizione per Orchestra Jazz

Un concorso nuovo. Visto come un incipit per realizzare qualcosa di grandioso, in una terra speciale e feconda dal punto di vista creativo, e con tutte le premesse per  rimanere un punto fermo nel tempo.
Paolo Sorge, catanese, è uno di quei musicisti che non si limitano a sognare, ma che cercano di dare un senso compiuto alla propria visione del mondo e dell’Arte. 
Nasce così  (Ri)scritture, che alla sua prima edizione unisce le forze dell’AME (Associazione Musicale Etnea) e del CESM (Centro Etneo Studi Musicali) per inaugurare un ciclo di appuntamenti annuali dedicati alla nuova musica per orchestra jazz, e in più incoraggiare la costituzione di un nuovo organico stabile, chiamato (naturalmente) Magma Art Orchestra
I musicisti sono invitati a ri-arrangiare - secondo i dettami presenti all’interno del regolamento - un brano dal repertorio monkiano, oppure a comporre una partitura originale che rispetti quella particolare atmosfera. 


Scrivere è (ri)scrivere, comporre è (ri)comporre: questa singolare verità si svela quotidianamente a tutti coloro che si esercitano nell’arte della composizione musicale. 
Il compositore moderno, anche quando asseconda una sincera e naturale inclinazione al nuovo, sperimenta prima o poi l’impossibilità di considerare l’innovazione un valore assoluto, come un obiettivo da perseguire di per sé. Tanto più adesso che il Novecento è passato, tutte le regole sono state infrante e tutto il nuovo sembra essere già stato detto.
E così anche quelle opere che oggi consideriamo più attuali e innovative sono sempre il frutto di un rimescolamento, più o meno consapevole e in percentuali variabili, di informazioni che noi musicisti ereditiamo dal passato, filtrate però da una sensibilità contemporanea che le (ri)elabora e le (ri)colloca nel nostro tempo. Fin qui la teoria! Ma nella pratica quotidiana gli obiettivi di un compositore sono spesso ben più concreti, e gli orizzonti creativi devono essere contenuti nell’ambito di ciò che la committenza richiede (un prodotto ben definito) o la pratica suggerisce.
A volte, però, succede di accarezzare per anni un’idea ispirata dalle proprie passioni più profonde, plasmandola gradualmente nel tempo, fin quando, quasi per un processo di cristallizzazione, dal mondo delle idee si approda alla realtà concreta.
E quasi sempre la realizzazione di un progetto simile è il risultato di un lavoro di squadra, un intreccio di relazioni umane felici e obiettivi condivisi. Io ho desiderato e immaginato per anni di poter istituire nella mia città un'orchestra jazz stabile e al tempo stesso un concorso di composizione il cui scopo fosse la diffusione di un repertorio moderno e contemporaneo che forse altrimenti faticherebbe a raggiungere le orecchie del pubblico attraverso i circuiti concertistici convenzionali.

Soulful Corner

Voglio segnalare un blog che personalmente mi piace molto; si tratta di Soulful Corner un blog dedicato alla black music in tutte le sue varianti, dal blues al jazz al soul all' R&B all'hip-hop.
In uno dei suoi ultimi post ha pubblicato un bel profilo della grande Shirley Horn di cui pubblico un estratto:


Stasera vorrei parlarvi di una grande artista, cantante e pianista, figura fondamentale del jazz di tutti i tempi; il suo nome è Shirley Horn.
Negli anni ’60, grazie a Miles Davis, che l’aveva scoperta, la sua popolarità comincia a crescere, ed il suo stile comincia a cristallizzarsi in forme che ricordano importanti pianisti dell’epoca, tra cui uno dei principali è sicuramente il grande Bill Evans. 
E la formazione del trio, di cui appunto Bill Evans è il principale rappresentante, è proprio quella in cui Shirley Horn si trova maggiormente a suo agio; in particolare quelle meravigliose ballate jazz, lente, soffuse, delicate, accompagnate da quella voce cosposa ma quasi appena sussurrata, controllata,  sono proprio il cavallo  di battaglia di questa amata artista.
Shirley Horn comunque, per tutti gli anni ’60 e per la prima metà degli anni ’70, rimane ai margini della scena musicale, in parte anche per potersi dedicare alla famiglia; sempre in quegli anni inizia ad incidere album per piccole etichette discografiche, ma senza ottenere particolari attenzioni; tra l’altro, per motivi contrattuali, le veniva spesso impedito di suonare il pianoforte durante le registrazioni in studio; il che, comprensibilmente, non le consente di esprimere al meglio la sua arte ed il suo genio.
La svolta avviene alla fine degli anni ’70, quando Shirley Horn inizia ad incidere una serie di album per l’etichetta danese SteepleChase. 
In questi album, i primi in cui l’artista riesce ad essere totalmente se stessa, Shirley si guadagna una certa popolarità, anche in Europa; due di questi album, “All Night Long” e “Violets for Your Furs” sono due album live registrati durante il North Sea Jazz Festival, importante festival jazz olandese; in particolare “Violets for Your Furs” è di grande bellezza. 

mercoledì 26 settembre 2012

Dave Douglas Quintet: Live From 92Y Tribeca (audio)

Lo scorso 19 settembre Dave Douglas ha tenuto un bellissimo concerto al club newyorkese 92Y Tribeca, dove ha presentato le canzoni del suo ultimo progetto discografico intitolato Be Still, che sarà prossimamente pubblicato dall'etichetta Greenleaf. La formazione era composta da Dave Douglas, tromba; Aoife O'Donovan, voce/chitarra; Jon Irabagon, sassofono; Matt Mitchell, piano; Linda Oh, basso; Clarence Penn, batteria.


Prima di morire l'anno scorso, la madre di Dave Douglas lasciò a suo figlio una serie di inni e canti popolari da suonare al suo funerale.
Però dopo il funerale, quei brani rimasero nella testa di Douglas, che continuò a giocare con gli arrangiamenti in cerca di una riflessione più personale.
La trovò, ricostruendo il suo quintetto con nuovi musicisti ed accogliendo un ospite speciale: Aoife O'Donovan, una cantante e chitarrista meglio conosciuta per il suo lavoro in band folk e bluegrass.
Insieme hanno registrato Be Still, un nuovo album di questi arrangiamenti, che uscirà a fine mese.
Secondo le parole di Dave Douglas: "Be Still inizialmente nasce da una raccolta di inni suggeriti da mia madre, Emily Douglas. Lei è morta l'anno scorso dopo una lunga battaglia con il cancro ovarico. Voleva una gioiosa celebrazione della vita, e suonare questi arrangiamenti con Aoife e la band è stato fortemente edificante ed una affermazione della vita. 

REPLAY: Poncho Sanchez porge il suo tributo a Chano Pozo e Dizzy Gillespie

(Pubblicato originariamente l'11 novembre 2011)
Il grande conguero Poncho Sanchez ha appena pubblicato il suo nuovo album Chano y Dizzy!, un omaggio alla musica di due grandi, Chano Pozo e Dizzy Gillespie, che alla fine degli anni '40 si riunirono per pubblicare Cubano Be, Cubano Bop l'album che fu una pietra miliare nell'inserimento dei suoni afro-cubani nell'arena della musica seria ed assicurò l'immortalità ai suoi creatori. 
Nell'album pubblicato dall'etichetta Concord Picante, Sanchez si avvale del grande trombettista Terence Blanchard un nativo di New Orleans che è letteralmente cresciuto in mezzo alla scena jazz cubana e latina e un fan di lunga data delle basi multiculturali della musica dei due creatori. Gli altri musicisti presenti nell'album sono il pianista David Torres, il sassofonista Rob Hardt, il trombettista Ron Blake, il trombonista/vocalist Francisco Torres, il bassista Tony Banda, il timbalista George Ortiz, ed il percussionista Joey De Leon, Jr.


"Questi due musicisti furono i pionieri di quello che ora chiamiamo Latin jazz," dice Sanchez. "Chano Pozo era un genio. E' considerato il padre dei suonatori di congas. Lo rispetto molto. E naturalmente Dizzy Gillespie fu l'iconico artista di jazz americano. Ho avuto l'onore e il piacere di suonare con lui in diverse occasioni. Questi ragazzi furono i primi musicisti a portare elementi di musica latina nel jazz americano, con il risultato di avere un pò della più grande musica degli ultimi 50 o 60 anni. Ho sentito come fosse giunto il momento di porgere il tributo per i loro grandi risultati."
Nella primavera del 1947 Dizzy Gillespie, che era sempre alla ricerca di cose nuove, fu particolarmente attratto dalla poliritmie delle orchestre di Machito e Noro Morales, che andava ad ascoltare appena poteva, e con le quali aveva partecipato a delle jam-sessions.
Dizzy stava lavorando alla preparazione di un concerto che si sarebbe tenuto nel mese di settembre alla Carnegie Hall. Durante le prove, uno degli sviluppi vissuti dall'orchestra fu l'aggiunta di Lorenzo Salan "Chiquita", un musicista di bongo che aveva suonato con Machito e che Mario Bauza aveva raccomandato. Un giorno disse al suo amico Bauzá che gli sarebbe piaciuto aggiungere alla banda "uno di quei toms toms".
Mario gli disse che aveva l'uomo che cercava: Chano Pozo. Mario lo portò a casa di Dizzy e Chano fece una bella impressione, anche se non parlava inglese. "Non potevo immaginare cosa sarebbe successo, ancora non sapevo quale fosse il suo potenziale. Quella notte l'ho visto suonare la Conga e mi resi conto che questo ragazzo era davvero forte." disse Gillespie.
L'incredibile drumming di Chano stupì così tanto, che Dizzy non esitò ad ingaggiarlo, benchè non parlasse inglese, né sapesse leggere la musica. Pochi giorni dopo, il batterista cominciò a provare con l'orchestra e in un primo momento trovò delle difficoltà ad interagire con il batterista Joe Harris.

Gallarate Jazz Festival 2012

Un festival Jazz aperto sul mondo ma attento ai talenti italiani, proposto in particolare ai giovani: anche l'edizione del decennale (la prima risale al 2002) del Gallarate Jazz Festival conferma gli ingredienti che hanno da sempre decretato il successo non solo locale della manifestazione, in programma dal 5 al 7 ottobre al Teatro del Popolo.


«Anche quest’anno abbiamo messo al centro il Jazz italiano: spesso nei festival italiani si è un po’ esterofili, noi abbiamo portato avanti questa idea, dare spazio ad artisti italiani» dice Max De Aloe, direttore artistico e da sempre "mente e cuore" del festival (nella foto con l'assessore alla cultura del Comune Sebastiano Nicosia). Accanto a questo, l'altro cardine della tre giorni è l'attenzione al pubblico giovane: «Non si può pensare che i giovani ascoltino musica con cui non hanno mai occasione di impattare: l’idea del festival allora è di portare i ragazzi direttamente in teatro. Quel che interessa è vedere tornare i ragazzi nelle serate successive. In una città come la nostra è importante lasciare un segno». 
Anche la politica dei prezzi è orientata al pubblico nuovo e giovane: «Abbiamo voluto scegliere un prezzo quasi simbolico, sei euro a serata» dice l'assessore alla cultura Nicosia. «La cultura ha un valore sociale e deve essere accessibile a tutti».
Come già in altre edizioni, una parte della proposta ruota anche intorno alle forme più contaminate di jazz, «una musica che da sempre ama la multiculturalità». 
Quest'anno con un'attenzione ai suoni mediterranei e arabi: una parte della prima serata (venerdì 5 ottobre, 21.30) e l'intero concerto riservato agli studenti (6 ottobre, ore 11) avrà come protagonista il trio "Shargh Uldusù" ("stella d'oriente", nella foto a destra), con Zakaria Aouna, Ermanno Librasi e Elias Nardi. 

Jack DeJohnette per Itinerari Jazz 2012 a Rovereto

Si chiuderà con tre concerti in calendario all'Auditorium “Melotti” di Rovereto l’edizione 2012 di Itinerari Jazz. Organizzata dal Centro Servizi Culturali S. Chiara in collaborazione con l'Assessorato provinciale alla Cultura e con i Comuni di Rovereto e di Trento e inserita nel programma complessivo di Trentino Jazz, la rassegna ha proposto, dal 14 marzo al 5 aprile scorsi, cinque concerti a Trento e proseguirà dal 10 ottobre al 10 novembre con tre appuntamenti in calendario all'Auditorium “Melotti” di Rovereto.


L’apertura della rassegna roveretana avrà come protagonista Jack DeJohnette, ovvero cinquant’anni di Jazz vissuti da protagonista ai massimi livelli, colui che ha tracciato un percorso di innovazione sul ruolo della batteria per cui, a ragione, si colloca nel ristretto numero dei “maestri” di questo strumento.
La rappresentanza di musicisti italiani nella rassegna è affidata al quartetto “Enchantment” del trombettista Fabrizio Bosso, una tra le più interessanti realtà del panorama jazzistico contemporaneo e il cui talento e capacità musicali hanno già ricevuto numerosi e prestigiosi riconoscimenti non solo in Italia.
In chiusura di rassegna avremo il sassofonista newyorkese Roy Nathanson con i “The Jazz Passengers” che sono il prodotto emblematico di quel melting pot da cui deriva l’originale identità del quartiere Brooklyn di New York. 
I contributi delle diverse etnie, le loro tradizioni, i loro ritmi e i loro suoni, sono stati l’humus in cui è nata e cresciuta la musica del gruppo che spazia dal vaudeville all’hard bop, dal recitato al mainstream, il tutto guidato da una gustosa e sapiente imprevedibilità.

martedì 25 settembre 2012

Weather Report - Live at Montreux 1976 (video)

Questo concerto dei mitici Weather Report, registrato al Montreux Jazz Festival nel 1976, segue il loro album "Black Market" ma con la formazione che pubblicò nel 1977 l'album "Heavy Weather". La line-up comprende Joe Zawinul (tastiere), Wayne Shorter (sassofono), Jaco Pastorius (basso), Alex Acuna (batteria) e Manolo Badrena (percussioni).


Questo video ripropone questa magica performance dei Weather Report del luglio 1976, con una formazione stellare che comprendeva, oltre ai fondatori Joe Zawinul e Wayne Shorter, il bassista Jaco Pastorius, il batterista Alex Acuna e il percussionista Manolo Badrena. Il quintetto era davvero in ottima forma e le contraddizioni strutturali, che porteranno il gruppo allo scioglimento una mezza dozzina di anni più tardi, erano ancora poco evidenti.
Il repertorio mischia brani dell’epoca (siamo nel periodo successivo a Black Market e immediatamente precedente la registrazione, con la stessa formazione, dell’album Heavy Wheater) e pezzi tratti da album precedenti, con la preziosa inclusione di una medley che lega assieme “Dr. Honoris Causa” e “Directions”, due composizioni paradigmatiche della primissima edizione del gruppo, due capolavori usciti dalla penna elegante di Joe Zawinul.
La qualità video delle riprese non è superlativa, i colori sono un po’ slavati e la definizione (specialmente nei campi lunghi) è a volte approssimativa, ma il documento è godibilissimo anche perchè le inquadrature sono meno frenetiche rispetto a quello che normalmente succedeva nei video musicali di quegli anni.
Le registrazioni erano state fatte all’epoca per una trasmissione televisiva che andò in onda in Francia e in quel formato vennero spesso bootlegate. In questa edizione abbiamo finalmente l’opportunità di guardare ed ascoltare il materiale in forma completa e al meglio della qualità possibile. Il suono è fortunatamente di buona qualità e gode di un efficace lavoro di rimasterizzazione.

Steve Coleman in webcast questa sera su Radio 3

Questa sera Radio 3 Rai trasmetterà il webcast del concerto di Steve Coleman and Reflex, registrato il 23 ottobre 2011 al Teatro Comunale di Cormòns nell'ambito del Festival Jazz & Wine Of Peace.


Nato il 20 settembre 1956 a Chicago, Illinois, Coleman si trasferisce a New York nel 1978 dove si stabilisce in via definitiva.
Inizialmente influenzato da sassofonisti come Charlie Parker, Sonny Rollins, John Coltrane, Von Freeman e Bunky verde, Coleman ha suonato e registrato con Thad Jones, Sam Rivers, il batterista Doug Hammond, Cecil Taylor, Abbey Lincoln e Dave Holland.
Ha incorporato molti elementi dalla musica folkloristica della diaspora africana, fusa con idee musicali influenzate da antichi concetti metafisici.
Caposcuola indiscusso del jazz proliferato negli States nell’ultimo paio di decenni, Coleman è impegnato da anni nella ricerca di un’ulteriore evoluzione ritmica della musica afroamericana.
Nel corso degli anni è stato leader in diversi gruppi, anche se il suo gruppo principale è Steve Coleman e Five Elements, formato nel 1981 ed ancora in attività.
Coleman è una delle figure chiave del jazz di oggi: è stato uno dei fondatori del cosiddetto movimento M-Base, collettivo di musicisti dalle cui fila sono venuti alla ribalta tra gli altri la cantante Cassandra Wilson e il sassofonista Greg Osby.
Il suono graffiante del suo sax racconta le tensioni, gli impulsi di una musica “meticcia” alla continua ricerca di una nuova identità, pronta ad arricchirsi degli stimoli più disparati, senza mai perdere un’essenziale “black energy”.

REPLAY: Duke Ellington: Meets Coleman Hawkins and John Coltrane

(Pubblicato originariamente il 9 novembre 2011)
La Universal/Impulse ha appena ripubblicato, accorpandoli in un unico Cd, due leggendari album di Duke Ellington entrambi del 1962; Duke Ellington Meets Coleman Hawkins, un incontro di fine carriera tra due grandi, ognuno dei quali ha giocato un ruolo chiave nello sviluppo della grammatica del jazz, e Duke Ellington and John Coltrane, che cattura il sassofonista nel bel mezzo di uno dei suoi periodi più produttivi, nel momento in cui stava cercando di ricostruire il suo jazz.



Lavorare con Ellington dette a Coleman Hawkins, la possibilità di fondere le due grandi fasi della sua carriera, prima come innovatore del solo swing e poi come uno dei più anziani artefici del bebop.
Grazie anche ad alcuni dei più fidati sideman di Ellington, tra cui Harry Carney, Johnny Hodges, e Ray Nance, Hawkins risplende su alcune delle più note composizioni di Duke. "Mood Indigo", per esempio, è rivisitata come un pezzo più modestamente contemplativo senza però perdere la sua maestosità.
In realtà, questa performance mostra la sfumata e stanca introspezione di mille notti passate sulla strada in maniera più palese di tutte le versioni precedenti.
E' anche un esempio ideale di come Hawkins riusciva delicatamente a  gestire una ballad. "Jazz Limbo" è un dinoccolato riff che suona in maniera più accessibile rispetto alla versione presentata nel precedente album di Ellington, Money Jungle, e diventa una esuberante celebrazione che fonde i confini tra il jazz e gli inizi dell'Atlantic R&B.
John Coltrane and Duke Ellington, mostra il playing di Coltrane in una posizione intermedia tra il turbolento ma ancora accessibile hardbop di album come Blue Train (1957) e Giant Steps (1960) e le più stimolanti acrobazie tonali di A Love Supreme (1965) e Ascension (1966).

Duke Ellington’s music and race in America (prima parte)

Inizio la pubblicazione di un lungo e bellissimo articolo, pubblicato sul NewYorker, che illustra la vita e la musica di Duke Ellington con particolare riguardo alla questione razziale.


Il club nel seminterrato era angusto ed il palco piccolissimo. La clientela includeva mafiosi, musicisti e stelle dello spettacolo che arrivavano dalla vicina Broadway, scivolando tra la folla nel momento in cui la band appariva, verso le dieci, "fino a quando non si sa."
Il banjoista che aveva organizzato lo spettacolo non riusciva a dare maggiori informazioni su fino a quando la notte sarebbe continuata: "Fino a quando ve ne andate." Dopo le 3 del mattino, non si riusciva a trovare un posto libero.
Nell'autunno del 1926, la mania per la musica negra portava gli scaltri bianchi newyorkesi fino ad Harlem, ma il Kentucky Club, sulla West Forty-ninth Street, aveva la band più calda in città.
Trombe, tromboni, sax, clarinetto, tuba, banjo e batteria, con nove o più musicisti, rannicchiati sul palco sotto i tubi che correvano lungo il soffitto, più il bel giovane pianista che dirigeva il gruppo di ballerini che ballavano intorno a lui sul palco.
Ma la band faceva molto più che mantenere la temperatura elevata e le danzatrici in movimento, i suoi arrangiamenti erano così sorprendenti che anche un pezzo familiare come "St. Louis Blues" suonava nuovo.
Variety scrisse una sdolcinata recensione del "combo colorato" notando che i clienti del club spendevano una notevole quantità di tempo seduti ad ascoltare. 
Duke Ellington e i suoi Washingtonians suonavano a New York, sotto un nome o un altro, da circa tre anni, ma il loro valore e l'ambizione si stava appena cominciando a mostrare.
Da nuovi arrivati, avevano praticato la dolce e semplice musica, "sotto conversazione" che era richiesta nell'ambiente di Washington, dove gli originali componenti del gruppo avevano iniziato, ma avevano presto scoperto che questo sound era del tutto sbagliato per New York. Non abbastanza sfrontato, ne guidato ritmicamente, non abbastanza Negro, non jazz.
In realtà, uno stile di jazz di New York non esisteva. A metà degli anni Venti, la città offriva, invece, una varietà inebriante di modelli musicali, ivi compresi i pianisti stride nativi di Harlem (che avevano accolto Ellington come uno di loro), i musicisti blues che facevano parte della migrazione di massa in atto dal Sud, il suono levigato della band di Fletcher Henderson, i grandi horn players di New Orleans, che incendiavano la città di tanto in tanto come le comete. E poi c'erano i musicisti residenti che avevano assorbito le famose tecniche di New Orleans.
Il trombettista Bubber Miley si era unito ai Washingtonians prima della fine del loro primo incerto anno, e con le sue esplosioni waa-waa e  le incredibili grida e pianti umani, subito spazzò via il loro decoro. Ellington fu ispirato dalla selvaggia espressività di Miley, anche se non poteva ancora incontrare o lasciare andare la promessa di tutti gli altri suoni che aveva sentito.

Stefano Bagnoli "We Kids Trio" a Milano

Domani sera, alle ore 21, al Fermento Art&Npub di Milano il batterista Stefano Bagnoli salirà sul palco con un progetto speciale: We Kids Trio. Il batterista milanese porterà dal vivo un trio formato dai giovanissimi Francesco Patti (sax alto) e Giuseppe Cucchiara (contrabbasso).    


In quest’occasione il trio presenterà dal vivo il nuovo disco “We Kids”: «Oltre l'ironia del nome, intendendo la musica come spassionata sterminatrice di ogni età anagrafica! - commenta Stefano Bagnoli - Lasciar scorrere il tempo imparando dai giovani che imparano a loro volta, entrare in un vortice inesauribile di scambi da cogliere e con cui crescere. La musica fa il resto
Tutto nasce in Sicilia nelle estati del 2010 e 2011, tra Vittoria e Piazza Armerina, due cittadine che da alcuni anni hanno un ruolo divulgativo di grande rilevanza per il Jazz nazionale con i loro rispettivi Festivals, WorkShop e Concorsi. Tra i tanti giovani talenti partecipanti, con due di loro Bagnoli sperimenta un primo incontro di prova. Il gioco funziona e ufficialmente nasce il Trio. "We Kids". 
Stefano Bagnoli; classe 1963, inizia giovanissimo a frequentare il mondo del Jazz; con un'esperienza jazzistica a 360° consolidata da oltre trent'anni di attività, è da tempo legato artisticamente ai gruppi di Paolo Fresu, Dino Rubino, Franco Ambrosetti, Paolino DallaPorta, Riccardo Fioravanti, Paolo Jannacci, Giovanni Mazzarino, Giuseppe Mirabella, Nello Toscano e molti altri.
Imponente la discografia che dal 1978 ad oggi lo vede affiancato a grandi artisti attuali e del passato storico come Gianni Basso, Renato Sellani, Franco Cerri, Paolo Tomelleri, Carlo Bagnoli, Mario Rusca, Sante Palumbo, Francesco Cafiso, Fabrizio Bosso, Massimo Moriconi, Gianni Coscia, Enrico Rava, Bruno De Filippi, Michael Rosen, Mauro Negri, Bebo Ferra.

lunedì 24 settembre 2012

Don Friedman a Jazz Baltica 2011 (audio)

L'emittente spagnola RTVE ha trasmesso recentemente il concerto per piano solo del grande Don Friedman, registrato il 2 luglio 2011 al Festival Jazz Baltica di Salzau.


Don Friedman è un pianista dalla tecnica brillante nonché un ispirato manipolatore delle armonie noto per le sue invenzioni melodiche, le sue elaborate acrobazie e i suoi momenti di intimità sonora.
Definito il gentleman del jazz, Friedman è stato il primo pianista a fondere gli stili moderni di Bud Powell e di Bill Evans, creando un suono unico e personale
Friedman ha studiato jazz al Los Angeles City College durante gli anni '50. A quel tempo Los Angeles era la capitale del jazz della West Coast e Don stava diventando parte di questo movimento, lavorando al fianco di artisti come Shorty Rogers, Chet Baker, Ornette Coleman e Scott LaFaro.
Nello stesso periodo, Don ha mostrato anche le sue credenziali hard bop lavorando con Dexter Gordon. Nel 1956 Buddy DeFranco lo ingaggiò per un tour che comprendeva concerti al Birdland e al Basin Street di New York.
Il tour con DeFranco fu un punto di svolta per Friedman che nel 1958 decise di lasciare la California per trasferirsi a New York.

REPLAY: Kenny Burrell: un giovane di 80 anni

(Pubblicato originariamente l'8 novembre 2011)
Per sei decenni, il nome di Kenny Burrell è stato sinonimo di chitarra jazz. E come fondatore e direttore dei programmi dell'UCLA’s Jazz Studies, il suo nome nel campus è leggendario. 
Il prossimo sabato 12 novembre, la UCLA celebrerà l'80° compleanno di Burrell con un evento speciale che celebrerà la vita e la incredibile carriera di questo influente artista, compositore, bandleader e produttore, tutto in una notte sola, in un evento che presenterà performances tributo di leggendari artisti come il re del blues B.B King (che cita Burrell come suo "chitarrista preferito"), la multi-vincitrice di Grammy, Dee Dee Bridgewater, il pianista Lalo Schifrin e altri.


La notte sarà caratterizzata dalla collaborazione sul palco tra questi artisti, così come le prime mondiali di due nuove opere. Sostenuto dalla UCLA Philharmonia, Burrell si esibirà in una nuova composizione del Music Department Chair dell'UCLA, Roger Bourland. Inoltre ci sarà la prima di Fantasy for Orchestra, un nuovo pezzo scritto dal compositore di fama mondiale e membro di facoltà dell'UCLA, Paul Chihara e basato su Prayer for Peace di Burrell. La serata comprenderà anche il debutto di un unica composizione orchestrale dedicata alla "Pace nel Mondo" con musiche di Patrick Williams, John Clayton, Bill Banfield, James Newton, Kenny Burrell e altri. Tra le altri ospiti ci sarà la pluripremiata UCLA Jazz Orchestra, diretta da Charley Harrison, la Los Angeles Jazz Orchestra Unlimited con molti dei migliori musicisti nel sud della California e uno dei gruppi preferiti da Burrell e il Jazz Heritage All Stars, una leggendaria ensemble con quattro strumenti a fiato e quattro ritmici.
Il chitarrista e compositore, Kenny Burrell è tra i pochi grandi musicisti la cui eredità si misura non solo in registrazioni, composizioni e performances, ma nella continua trasformazione che la sua presenza ha ispirato nel mondo della musica.
Chitarrista preferito da Duke Ellington e frequentemente "il migliore" nelle liste di critici musicali e fan, Burrell può essere giustamente considerato uno dei chitarristi lirici più consistenti nel jazz. E' un maestro di tecnica con il cuore di un poeta, che usa il suo strumento per raccontare storie ed evocare emozioni in modo che raggiungano immediatamente il cuore dei suoi ascoltatori.
Il suo è un naturale suono acustico, concentrato nell'esplorare le sottigliezze che appaiono in una gamma di volume limitata, che lui ha definito "la mia parte preferita della musica."
Il nome di Burrell ha trovato il suo posto tra il gotha del jazz, insieme a quello degli artisti con cui ha suonato nel corso degli anni: Duke Ellington, Dizzy Gillespie, John Coltrane, Miles Davis, Charlie Parker, Oscar Peterson, Tony Bennett, Billy Holiday, e Quincy Jones.

Brad Mehldau - Where Do You Start

E' stato appena pubblicato l'attesissimo nuovo album del fenomenale trio di Brad Mehldau, con Larry Grenadier al basso e Jeff Ballard alla batteria, per l'etichetta Nonesuch, dal titolo Where Do You Start.


L'album, a differenza del precedente Ode pubblicato agli inizi di quest'anno che era composto da tutti pezzi originali di Mehldau, è costituito quasi esclusivamente da cover di pezzi jazz, pop, rock, folk e musica brasiliana, con l'eccezione di un unico originale.
Il risultato è a mio parere assolutamente strepitoso, Mehldau dopo aver dimostrato di essere un artista maturo a livello compositivo, qui conferma e migliora la sua abilità nel far rivivere dei classici di vari generi in modo veramente superbo.
La straordinarietà di Mehldau e del suo trio è indubbiamente quella di riuscire nel non facile compito di dare un andamento coerente all'album, pur attingendo da fonti così variegate. 
In questo modo riescono a convivere pezzi di Jimi Hendrix, Nick Drake ed Elvis Costello, con standard di Sonny Rollins e Clifford Brown o a classici brasiliani di Chico Buarque e Toninho Horta.
Mehldau si avvicina a questi pezzi con umiltà, senza quindi stravolgerne il senso, ma aggiungendo il suo tocco assolutamente personale ed originale, per renderle cose nuove e decisamente proprie, aiutato in questo da una ritmica naturalmente di altissimo livello, nel quale spicca Jeff Ballard, forse il batterista numero uno in circolazione in questo momento.

Il Bidone "Omaggio a Nino Rota" con Petrella a Napoli

Riparte con la sua programmazione autunnale la rassegna Napoli Jazz Winter 2012, kermesse musicale diretta da Michele Solipano, presentata dall’Associazione Culturale Napoli Jazz Club e dall’ Ass. Cult.Napoli Motus” che proporrà (in recupero della prevista data del 9 luglio in cartellone a Sant’Elmo Estate 2012 e slittata per motivi tecnici organizzativi ) sabato 29 settembre alle ore 21,00 nel cortile del Maschio Angioino “Il Bidone-Omaggio a Nino Rota”.


"Il Bidone-Omaggio a Nino Rota” è lo spettacolo messo su da Gianluca Petrella, uno dei più talentuosi trombonisti jazz del panorama italiano. 
La dote di Nino Rota è la semplicità di configurare la musica a livelli di una facilità d’ascolto molto elevata, derivata principalmente dalla semplicità di vena, inserita in prospettive tradizionali e sorretta da una creatività eccezionale.
La selezione dei brani eseguita certosinamente da Gianluca Petrella (ha lavorato lunghi mesi recuperando una grande quantità di materiale, in molti casi anche rarissimo) sarà decisamente ampia con una scelta finale caduta ovviamente su alcuni capolavori conosciuti dal grande pubblico, le colonne sonore dei film di Federico Fellini, ma anche su particolari brani meno famosi ma di grande caratura artistica.
Le atmosfere varieranno a seconda dei brani in una ricercata alternanza fra il dolce e l’amaro: il Nino Rota solare e allegro e quello più scuro e drammatico.

domenica 23 settembre 2012

Dave Douglas in webcast su RTVE

Questa sera l'emittente spagnola Radio Clasica della RTVE, trasmetterà il concerto di Dave Douglas, registrato al Jazz Baltica Festival il 29 giugno del 2011.


Il trombettista fu accompagnato per l'occasione da uno speciale quintetto composto da Dave Douglas (tromba), Donny McCaslin (sax), Jason Lindner (tastiere), Tim Lefebrve (basso), Mark Guiliana (batteria).
Questa formazione presentò dei pezzi tratti da due album, Spark Of Being dello stesso Douglas, e Perpetual Motion di Donny McCaslin.
Spark of Being (traducibile con ‘scintilla di vita’) è un progetto multimediale a cui Douglas ha lavorato sin dal 2007 con il film maker sperimentale Bill Morrison, una sorta di rilettura del mito di Frankenstein basata sul celebre romanzo scritto da Mary Shelley nel 1818. 
Lo spettacolo, che abbina cinema e musica suonata dal vivo, propone una riflessione sul rapporto tra società e tecnologia, tra arte e scienza, tra l’Uomo e le sue invenzioni. Per quanto riguarda le immagini, Morrison conferma il grande talento nell’abbinare sequenze scelte (e spesso “grezze”) d’archivio con nuovo materiale girato espressamente per il progetto. 
La musica pure combina elementi diversi, dai temi e dalle improvvisazioni live dei musicisti sul palco ai suoni che alludono al jazz, al groove e alla ambient generati elettronicamente via laptop. 

REPLAY: Count Basie Orchestra - Live in Svezia 1962

(Pubblicato originariamente il 6 novembre 2011)
Questo video presenta una delle più grandi big band della storia del jazz ripresa in uno dei momenti di massimo splendore della loro storia.


Spesso annunciata come la "più esplosiva forza del jazz," la Count Basie Orchestra, in questo filmato scoperto solo recentemente, ci regala 60 minuti di concerto, registrati in Svezia nel 1962 per la Tv Svedese, in cui viene messo in evidenza l'eccezionale talento musicale di questa leggendaria band che comprendeva alcuni luminari come Marshal Royal, Freddie Green, Frank Foster, Thad Jones, Quentin “Butter” Jackson, Frank Wess, il sensazionale batterista Sonny Payne e la straordinaria vocalist Irene Reid.

I preferiti: Larry Goldings: Quartet

Il preferito di questa settimana è Quartet (2006), il bellissimo album di un artista forse non molto noto al grande pubblico, Larry Goldings, ma a mio parere uno dei grandi interpreti in circolazione, specie all'organo, ma molto apprezzato anche al piano. 


Ecco un estratto di due recensioni pubblicate sul sito All About Jazz:
Nell'arco di una carriera relativamente breve, Larry Goldings ha eseguito una vasta gamma di stili dal jazz tradizionale al R & B, dalle esplorazioni sonore al pop. Con Quartet, per lo più resta all'interno del mainstream; ma anche all'interno di tale modalità, l'album è insolito ed unico grazie al mix degli eclettici interessi ed influenze di Goldings. 
Suonando principalmente il pianoforte (Goldings è più noto per le suo lavoro all'organo), l'album comprende pezzi che svariano da Björk a Monk a Gabriel Fauré. 
Egli si lancia anche in una tradizionale canzone folk americana, spiegando: "Negli ultimi anni ho approfondito una così ampia varietà di musica che negare le influenze nella realizzazione di questo disco sarebbe stato disonesto."
I compagni di band di Goldings (Ben Allison al basso, John Sneider alla tromba e cornetta e Matt Wilson alla batteria) condividono i suoi diversi interessi e si adattano sapientemente alle diverse situazioni che egli stabilisce. 
Il quartetto esprime melodie ricche di soul e le circonda con delle belle tessiture. Il tutto va al suo posto naturalmente, ed il pianista assicura che niente venga sprecato in glamour e sfarzo. 
Sneider in particolare suona splendidamente, a volte simile a Terence Blanchard, altre a Miles Davis durante il suo periodo elettrico, ma con un suono sempre fresco e nuovo. 
Wilson aggiunge colori unici al mix e non necessariamente mantiene il tempo in maniera convenzionale.
Alcuni dei pezzi più sottili dell'album, tra cui Singsong, Cocoon ed altri, sono influenzati da In A Silent Way di Miles, con strati di musica convergenti, che danno l'illusione di un insieme più grande.

sabato 22 settembre 2012

REPLAY: Hot Jazz e Guerra Fredda nella Mumbai degli anni '50

(Pubblicato originariamente il 4 novembre 2011)
Sul blog India Ink del quotidiano New York Times è apparso un bell'articolo di Naresh Fernandes, autore di una presentazione audiovisuale che spiega come il Dipartimento di Stato Americano e la Cia usarono il jazz nel tentativo di conquistare i cuori e le menti dei cittadini delle nuove nazioni indipendenti in Asia e Africa, particolarmente in India.


Ecco un estratto di questo interessante racconto storico:
"Una sera nel 1958, il pianista Dave Brubeck e il suo quartetto erano riuniti nella casa di un industriale di Mumbai amante del jazz, per fare una chiacchierata con un gruppo di musicisti indiani guidati dal maestro di sitar, Abdul Halim Jaffer Khan. Successivamente essi presero gli strumenti e misero in pratica le loro nuove conoscenze. 
Come in seguito dirà il pianista, la jam-session con Mr. Khan cambiò il modo in cui ha affrontato la sua arte. "La sua influenza mi ha fatto suonare in modo diverso", disse Brubeck al Jazz Journal International. "Benchè le scale, le melodie e le armonie indù siano diverse, ci siamo capiti ... Le origini della musica popolare non sono così distanti in tutto il mondo."
Oltre 50 anni dopo del tour di Brubeck in India, i fan a Rajkot e Chennai, Hyderabad e Calcutta, hanno ancora caldi ricordi dei concerti del quartetto. Ma oltre alla magia della musica, essi ancora ricordano con affetto Brubeck, il sassofonista Paul Desmond, il batterista Joe Morello e il bassista Eugene Wright che giravano per le città, suonando con le band locali e chiacchierando con i fan indiani. Questo era esattamente quello che il Dipartimento di Stato americano sperava di ottenere quando iniziò a mettere le band di jazz "on the road" nel 1956.
Nel mese di agosto di quell'anno, mentre la Guerra Fredda stava diventando più gelida, il Congresso degli Stati Uniti stanziò dei fondi per un "Programma Internazionale Speciale del Presidente", una iniziativa che mirava a mostrare la superiorità del modo di vita americano al mondo,  in particolare nelle nazioni di recente indipendenza dell'Asia e l'Africa. Il jazz divenne rapidamente il fulcro del programma. Il jazz, dopo tutto, era l'unica forma d'arte che realmente gli Stati Uniti potessero vantare.

Sandro Satta – Antonello Salis in diretta su Radio3

Questa sera Radio3 Rai trasmetterà in diretta da Piazza S. Giovanni a Matera, il concerto del duo composto da Sandro Satta e Antonello Salis.


Nella carriera di Antonello Salis il duo ha rivestito sempre un ruolo centrale, esemplare della capacita' del pianista e fisarmonicista sardo di potere esprimere al meglio la propria dirompente carica musicale in un contesto di dialogo, di continuo scambio con musicisti del tipo piu' diverso.
C'e' quasi un filo magico, trasparente, che unisce negli anni gli incontri di Salis (in particolare quelli documentati su disco): dalla magia delle percussioni di Nana Vasconcelos alla chitarra di Gerard Pansanel, dalle improvvisazioni con Lester Bowie alla felice osmosi con l'"organismo" Fresu-Di Castri.
La collaborazione piu' significativa e duratura e' sicuramente quella con il sax alto di Sandro Satta, nella quale, da una sintesi quasi onnivora di spunti, dal bop al free, dalle danze popolari al r'n'b, la musica esplode in mille brandelli improvvisativi, travolgente e inarrestabile.
Con la formula del duo, Antonello Salis e Sandro Satta hanno partecipato a numerosi festival in Italia e all'estero, oltre alla frequente attivita' nei club.

Ancora due nuovi album per John Zorn

L'instancabile John Zorn ha da poco pubblicato due nuovi album per la sua etichetta Tzadik
Il primo dei due album si intitola Rimbaud, una eclettica suite ispirata dal rivoluzionario poeta del simbolismo francese Arthur Rimbaud.


Rimbaud è una affascinante collezione di quattro pezzi, stilisticamente diversi e selvaggiamente fantasiosi, tutti scritti da John Zorn. 
Zorn porta il significato di eclettico in una nuova dimensione, anche se di solito i suoi album sono generalmente più coerenti stilisticamente; è quindi intrigante scoprire un così ampio spettro estetico su un unico album, che testimonia l'ampiezza e la padronanza della sua visione compositiva. 
Bateau Ivre potrebbe quasi essere scambiato per un prodotto della scena modernista accademica degli anni '60, ma che l'eccentrico Zorn, con la sua folle fantasia, mantiene costantemente coinvolgente. E' un tour de force virtuosistico per i suoi sette musicisti più la Talea Ensemble, diretta da Brad Lubman, suonarla con uno spirito ed una leggerezza abbagliante che cattura il suo movimento crescente. 
A Season in Hell vede il compositore e Ikue Mori usare il laptop, le campionature e l'elettronica per evocare in maniera colorata l'oscuro caos allucinogeno del poema, nel caratteristico linguaggio del rumore creato da Zorn.

venerdì 21 settembre 2012

Wycliffe Gordon su DRS2

Questa sera l'emittente svizzera DRS2, trasmetterà il webcast del concerto del grande trombonista Wycliffe Gordon, registrato lo scorso 15 maggio al al Jazz Festival di Berna. Gordon, accompagnato da Ehud Asherie al piano, Adrian Cunningham, al sax e clarinetto, Michael Dease, trombone, tromba e voce, Corcoran Holt al basso e Marion Felder alla batteria, ha presentato il suo ultimo progetto discografico intitolato Hello Pops, dedicato a Louis Armstrong.


Proclamato nuovamente nel 2011 2012 trombonista dell’anno dall’American Jazz Journalists Association (un titolo vinto per ben sei sette volte dal 2001 a oggi!), Wycliffe Gordon è una personalità di primissimo piano del jazz contemporaneo e a suo modo una star. 
Osannato dalla critica come uno dei migliori trombonisti a livello mondiale è una sperimentatore a tutto campo, conosciuto come performer, ma anche come brillante compositore ed arrangiatore, oltre che educatore, campo in cui è attivissimo. 
Già membro del Wynton Marsalis Septet e della Lincoln Center Jazz Orchestra, Gordon è uno strumentista stupefacente per tecnica, inventiva, forza e lirismo, in grado di infiammare con i suoi assoli le platee più composte. 

"Gouache" nuovo album di Jacky Terrasson

L'eclettico e imprevedibile pianista francoamericano Jacky Terrasson ha appena pubblicato il suo nuovo album dal titolo Gouache. Il pianista che "ama la musica seria, ma non vuole suonare serioso" si presenta in trio con due giovani talenti: il contrabbassista Burniss Earl Travis (25 anni) e il batterista Justin Faulkner (21, già con il quartetto di Branford Marsalis). 
Il CD riprende - come già nella tradizione del jazz - temi di provenienza pop, già resi celebri da Amy Winehouse, Justin Bieber o John Lennon, una vecchia e gloriosa canzone come C’est si bon e temi da colonne sonore (il disco si apre con il tema dalla sigla di Prova a prendermi). Ma non mancano i più classici temi originali che hanno fatto la storia del jazz (Valse Hot), o la ripresa – a dire il vero anche abbastanza fedele all’originale – di una chanson di Erik Satie.


Ecco un estratto di una recensione pubblicata sul sito Sound Colour Vibration:
Ho avuto modo di apprezzare per la prima volta il talento di Jacky Terrason agli inizi del 2000 nella sua manciata di album pubblicati con la Blue Note. Nelle registrazioni in trio, il peso e l'equilibrio facevano affidamento su quello che egli aveva nella sua borsa degli attrezzi e niente era meno che sorprendente nei risultati. 
Quest'anno il pianista ha iniziato un nuovo capitolo della sua carriera firmando con la Universal Jazz francese e con il lancio di Gouache.
Il nuovo album festeggia i suoi 20 anni di carriera in modo gioioso e straight ahead, spingendo i confini della sua musica in maniera tecnica e creativa. Gouache riunisce molti colleghi di Jacky dai palchi parigini (Michel Portal, Stéphane Belmondo, Minino Garay, e la cantante Cecile McLorin-Salvant) per una corsa che è semplicemente sorprendente.
Tutti i brani di Gouache sono poderosi e si muovono con il peso di sette mari, culminanti in un ponte nella cultura jazz che include tutte le strade più importanti di questa musica sacra.
Il latin jazz si siede accanto alle escursioni di jazz straight ahead, mentre altri pezzi assumono una forma più sperimentale. Tecnica e anima vanno in perfetto sincrono. L'inclusione di organo e tastiere porta alcuni dei pezzi in moods molto differenti. 
Il pianoforte è lo standard dominante nell'album ed è supportato da una sezione ritmica fenomenale su ogni pezzo. La sua band non fa cadere la palla in nessun momento. 
Gouache comprende quattordici profonde canzoni, ed è certamente il miglior album jazz che ho ascoltato quest'anno. L'organo e le percussioni soliste nella title-track da sole sono una ragione sufficiente per giustificare il prezzo, ed il resto dell'album è altrettanto memorabile ed è riempito con quel tipo di colpi di scena che non si possono mai prevedere.

REPLAY: Bill Frisell: All We Are Saying...

(Pubblicato originariamente il 3 novembre 2011)
L'ultimo album di Bill Frisell, dal titolo All We Are Saying..., pubblicato lo scorso 27 settembre per l'etichetta Savoy Jazz, è un delicato atto d'amore che il musicista ha voluto dedicare alla musica di John Lennon e dei Beatles.


Frisell, accompagnato da una straordinaria formazione composta da Jenny Scheinman al violino, Tony Scherr al basso, Kenny Wollesen alla batteria e Greg Leisz alle chitarre e steel guitar, rielabora alla sua maniera 17 classici pezzi di Lennon e McCartney, coniugando le sue consuete sonorità, intrise di jazz, folk, country, blues, con sonorità molto più rockeggianti di quelle che il chitarrista frequenta di solito. 
Pur premettendo di non essere una grande appassionato di Lennon e dei Fab Four, ho comunque apprezzato questo album, con Frisell e soci in grado di far emergere le magnifiche melodie dei celebri pezzi riproposti; anche se occorre dire che non tutti i pezzi presentati nell'album mi sembrano perfettamente riusciti.
Personalmente ho preferito i pezzi più intimi e melodici, rispetto ai brani più "rockettari" presenti nella compilation proposta; tra i miei pezzi preferiti citerei sopratutto una versione capolavoro di Across the Universe, dalle sonorità molto "friselliane", che presenta un meraviglioso interplay tra chitarra, steel guitar ed il magico violino della Scheinman a cui si aggiunge un poderoso sostegno ritmico; molto belle sono anche le riproposizioni della leggendaria Imagine, molto fedele alla melodia originale, ma resa qui sotto forma di ballata, con grandi playing da parte di tutti i musicisti, e di una sognante versione acustica di Strawberry Fields che chiude in maniera molto intima l'album.

Joel Holmes a Lucca

Appuntamento con il grande jazz di Joel Holmes per il concerto di apertura dell’attività del Circolo del Jazz. Sabato 22 settembre 2012  alle ore 21,15 presso l’auditorium del Suffragio in collaborazione con l’Istituto Musicale “Boccherini” concerto del pianista Joel Holmes; un giovane talento ma già uno dei protagonisti della nuova onda del jazz afro americano. 


Il pianista americano Joel Holmes eccezionalmente a Lucca nel suo tour italiano sarà accompagnato dal Klaus Lessmann solido sassofonista, molto noto al vasto pubblico del jazz, dal giovane ma brillante Gabriele Evangelista al contrabbasso e da Walter Paoli fra i migliori batteristi del panorama jazz e toscano nazionale.  
Stile fluente e classico, che si può definire anche neo tradizionalista, di certo uno stile abbagliante, che passa dal Jazz tradizionale, al contemporaneo, dal gospel, al R&B, soul, hip hop, funk, classico e pop. 
Joel Holmes ha iniziato a suonare il piano all’età di 4 anni. Ha studiato prima alla School for the Performing Arts di Baltimora e poi si è laureato in Jazz Performance alla John Hopkins University. 
Ha vinto diversi premi come pianista e compositore negli Stati Uniti. 
Dal 2009 è membro del quintetto di Roy Hargrove con il quale ha partecipato a molti tour nei più importanti festival e club del mondo. Particolarmente rilevanti anche le collaborazioni con le stelle del canto jazz Roberta Gambarini e Nnenna Freelon con la quale ha registrato un disco che è stato nominato per un Grammy Award (sesta nomination incassata dalla cantante). 

Yusef Lateef & Adam Rudolph a Milano e Torino

Aperte le vendite per le due le date italiane (il 19 ottobre al Teatro Dal Verme di Milano e il 22 ottobre al Teatro Colosseo di Torino) di Yusef Lateef, il sassofonista afroamericano, noto come uno dei primi esponenti della world music, genere musicale di contaminazione fra elementi di musica popolare e tradizionale. Con lui sul palco anche il percussionista Adam Rudolph.
Ad aprire il concerto gli italiani Inside Jazz Quartet featuring il famoso Jim Rotondi. A completare l'evento un'esposizione di dipinti di Mauro Modin dedicati a Yusef Lateef e ai grandi musicisti della storia del jazz mondiale.


Yusef Lateef (sassofonista, compositore, multistrumentista) nasce a Chattanooga nel Tenesse il 9 ottobre 1920. Il suo nome di battesimo fino alla conversione all'Islam, avvenuta nel 1950, è William Emanuel Huddleston. La sua famiglia si trasferisce a Detroit (Michigan) nel 1925.
Nei primi anni di attività entra in contatto con musicisti di rilievo dell'area di Detroit come il vibrafonista Milt Jackson, il bassista Paul Chambers, il batterista Elvin Jones e il chitarrista Kenny Burrell. Lateef, fin dalla giovane età di 18 anni, inizia la sua carriera musicale militando in diversi gruppi di jazz locali.
Nel 1949 entra a far parte dell'orchestra di Dizzy Gillespie, col quale partecipa a diversi tour cominciando a farsi apprezzare nell'ambiente jazzistico.
Dal 1957 inizia a registrare come solista per la Savoy Records fino al 1959. Musicisti come Wilbur Harden (tromba) e Hugh Lawson (piano) sono stati i suoi maggiori collaboratori durante quel periodo.
Nel 1961 con l'album "Eastern Sounds" e negli album a seguire, Yusef inizia a usare strumenti di provenienza orientale come: il raab, lo shanai, l'arghul, il koto e una collezione di flauti in legno cinesi e campane, insieme al suo sax tenore e al suo flauto. Anche l'uso dell'oboe produce suoni esotici uscendo un po' dalla tradizione prettamente jazzistica.
Anche il cammino musicale e spirituale del grande John Coltrane è stato influenzato dalle particolari sonorità create da Lateef. Con il trombettista Don Cherry, Lateef può vantarsi di essere uno dei primi esponenti della world music, genere musicale di contaminazione fra elementi di musica popolare e tradizionale.
Dal 1962 al 1964 è in tournée e incide diversi dischi con i fratelli "Nat e Cannonball Adderley".
Dal 1963 al 1966 incide per l'etichetta Impulse. In quel periodo suona con talenti emergenti come il trombettista Richard Williams e il pianista australiano Mike Nock. E' di quel periodo il famoso album: "Live At Pep's 1 E 2".
Lateef non ama la definizione "musicista jazz": conia un nuovo termine definendo la propria musica "autophysiopsychic " che si riferisce alla musica che esprime il lato più autentico e profondo del proprio io.