venerdì 31 agosto 2012

Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz

A raccontare la straordinaria quanto sconosciuta storia di Tony Scott, al secolo Anthony Joseph Sciacca, ci ha pensato Franco Maresco con il suo “Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz“, un lavoro pregevole e accurato in cui il regista siciliano, per la prima volta senza lo storico collaboratore Daniele Ciprì, ripercorre le tappe di una vita dedicata alla musica, ma scivolata inesorabilmente nell’oblio collettivo.


Io sono Tony Scott”, film dedicato al più grande clarinettista del jazz, è considerato dai più il capolavoro di Maresco, innamorato del jazz fin dall’adolescenza, ed è frutto di quasi quattro anni di lavoro al montaggio, con le testimonianze di oltre cento intervistati tra parenti, amici, musicisti e critici, innumerevoli ore di materiali d’archivio di ogni genere provenienti sia dagli USA che dall’Italia. 
E’ un’opera profondamente autobiografica, politica e che, incidentalmente, ha il merito di puntare i riflettori su una figura fondamentale del jazz moderno, mettendo in luce il dolore che ha attraversato la vita di Scott, un musicista straordinario che, dopo anni di successi al fianco dei più grandi jazzisti americani, ha conosciuto la fine, come artista e come uomo, proprio in Italia.
Nato artisticamente nell’ambito del “Bebop”, Tony Scott, di origini siciliane, cresce musicalmente al fianco di giganti del calibro di Charlie Parker e Dizzy Gillespie. Direttore musicale di Billie Holiday, nel corso degli anni ha ampliato i confini del jazz contaminandolo con la musica orientale, in seguito a un lungo soggiorno in Giappone, e successivamente con la musica etnica. Con il suo clarinetto è riuscito a rivoluzionare la statura di quel particolare strumento, spesso considerato ai margini del jazz, facendolo diventare protagonista di quel mondo fumoso e vitale dei locali dell’East Coast.
Tony Scott rappresenta un’eccezione, in quanto negli anni Quaranta un bianco che riesce a farsi accettare dalla comunità nera dei jazzisti è un fatto raro, se non impossibile; il miracolo dell’integrazione razziale, documentato da video e immagini, avviene attraverso le note musicali. 
Dalle interviste dei compagni esce comunque il ritratto di un uomo egocentrico, stravagante e inguaribilmente anarchico, ben diverso dai colleghi, più ‘seri’, studiosi e tecnicamente ineccepibili, il cui corpo, mai composto o irrigidito, si muoveva assieme alla musica e lo scorrere delle emozioni vibrava sulle note del suo clarinetto. Nonostante la magia di quei momenti, tuttavia, la sua storia rimane profondamente triste.
Nato nel New Jersey (USA), ma da genitori siciliani, Tony Scott ha suonato il clarinetto, tutti i sassofoni, il pianoforte, composto canzoni come la famosa Banana Boat Song, più conosciuta come Day-O, cantata da Harry Belafonte
Il clarinetto resta, però, il “suo” strumento, di cui fu uno dei più grandi esecutori d’ogni tempo, l’ultimo superstite della rivoluzione “bebop”. Ha lavorato spesso con Billie Holiday, lo vollero con loro anche Coleman Hawkins, Buddy Rich, Ben Webster, Sarah Waughan, Bill Evans, Kenny Clarke ed è stato l’unico musicista non di colore ad essere ammesso alla corte di Charlie Parker ed, infine, ha suonato nell’orchestra di Duke Ellington.
Dopo l’epoca d’oro in America, decide di portare in giro il proprio talento, voltando le spalle a quella che era stata un’importante carriera ricca di meriti e passando ad inventare musica. 
Comincia a viaggiare verso l’oriente (Giappone, Indonesia e Thailandia), dove pone le basi della “world music”, ma poi, verso la fine degli anni Settanta, ritorna in Italia, il paese della sua infanzia che, ostile e irriconoscente, lo abbandona a se stesso, svilendo il valore della sua musica, chiamandolo a suonare durante piccole sagre paesane, di fronte a un pubblico per lo più annoiato e insensibile, e costringendolo a vivere in strada, in un permanente nomadismo disperato. 
Se c’è una cosa che in Italia ci riesce particolarmente bene – afferma Franco Maresco – questa è misconoscere il valore dei talenti di casa nostra. Dalla letteratura al cinema, passando per la musica, il nostro Paese non è mai stato clemente nei confronti dei suoi figli più dotati e in questo senso, la parabola artistica ed esistenziale di Tony Scott – all’anagrafe Anthony Joseph Sciacca, nativo del New Jersey ma di origini siciliane – è tragicamente paradigmatica”. 
Nell’onorare la vita di questo personaggio perdente e sognatore, un talento unico divorato però da una radicale e profonda pulsione autodistruttiva, Maresco coglie l’occasione per rivolgere al contempo un atto di accusa fermo e indignato nei confronti del nostro paese, reo di aver perso il proprio onore. 
Ripercorrere la vicenda musicale e personale di Tony – ha scritto Franco Maresco – significa raccontare sessant’anni di jazz, di incontri umani e artistici incredibili. Ma anche, nello stesso tempo, la storia americana della seconda metà del secolo scorso, con le sue battaglie per i diritti civili e umani, di cui Tony Scott fu uno dei principali e appassionati sostenitori. La sua vita fu un perfetto specchio dei tempi, tra incredibile successo e feroce declino. Dei tanti sbagli che fece nella sua vita, il più grave fu senza dubbio quello di stabilirsi in Italia alla fine degli anni ’60. L’Italia con Tony dimostrerà di essere il paese incivile e imbarbarito che tutto il mondo conosce”.
Tony Scott ha vissuto la storia del jazz, eppure è stato un fenomeno rimasto sospeso, in una dimensione in fondo indecifrabile e inafferrabile. 
La sua vita, apparentemente disordinata, in realtà ha sempre avuto come punto di riferimento la passione per la musica, per il jazz in tutte le sue possibili declinazioni, aperto a vari linguaggi ed echi. 
In lui convivevano tanto la consapevolezza di essere un grande musicista, quanto la dignità nel suo offrirsi, l’umiltà nell’accettare qualsiasi proposta di lavoro per continuare ad essere ciò che era, vale a dire un libero battitore della musica jazz, la cui ricerca in campo musicale e il suo continuo e costante mettersi in gioco non sono tuttavia mai venuti meno, fino alla sua morte avvenuta nel marzo del 2007. 
Scott non scese mai a compromessi per inseguire il successo, pagando un prezzo altissimo per questa scelta, ma è proprio questo a renderlo così interessante ai miei occhi”, ha affermato Maresco.

5 commenti:

  1. Per chi non fosse riuscito a vedere questo bellissimo documentario, trasmesso anche da Rai3 ultimamente, può recuperarlo nella sezione Replay del sito Rai.tv.

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  2. Il link per vedere questo bellissimo film e:
    http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#ch=3&day=2012-08-28&v=143475&vd=2012-08-28&vc=3

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  3. Salve purtroppo la risorsa non e' piu' disponibile su replay!!! Sapete dirmi dove poterla reperire in alternativa? Grazieee

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  4. l'ho visto anche io questa estate in una notte insonne, presentato da enrico ghezzi (http://www.fuoriorario.rai.it/dl/portali/site/articolo/ContentItem-032015da-4f18-41a3-a75a-10e6b3c9644a.html). C'è un modo per reperirlo? non lo trovo da nessuna parte su internet.

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    1. Eccolo: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-e9b6dfe4-291d-4794-8d02-3ca26c8f3ad6.html

      Lo rivedrò di sicuro. E' meraviglioso.

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