martedì 24 luglio 2012

Nigel Kennedy a Pietrasanta

Per la prima volta il Festival Pietrasanta in Concerto si sposta dagli spazi del centro storico pietrasantino al Teatro all’Aperto nel parco della Versiliana per un evento eccezionale che vede protagonista insieme al suo quintetto uno tra i più grandi violinisti al mondo, Nigel Kennedy, artista in testa alle hit anglosassoni, paragonato alle grandi star del pop per la sua capacità di conquistare le platee.
Con il suo quintetto Kennedy si esibirà in un concerto su musiche di Bach e eseguirà brani del jazzista Fats Waller.


Ecco un bel ritratto di questo incredibile violinista pubblicato sul sito Outsider Musica.
Essere invitati ancora giovanissimi a salire sul palco insieme a Stéphane Grappelli è una signora referenza, soprattutto se a ricevere questo grande onore non è un aspirante jazzista, ma un bravo giovanotto della borghesia inglese, che ha talento da vendere e un gusto incredibile per la provocazione e per la trasgressione. Si dice che effettivamente gli insegnanti di Kennedy fossero terrorizzati al pensiero che il più stretto collaboratore di Django Reinhard potesse rovinare la tecnica del loro enfant prodige.
Nigel Kennedy ha nel sangue il genio e la sregolatezza: proviene da una famiglia in cui persino la nonna era un’affermata pianista, e ovviamente erano musicisti i suoi genitori. Peccato che la sua nascita avvenne nel 1956 da una relazione temporanea tra il padre, violoncellista, e la pianista Scylla Stoner con la quale a quei tempi si esibiva. Nigel conobbe il padre a undici anni.
Le sue prime esibizioni avvengono ancora in giovane età, nel Regno Unito, ma bisogna aspettare gli anni Ottanta per vedere uscire i primi album in cui prevalentemente si occupa del repertorio classico in lavori orchestrali e solisti, tra cui tuttavia già nel suo anno d’esordio, il 1984, spicca un Nigel Kennedy plays jazz in cui si confronta con alcuni jazz standards. Ed è un gesto probabilmente dagli intenti provocatori, visto il cattivo sangue che corre tra i classicisti “ortodossi” e il jazz, che in questi ambienti è ancora una musica del diavolo.
Ma Kennedy in cuor suo non è mai stato un classicista a tempo pieno: lo tradiscono un atteggiamento deliberatamente provocatorio e irrisorio, che passa attraverso abbigliamento e acconciature stravaganti, fino ad arrivare alla provocazione diretta, quando risponde ai giornalisti parlando in un finto accento cockney delle periferie inglesi. L’accusa più grave resta tuttavia quella di essere un convinto seguace di Jimi Hendrix, altro grande dissacratore, e di inquinare anche Beethoven e compagnia con questo suo approccio più libertino. Famosa anche la sua scelta di dedicare un album a due figure come Bela Bartòk e Duke Ellington, che più distanti non potevano essere.
A fianco alla musica classica, tuttavia Kennedy ha iniziato presto a coltivare altri interessi e intessere preziose collaborazioni anche nel mondo del pop, ad esempio con Paul McCartney e con Kate Bush. Comporre, a sua detta, è il modo migliore per poter apprezzare i grandi compositori del passato, e finalmente nel 1984 vi si cimenta con Let loose, un disco da alcuni ritenuto di rock progressivo, realizzato in collaborazione con il tastierista Dave Heath.
Più avanti negli anni Kennedy incomincia sempre con più frequenza a muoversi nel terreno del jazz e della fusion, realizzando dischi estremamente interessanti come Kafka dove di nuovo si vede all’opera un compositore classico che cerca di dialogare con i fraseggi del jazze del rock, lavorando sulle timbriche e sulle melodie in un modo veramente straordinario, tanto che è davvero difficile ascrivere un lavoro come questo a un unico genere musicale. Inizia a farsi sentire il fascino dell’Europa orientale e del klezmer, che sfocia in un disco meraviglioso come East meets East, realizzato con alcuni solisti di Cracovia. Il disco è eccellente nel suo mescolare brani originali a brani della tradizione balcanica, che accosta sonorità che vano dalla Polonia fino alla Serbia e alla Bulgaria, lasciando sopravvivere un’eco di questo lungo viaggio nelle diverse lingue in cui i brani sono interpretati.
Nigel Kennedy non è solo un violinista di livello, il suo ruolo è determinante tanto come interprete classico tout court, quanto come innovatore e musicista moderno a caccia di novità, che riesce a ottenere liberandosi dalla rigidità degli schemi accademici. Overdrive, jazz e musica popolare sono peggio di una bestemmia in musica classica, ma la genialità sta nel rovesciare il discorso: guardare senza pregiudizi a ogni manifestazione della musica e arricchirla dell’esperienza di un violinista accademico. Un obiettivo che ben pochi sono riusciti a raggiungere.

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