giovedì 19 luglio 2012

Metheny, epica jazz-fusion al futuro

Continuiamo la serie di recensione dei grandi concerti che stanno interessando il nostro Paese in questo periodo, con quella di Pat Metheny ospite lo scorso mercoledì del Vittoriale di Gardone Riviera (Bs), pubblicata dal sito de Il Giornale di Brescia.


Più che un concerto, epica jazz-fusion. 
Sono Pat Metheny, domatore di chitarre; Chris Potter, sax veloce; Antonio Sanchez, guardiano del tempo; Ben Williams, guerriero delle corde basse. Unity Band il loro nome, il Vittoriale l'ultima fortezza espugnata, giusto ieri sera. 
Non si può resistere a Pat, alla sua musicalità, alle sue composizioni, pensose ma mai disperate. Con un anfiteatro tutto esaurito per il primo appuntamento jazz di «Tener-a-mente», il quartetto guidato dal chitarrista del Missouri ha giocato coi ritmi, dilatato gli spazi, buggerato la fisica degli assoli.
Capitolo uno, Pat e la montagna di corde. È il suo concerto, la sua band. Metheny conquista il palco da solo con «Make peace». Su «Quiet night» arriva il resto della band, per il viaggio lungo l'ultimo «Unity Band».
Capitolo due, Chris dai mille sax. La curiosità era tutta per lui: come se la caverà Mr. Potter? Beh, alla grande. Chris acchiappa il groove, mettendo alla frusta Pat, che risponde accordo su accordo alle scorribande del suo sodale, che incanta in «Roof Dogs» (dove il sax soprano si fa urlo ancestrale) e nella tenue «This belongs to you».
Capitolo tre, il messicano tra i tamburi. Due solisti eccelsi, ma al ritmo chi ci pensa? In casa Metheny si va sul sicuro, grazie ad Antonio Sanchez. Quando la temperatura si scalda, il drummer è abbagliante nel momento in cui la scaletta si sposta... verso sud, coi ritmi spezzati di «Leaving Town», inebriante cocktail caraibico.
Capitolo quattro, il Ben che non ti aspetti. Suonare il contrabbasso con dei mostri, è un lavoraccio. Williams punta su corpo e melodia, godendosela un mondo su «New Year» e «Police people», con cui Metheny ha ricordato il suo lavoro con Ornette Coleman.
Man mano che il concerto procede, Pat svisa come un ossesso, tra acustiche, elettriche e synth guitar. Quando la imbraccia per «Roof Dogs» pare stia suonando uno stormo di gabbiani.
Ovviamente detti pennuti sono intonati e hanno la strana tendenza ad esprimersi con accordi diminuiti. Si vede che con Metheny succede così.
La folla è estasiata anche quando l'artista decolla per il cosmo col suo Orchestrion, diavoleria con la quale, dalla chitarra, comanda una superband virtuale. 
Il tutto mentre Sanchez, Potter e Williams ispessiscono il sound, in quello che è comunque parso il momento più ostico del concerto.
Ma c'è sempre il jazz dietro l'angolo e «All the things you are» è un interludio, prima del veemente finale, affidato al saggio virtuosistico «Did you get it» e ad un bis ancora a suon di Orchestrion. Non prima della citazione d'obbligo per il Pat Metheny Group, con «The good life».
Così suona davvero solo lui, e il suo... Pat col sax è una manna dal cielo. Fino alla prossimo impresa.


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