martedì 10 luglio 2012

Aperitivo in Concerto stagione 2012-2013

Aperitivo in Concerto giunge alla sua ventottesima edizione e, come da sua tradizione, cerca nella complessità e nella molteplicità delle nuove musiche una chiave di lettura della nostra contemporaneità.
Il ventottesimo cartellone di Aperitivo in Concerto, in programma dal 28 ottobre 2012 al 3 marzo 2013 al Teatro Manzoni di Milano, è stato in larga parte dedicato a quell'afrocentrismo che ha caratterizzato gran parte della musica improvvisata afroamericana a partire dagli anni Sessanta. Un momento importante nella cultura del secolo scorso che, sin dai suoi albori, ha trovato, nella riscoperta di un antichissimo e lacerato continente, nuovi stimoli per la creatività, in Europa come nel Nuovo Mondo. 


Il Ventesimo secolo, in cui il jazz ha fatto da araldo e da battistrada per una riscoperta ed un riconoscimento della cultura africana, ha assistito alla dilagante influenza esercitata dalle molteplici tradizioni africane, soprattutto, ma non solo, in ogni ambito musicale. Al ricordo e alla ricostruzione nella memoria dell'originaria patria africana da parte di molti artisti africano-americani, si accompagnava anche la nascita di peculiari aggregazioni comunitarie, vere e proprie forma di tribalismo che non intendevano riproporre in ambito contemporaneo forme di relazioni e criteri identitari considerati arcaici, ma che si presentavano in una società, come quella americana, ancora avvelenata dal razzismo e lacerata dalle lotte per i diritti civili - come riformulazione creativa delle appartenenze con l'utilizzo di simbologie e tratti culturali avulsi dai contesti originari: si pensi all'Arkestra di Sun Ra o ai gruppi guidati da Miles Davis nel corso della sua svolta elettrica o, ancora, a formazioni musicali come The Pharaohs o The Pyramids, che nella rielaborazione del mito africano intendevo ritrovare un'originaria identità perduta (un tratto già presente, ad esempio, nella jungle evocata da Duke Ellington). Un periodo storico particolare e intenso, i cui effetti riverberberano fino ai nostri giorni, anche nelle nuove comunità identitarie formatesi nei molteplici incroci fra globalizzazione, dialogo interetnico e Internet.
Non a caso, Aperitivo in Concerto prende il suo avvio con due momenti particolarmente significativi: l'apertura, spettacolare e imponente, con lo straordinario e trascinante incontro fra una leggenda del jazz come il sassofonista Archie Shepp (28 ottobre) con il gruppo Dar Gnawa, storica e affascinante formazione di Tangeri che per antica tradizione rievoca la cultura degli schiavi neri in Nord Africa, e l'esibizione del sassofonista Idris Ackamoor (11 novembre), storico interprete californiano che, già negli anni Settanta, a capo di un complesso di grande valore come The Pyramids, ha saputo tracciare una via particolarmente spettacolare e coinvolgente nella riscoperta dell'Africa da parte del jazz e della tradizione afroamericana. Se il sassofono di Shepp (artista che già nel 1969 partecipava al Primo Festival Panafricano di Algeri, sottolineando anche ideologicamente il ritorno della cultura africana-americana alle sue origini, per troppo tempo neglette) s'infiamma di passione nella rilettura di un passato tradotto in termini d'esaltazione musicale, Ackamoor offre, con The Pyramids, nella sua prima esibizione italiana, un'appassionante performance in cui musica, teatro, memoria e rituale arcaico si fondono in uno spettacolo di fortissimo impatto. 
Il celebre bassista Michael Henderson con la sua Electric Miles Band (18 novembre), per anni fra i più interessanti collaboratori di Miles Davis e presente in incisioni storiche come Agharta, Get Up With It, On The Corner, Tribute to Jack Johnson, Dark Margus, Pangæa, ci riporta proprio al brulicante universo davisiano degli anni Settanta. All'epoca, il leggendario trombettista operava la cosiddetta svolta elettrica, creando fenomenali gruppi musicali in cui jazz e musica popolare afroamericana si univano come frutto di quel tribalismo che era inscindibile parte della riscoperta delle radici africane. Henderson, a capo di un gruppo di cui fa parte anche Badal Roy, percussionista fra i grandi collaboratori di Davis, rilegge con intensa partecipazione quel periodo, musicale e culturale, di cui egli fu un esponente fra i più carismatici e significativi, capace di operare sia nel campo dell'improvvisazione che in quello delle tradizioni afroamericane più popolari.
E se di riscoperta dell'Africa e della sua cultura si tratta, uno strumentista d'importanza autenticamente storica come il trombettista Hugh Masekela, uno fra i più grandi ed acclamati artisti africani, impone la propria straordinaria presenza (25 novembre). Vera e propria leggenda del Sudafrica, Masekela è stato fin dagli anni Sessanta il più acclamato artista africano in esilio, reso viepiù celebre dalla sua straordinaria commistione fra tradizioni sudafricane e jazz e dalle sue instancabili lotte per la libertà del suo popolo. Oggi, Masekela sembra conoscere una seconda giovinezza e ancora porta nel mondo la voce unica e arcana di Mama Africa, esemplificando e rinsaldando i legami che uniscono il continente africano alla diaspora degli schiavi africani in America.
Così come Michael Henderson rievoca i proficui rapporti fra mondo dell'improvvisazione e cultura popolare afroamericana, così il trombettista, leader e arrangiatore Steven Bernstein (2 dicembre), con la sua eccezionale Millennial Territory Orchestra (di cui fanno parte solisti di grande rilievo come il violinista Charles Burnham, il contrabbassista Ben Perowsky, il sassofonista Peter Apfelbaum) ripercorre, con la collaborazione di un solista del calibro di Bernie Worrell alle tastiere, le pagine cinetiche e trascinanti di uno fra i massimi complessi musicali afroamericani a partire dagli anni Settanta, Sly & The Family Stone.
L'inarrivabile flautista Nicole Mitchell (16 dicembre) porta a Milano, invece, un'altra rilettura delle radici africane, rievocandone i riti arcani, i ritmi del corpo, le sofisticate elaborazioni timbriche, elementi posti al servizio di una formidabile compositrice che, pur nella complessità della sua opera, sa creare pagine affascinanti per la capacità di coinvolgere il pubblico in un incantatorio rituale collettivo che è anche pura danza, al contempo astratta e marcatamente fisica.
Il 20 gennaio vede inaugurarsi il 2013, al Teatro Manzoni, con un'affascinante prima mondiale, realizzata in collaborazione con il ben noto Punkt Festival, ben nota manifestazione musicale d'avanguardia che si tiene annualmente in Norvegia. Ancora una volta una piccola comunità di musicisti, una piccola tribù che si trova a fare i conti con l'eredità africana del jazz in un modo del tutto inconsueto: da un lato un gruppo di acclamati improvvisatori norvegesi, dall'altro uno fra i più grandi batteristi sulla scena mondiale, quell'Hamid Drake che da tempo ha saputo coniugare l'avanguardia afroamericana con la complessa e ramificata tradizione africana. Un connubio appassionante proprio per la sua apparente improbabilità: da un lato la piena coscienza storica della propria eredità etnica e della sua evoluzione nell?ambito della cultura afroamericana, dall'altro un'estetica che, decisamente ispirata al jazz, ha intrapreso un cammino intrinsecamente legato alla tradizione europea, sia colta che popolare, di stampo specificamente nordico. Può, dunque, trovare un terreno comune un incontro fra il patrimonio musicale d'estrazione africana-americana e il mondo inquieto delle brume e dei fiordi, di Nielsen e Sibelius, o, nel caso dei norvegesi Eivind Aarset (eccellente ed originale chitarrista, a lungo collaboratore di Ketil Bjornstad, Dhafer Youssef e Nils Petter Molvaer), Jan Bang ed Erik Honoré (maestri dell'elettronica, ideatori del Punkt Festival), Arve Henriksen (affascinante trombettista dalle magiche sonorità), di Grieg e Halvorsen? La risposta, nettamente affermativa, la offre proprio questo originalissimo ensemble, fatto di timbri e ritmi inusitati, di melodie dal sapore antico eppure modernissimo, di una modernità che coniuga strumenti dal linguaggio antico e tecnologie squisitamente contemporanee.
Qualsiasi improvvisatore che si avvicini al jazz sa di doversi misurare con il peso di molteplici tradizioni, a volte anche apparentemente lontane dalla propria. Così, l'eccellente clarinettista bengalese (ma trapiantato a Londra), Arun Ghosh (27 gennaio), ha voluto intraprendere un lungo viaggio musicale, dall'India all'Africa. Straordinario virtuoso, Ghosh rilegge la tradizione jazzistica con risultati di innegabile fascino, ricostruendo, attraverso la pratica jazzistica afroamericana, un percorso che è inconfondibilmente indo-europeo e che, negli echi della tradizione bengalese (fusi alla contemporaneità di un coacervo di materiali multietnici, tipico di chi proviene da un particolare e avanzato melting pot come quello londinese) trova accenti che echeggiano anche ben diversi contesti come quelli della cultura musicale zingara e della cultura musicale yiddish, quel klezmer cui Ghosh si affaccia alla fine di un itinerario prolungato e che ha nel jazz e nelle sue radici un vero e proprio passaporto per i lidi più lontani.
Il bassista, produttore e compositore Bill Laswell (3 febbraio), reduce da uno straordinario successo al Teatro Manzoni per la scorsa stagione di Aperitivo in Concerto, si spinge ancora più lontano nella sua rilettura delle radici della musica improvvisata. Grazie alla presenza di un tastierista geniale e fuori del comune come Bernie Worrell (figura storica della più sofisticata musica popolare afroamericana), egli le ricollega -in un contesto di vitale e trascinante coinvolgimento del pubblico- alla tradizione del funk e del soul, ma con la presenza del celebrato DJ Krush egli le sospinge ulteriormente fino all'hip hop e al trip hop orientali (Dj Krush, infatti, è considerato il padre dell'hip hop giapponese), in un percorso che evidenzia quanto la cultura africana-americana abbia saputo estendere la sua straordinaria influenza.
Dopo il ricordo di Sly & The Family Stone da parte di Steven Bernstein, ancora una teatrale ma profonda rimeditazione delle tradizioni afroamericane più sentite: la grande cantante Dee Alexander, una fra le più affermate e spettacolari vocalist sulla scena internazionale, torna al Teatro Manzoni (10 febbraio), dopo le acclamazioni riscosse per Aperitivo in Concerto con il suo recital dedicato a Jimi Hendrix, per presentare un suo personalissimo e folgorante tributo a James Brown e alla sua opera musicale. 
Una settimana dopo (17 febbraio), uno fra i più acclamati esponenti della nuova improvvisazione americana, il trombettista Taylor Ho Bynum, compie un'altra non meno stimolante reinterpretazione della tradizione popolare africana-americana, dedicandola ai lavori di una figura unica e carismatica come quella di Prince, compositore e interprete dal fascino e dall'originalità fuori del comune.
Conclude (3 marzo) l'edizione 2012-2013 della rassegna, quasi un sontuoso riassunto, in prima europea, il nuovo quintetto di Dave Douglas (con la partecipazione dell'eccezionale cantante Aoife O'Donovan e di un fenomenale quanto giovane contraltista come Jon Irabagon): un excursus complesso quanto spettacolare che sembra voler toccare più punti della storia della musica improvvisata, dalle ballate tradizionali alla nuova improvvisazione, dall'ironica rievocazione degli anni Trenta al post-bop al song. Un mosaico composito, mobilissimo, di profonda intelligenza e di non minore fascino, che per l'appunto, sembra voler racchiudere in sé il senso del cartellone di Aperitivo in Concerto: la testimonianza della ricchissima molteplicità linguistica dei nostri giorni e dei suoi più creativi interpreti.

2 commenti:

  1. sperando che Archie Shepp s'impegni di più e si senta più a suo agio con la musica africana, visto che con quella cubana (suo incontro con Chucho Valdes) non è stato memorabile.

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  2. Archie Shepp è sempre stato un artista discontinuo, soprattutto, direi, per ragioni economiche nel suo circondarsi di accompagnatori non sempre all’altezza. Noi siamo spesso severi con taluni musicisti, specie quelli americani: in realtà, se ci mettessimo a fare loro i conti in tasca scopriremmo che non sempre il gioco vale la candela. E’ un lavoro difficile, soprattutto negli Stati Uniti, dove le pressioni sono molte e dove, oltretutto, la concorrenza è nutrita e implacabile.
    Certi “incontri”, come quello di Shepp con Chucho Valdés, stanno diventando la regola, dettata eminentemente dal fatto che, in taluni ambiti, abbiamo a che fare con “superstiti” generazionali che, anche per le sempiterne motivazioni economiche, vengono sottoposti a “sperimentazioni” di vario genere: incontri con artisti più giovani, con coevi, rivisitazioni del passato, abbinamenti futuribili che magari non tengono conto del cristallizzarsi, in alcuni artisti di più avanzata età, di una certa “classicità” stilistica e, dunque, della inconciliabilità con le varie diversità: l’arte non è una scappatoia taumaturgica, un luogo dello spirito in cui possono darsi miracoli (che pure qualche volta avvengono).
    L’incontro di Shepp con i Dar Gnawa si rifà, evidentemente, alle esperienze da lui maturate a partire dalla partecipazione al Primo Festival Panafricano di Algeri: le scoperte di ieri a confronto con il punto interrogativo di oggi. Dovrebbe essere l’inverso e invece… A testimonianza che i nostri tempi ansimano in mezzo al guado. Ma Shepp rimane uno strumentista e un artista peculiare, se non altro per la vasta e colta conoscenza della tradizione africano-americana, un patrimonio che oggi rischia di disperdersi. GMG

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