martedì 31 luglio 2012

Alla ricerca dell'ultima dimora di Billie Holiday

Sul sito della Npr è stato pubblicato un bell'articolo che cerca di risolvere il mistero sul luogo dove è sepolta Billie Holiday.


Quando Billie Holiday morì nel 1959, migliaia di persone in lutto parteciparono al suo funerale alla St. Paul the Apostle Roman Catholic Church di New York City. Una folla straripante si allineò sul marciapiedi. Tra i portatori della tomba c'erano grandi del jazz come Benny Goodman e Mary Lou Williams. Giornali e riviste scrissero dei commossi tributi.
Ma dove è sepolta la Holiday? 
Non al New York Woodlawn Cemetery, il noto luogo dove riposano famosi musicisti jazz come Duke Ellington, Celia Cruz, Miles Davis e Lionel Hampton.
E' invece sepolta al cimitero di St. Raymond - o, come dice la cantante e grande fan della Holiday Queen Esther dice, "Lontana da tutti" nel Bronx. 
Queen Esther ed il professore della Columbia University, Farah Jasmine Griffin, hanno fatto recentemente uno spettacolo all'Apollo Theater a base di musica della Holiday e degli scritti di Zora Neale Hurston. Griffin è l'autrice di If You Can't Be Free, Be a Mystery: In Search of Billie Holiday. Sono entrambe grandi ammiratrici di Lady Day. E recentemente hanno fatto la loro prima visita alla sua tomba.
"Credo che le persone pensino che lei sia a Woodlawn," Griffin dice. "Perché è lì dove sono tutti.... Perciò la gente ci crede, a meno che non si vada a cercare."
Allora, perché è una delle cantanti più influenti del mondo è sepolta in un luogo così inaccessibile?
"Probabilmente perché era a buon mercato", dice Donald Clarke, autore della biografia Wishing on the Moon.
La storia racconta che, quando la Holiday morì, i suoi risparmi di una vita di $750, furono trovati legati ad una gamba. Le decisioni sulla sua morte furono lasciate al suo ex marito, Louis McKay, il quale, secondo molti, era un verme.
Clarke dice che McKay era un "gangster mancato", che non volle pagare per il funerale della Holiday. Invece, viene riferito, che fu finanziato da un ricco appassionato di jazz, Michael Grace. Clarke dice che Grace si offrì anche di pagare, affinchè la Holiday fosse sepolta accanto a Babe Ruth in un cimitero di lusso a New York. Ma McKay non volle.
McKay decise che la Holiday sarebbe stata sepolta accanto alla madre, Sadie Fagan, al St. Raymond's. Clarke ammette che è probabilmente ciò che lei avrebbe voluto.
Ma poi, un anno dopo la sua morte, si scoprì che Lady Day ancora non aveva una lapide. Il posto non fu nemmeno segnato. Un visitatore di St. Raymond lo descrisse come "un piccolo quadrato di ardesia".
Quando la notizia si diffuse, scoppiò l'indignazione. Nel maggio del 1960, DownBeat magazine - una bibbia per gli appassionati di jazz - scrisse che si trattava di una "situazione che avrebbe attratto l'acuto senso ironico di Billie Holiday".
"Dove erano", continuò la rivista, "tutte le persone che avevano fatto i soldi con la cantante durante la sua vita"? 

Parata di stelle internazionali del jazz alla Fondazione Siena Jazz

Parata di stelle internazionali del jazz alla Fondazione Siena Jazz, nell’ambito della 42 edizione dei Seminari Estivi organizzati con il sostegno della Fondazione Monte dei Paschi di Siena e Banca Monte dei Paschi di Siena. Giovedì 2 agosto, alle 21.30, nella splendida cornice del bastione San Filippo presso l’Enoteca Italiana, avrà luogo un concerto imperdibile in cui si esibiranno Steven Bernstein alla tromba; Greg Osby al sax alto, Michael Blake al sax tenore, Steve Cardenas alla chitarra, Pietro Leveratto al contrabbasso, Eric Harland alla batteria.


Steven Bernstein è trombettista direttore d'orchestra, arrangiatore e compositore che vive al di fuori delle convenzioni musicali. Ha pubblicato quattro cd acclamati dalla critica; Diaspora Soul, Diaspora Blues (con il trio di Sam Rivers), Diaspora Hollywood, e Diaspora Suite e ha suonato con un gruppo eterogeneo di artisti tra cui My Morning Jacket, Linda Ronstadt, David Murray, David Berger, Digable Planets, Sting, Medeski Martin e Wood, Courtney Love, Ryuichi Sakamoto, Don Byron e Mocean Worker. 
Steve Cardenas nato a Kansas City, è stato parte integrante della comunità jazzistica di New York per quasi venti anni. E’ stato membro di lunga data del Paul Motian Electric Band Bebop (che più tardi divenne la Paul Motian Octet), così come della Joey Baron band 's e Killer Joey. E’ attualmente membro del Charlie Haden Liberation Music Orchestra, del Rondine Steve Quintet e della Ben Allison Band. Ha tenuto tournée negli Stati Uniti, Canada, Europa e Sud America, esibendosi in numerosi festival jazz tra cui il North Sea Jazz Festival e il Montreux Jazz Festival. 
Nato nel 1964 a Montreal, in Canada, Michael Blake occupa un ruolo di spicco nel panorama jazz internazionale sia come strumentista che come compositore e arrangiatore. Sassofonista tenore e soprano dal suono sensuale e aggressivo al tempo stesso, spazia con fluidità tra vari generi musicali. Attivissimo membro del Jazz Composers Collective, ha suonato con i Lounge Lizards e guida band come gli Slow Poke o i Blake Tartare. 

Keith Jarrett Trio a Roma

Sul blog A proposito di Jazz di Gerlando Gatto è stata pubblicata una bella recensione di Marco Giorgi del concerto di Keith Jarrett a Roma.


Ecco un estratto di questa recensione:
...Con puntualità svizzera, sul palco appaiono Keith Jarrett, camicia rosso fuoco e pantaloni grigi, Gary Peakock e Jack DeJohnette e il concerto, articolato in due set con un intervallo di venticinque minuti, ha inizio. E’ All Of Me ad aprire la serata. Jarrett ne maschera il tema, opera tutta una serie di variazioni prima sui registri medi prima di lasciare spazio a Peacock per un assolo di contrabbasso. 
Al termine Jarrett continua a improvvisare e di tanto in tanto duetta con i “break” di DeJohnette. Sarà questo lo schema tipico che verrà portato avanti per tutto il concerto, senza quasi nessuna eccezione. Summertime, il cui tema strappa subito l’applauso della platea, viene eseguito a tempo medio. Jarrett gioca con il tema, frazionandolo e riproponendolo spesso, evitando di snaturarne la melodicità. Ma è con il terzo brano, una splendida ballad, che il pianista riesce a far scaldare il pubblico....
... Jarrett esegue tutta una serie di improvvisazioni, sempre più ardite moderne prima di lasciare spazio a Peacock, secondo lo schema già noto, prima di riprendere il tema e portare il brano a conclusione. Last Night When We Were Young è eseguita con brio e precede la conclusiva When I Fall In Love che conclude il secondo mini set. 

lunedì 30 luglio 2012

E' morto il batterista Larance Marable

E' deceduto lo scorso 4 luglio, all'età di 83 anni,  il noto batterista Larance Marable.
Larance Marable era uno dei più vigorosi batteristi mainstream della scena jazz di Los Angeles. In gran parte autodidatta, ha cominciato a suonare bebop nel 1950 con una serie di stellari jazzisti di passaggio a Los Angeles, tra cui Charlie Parker, Dexter Gordon, Stan Getz, Zoot Sims e Wardell Gray. Ha inciso con i fratelli Montgomery nel 1960 ed è apparso anche su album di Chet Baker, George Shearing, Sonny Stitt, Milt Jackson, e molti altri. Ha inciso da leader con il tenore James Clay nel 1956 per l'etichetta Jazz West. Nel 1970, andò in tour con Supersax e Bobby Hutcherson, e da allora ha lavorato in jazz club e sale da concerto di Los Angeles. Marable però raggiunse la notorietà alla fine degli anni '80 e '90, quando divenne membro regolare del magnifico Quartet West di Charlie Haden, con il quale ha registrato diversi album per la Verve.


Ecco un commosso ricordo dello stesso Charlie Haden, pubblicato sul blog Do The Math:
Ho conosciuto Larance Marable alla fine degli anni Cinquanta, quando suonavo con Paul Bley al Hillcrest Club di Los Angeles mentre Larance suonava in città. Subito dopo abbiamo cominciato a suonare insieme con Art Pepper, Hampton Hawes, Sonny Clark, Paul Bley, e spesso andavamo fino a San Francisco per suonare con diversi musicisti tra cui Chet Baker. 
Ricordo ancora le storie che raccontava in quei viaggi, su Bird e altri grandi musicisti. Infatti, sul nostro album del Quartet West Is the Hour c'è una foto di lui ad una festa di compleanno per Bird in Watts, mentre condivideva il gelato e la torta. 
Era una bella persona che amava ridere. Mia figlia Tanya, una volta giocò contro di lui diverse partite di ping pong quando eravamo a Parigi. Quando lei perdeva un punto, diceva, "Vincerò, Wabbit", come se stesse parlando con Bugs Bunny, e Larance sarebbe scoppiato a ridere.

domenica 29 luglio 2012

Esbjorn Svensson Trio - Jazzwoche Burghausen Live 2001 (video)

Questo video riprende un concerto del Esbjorn Svensson Trio, registrato durante il Festival Jazzwoche di Burghausen nel 2001.


Ecco un bel ritratto del trio tratto dal sito della rivista Panopticon:
Esbjörn Svensson ci ha lasciato poco più di due quattro anni fa, il 14 giugno del 2008, un giorno come un altro. Una morte tragica e imprevedibile, dovuta ad un incidente durante un’immersione vicino Stoccolma, priva del fascino maledetto fatto di droga e abusi che spesso piace associare alla scomparsa prematura dei grandi musicisti. E non vi sono dubbi che Svensson appartenesse alla categoria, poiché in 15 anni di attività con l’omonimo trio era stato capace di portare un vento di novità nel panorama jazz europeo, reinventando il modo di intendere il piano trio. 
La sua musica fatta,  allo stesso tempo, di pianismo jazz, melodie pop, ritmi rock e funky ed elementi di elettronica riuscì a sfondare oltreoceano e a raggiungere un pubblico vasto ed eterogeneo, dal cinquantenne appassionato del trio di Bill Evans al ragazzo che stravede per i Radiohead.
Nato nel 1964 a Västerås (Svezia) da una pianista classica e un appassionato di jazz, Esbjörn da bambino vuole fare il batterista rock. I genitori, però, non lo assecondano e, poiché in casa ha solo un pianoforte, si vede costretto a cambiare ambizioni. 
Comincia così lo studio del piano, prima classico e poi jazz; poco dopo aver raggiunto la maggiore età completa la sua formazione alla Kungliga Musikhögskolan i Stockholm, tra le più importanti scuole di musica in Svezia. 
Fin da giovanissimo ha come compagno nelle sue avventure musicali l’amico Magnus Öström, batterista: è proprio con lui che, dopo l’incontro con il contrabbassista Dan Berglund, nel 1993 nascerà l’Esbjörn Svensson Trio (spesso abbreviato E.S.T.), che debutta nello stesso anno con When Everyone Has Gone. 

Gli imperdibili - Ornette Coleman: The Shape Of Jazz To Come

The Shape of Jazz to Come è il primo album di Ornette Coleman registrato per l'etichetta Atlantic Records che lo pubblicò alla fine del 1959.
L'album, considerato uno dei primi dischi di avant-garde jazz mai registrati, venne registrato dal quartetto senza pianoforte di Coleman (Ornette Coleman, sax contralto; Don Cherry, cornetta; Charlie Haden, contrabbasso; Billy Higgins, batteria). 
L'opera fu considerata scioccante dagli ascoltatori dell'epoca, poiché non conteneva strutture di accordi memorizzabili e includeva improvvisazioni simultanee da parte degli strumentisti in uno stile completamente libero rispetto a quanto si era precedentemente sentito nel jazz. Il metodo compositivo di Coleman non si basava sulla tradizionale teoria armonica ma si sviluppa invece per linee melodiche destrutturate e spesso indipendenti tra loro.


Ecco una bella recensione di Giovanni Greto pubblicata sul sito AgoraVox:
A quasi 52 anni dalla registrazione, ‘la forma del jazz che verrà’ risulta tuttora di una bellezza e di una freschezza che conquistano al primo istante l’ascoltatore. La scelta della sezione ritmica senza il pianoforte consente una maggiore libertà, rende più attenti gli attori, ogni musicista riesce a dare il meglio di sé stesso, ma soprattutto a mettersi a nudo, senza protezione. 
Il disco segna il debutto del quartetto e, visti i risultati, diamo ragione a Coleman che, in un’intervista del 1968, ripresa in parte nelle nuove note di copertina, afferma: “Contrariamente a ciò che tanti si aspetterebbero, vista la qualità libera della mia musica, noi proviamo ogni volta che possiamo, perché quando suono una musica nuova dobbiamo trovare quello che dovremmo e quello che non dovremmo fare. 
Dunque il suonare assieme con assiduità arricchisce il gruppo e, di conseguenza, si arriva in sala di registrazione preparati e pronti a trovare lo stimolo giusto che poi potrebbe portare alla creazione di un capolavoro. Il disco si apre con ‘Lonely Woman’, forse la composizione più conosciuta di Coleman.

Gilberto Gil a Venezia

Grande attesa per l’appuntamento clou della Rassegna Venezia Jazz Festival: Gilberto Gil solcherà il palco del Teatro La Fenice domenica 29 luglio 2012 (inizio ore 21.00).


Per il tour dei settant’anni (li ha compiuti lo scorso 26 giugno) Gilberto Gil ha scelto la strada del rigore acustico. Ha chiamato un musicista raffinato ed elegante come Jaques Morelenbaum (violoncellista che ha lavorato a lungo con il suo amico di vita e di musica Caetano Veloso), ha tenuto al suo fianco il figlio Bem, ottimo chitarrista che lavora da tempo con lui, ha aggiunto un violinista che ha un forte gusto soul, Nicolas Krassik (nonostante il nome è brasiliano anche lui) e un percussionista fidato come Gustavo di Dalva che aggiunge al tutto un tocco di contemporaneità con l’uso sottile dell’elettronica. Non a caso il tour viaggia con il sottotitolo The string concert and the rhythm machine.
Il clima dominante intimo e raccolto, quasi cameristico che fa da cornice al viaggio europeo (una consuetudine estiva a cui Gil non ha rinunciato neppure negli anni in cui faceva il ministro della cultura del suo Paese), si abbina alla ricorrenza personale: il raggiungimento di un’età che per il suo peso non può che indurre a fare un bilancio. E il bilancio di Gilberto Gil è ricco di voci, di avventure straordinarie, di incontri eterni, perfino di figli (ne ha avuti dieci e uno di loro, Pedrinho, buonissimo batterista, rimase ucciso una ventina di anni fa in un incidente).
Un cammino nella musica cominciato negli Anni Sessanta e in un paese sottoposto a una brutale e umiliante dittatura (assieme al suo amico Caetano pagò con il carcere e l’esilio) e arrivato a svolgere un ruolo di peso, come ministro del governo Lula, in una sorta di Rinascimento civile del Brasile di oggi, diventato una delle potenze economiche mondiali.

Hiromi chiude la decima edizione del Barletta Jazz Festival

Domenica 29 luglio l’ultimo grande appuntamento del Barletta Jazz Festival vedrà la straordinaria pianista Hiromi che si esibirà in piano solo per regalare al suo pubblico i suoi incredibili virtuosismi e la sua grande abilità nel fondere jazz e free jazz tradizionale con musica elettronica e sonorità orientali. 


Il concerto è frutto della collaborazione, inaugurata lo scorso anno e che ha coprodotto anche il concerto del Brad Mehldau Trio, con il Barletta Piano Festival, manifestazione presente ormai da diversi anni nel panorama della musica classica. La sinergia creata, è la dimostrazione del fatto che l’unione fa la forza, soprattutto in un momento che vede sempre più ridursi il sostegno alle manifestazioni d’interesse artistico e culturale. 
Hiromi Uehara prese le prime lezioni di piano all'età di 6 anni, dimostrandosi subito dotatissima, precoce e rapida nell'apprendere. All'età di 7 anni entrò a far parte della prestigiosa Yamaha School of Music, e a 12 anni si esibì per la prima volta in pubblico con orchestre di prestigio. A 17 anni ebbe l'occasione di suonare dal vivo con il pianista Chick Corea, uno dei padri del genere fusion. 
Egli, avendo sentito del talento della ragazza, decise di incontrarla a Tokyo e, dopo un provino, la invitò a partecipare al concerto che avrebbe tenuto nella città il giorno seguente. 
Nel 1999 Hiromi si iscrisse al prestigioso Berklee College of Music di Boston dove ha l’onore di studiare con il grande Oscar Peterson ed arrivare ad aver una tecnica ed un’espressione musicale tutta sua. 
Le influenze rock, progressive, jazz, fusion l’hanno resa un’artista originale ottenendo grandi riconoscimenti e premi per tutti i suoi dischi. Alla Berklee conosce il celebre pianista Ahmad Jamal che col tempo è diventato suo mentore. Si diploma con il massimo dei voti nel 2003. Dello stesso anno è il suo EP dal titolo "XYZ". 
Il suo debutto arriva con l’album d’esordio Another Mind, prodotto dal bassista Richard Evans, già suo insegnante alla Berklee, e da Ahmal Jamal. Centomila copie vendute e svariati premi, tra cui Album of the Year, da parte della Recording Industry Association of Japan. 

Ai confini tra Sardegna e jazz

Il poetico suonatore dell’acqua, il multistrumentista brasiliano Hermeto Pascoal e il cantore blues dell’anima, il contrabbassista sardo Riccardo Lay, eroe del free e del canto libero. Sant’Anna Arresi jazz, o meglio “Ai confini tra Sardegna e jazz” anche alla sua ventisettesima edizione riesce a trovare i fili apparentemente impossibili da legare in eventi unici. 


Accostamenti sorprendenti che hanno come mood e collante quello della passione per la musica di ricerca. Si capisce così che il programma di questo festival, allestito da Punta Giara con la direzione di Basilio Sulis e atteso nel centro sulcitano dal 26 agosto al 1° settembre è ideato da gente che ama il jazz e vuole conoscerne fino in fondo le sue trame (è stato così negli anni scorsi con gli omaggi, da Don Cherry a Jaco Pastorius), ma che lascia aperte le porte anche alla magia di incontri imprevedibili. 
Come quello che vedrà nella stessa sera (il 31 agosto) alternarsi sul palco – davanti al raccolto e prezioso anfiteatro della piazza del Nuraghe – il creativo Riccardo Lay con l’anteprima della sua opera “Mimus” e il geniale ed strionico Hermeto Pascoal. Il formidabile multistrumentista che arrivò in due occasioni a Cagliari negli anni Ottanta, dietro invito di Egberto Gismonti. 
Fu una scoperta che deliziò, stregandolo, il pubblico di Jazz in Sardegna. Pascoal è un artista sempre sul filo di una teatralità musicale spiazzante e pirotecnica, come è documentato bene nel film “Il vento e le onde” di Rodolfo Roberti dove si vede la strepitosa performance del musicista albino improvvisare un concerto dentro una piscina utilizzando solo l’acqua e le mani...
Da non perdere assolutamente, quindi. Come il concerto dedicato a Gil Evans tenuto sempre da Pascoal il giorno successivo, quello della chiusura, con materiale inedito scritto appositamente per il grande Evans con il quale Hermeto suonò diverse volte.

Dino Piana a Refrancore (At)

Il grande jazz torna a Refrancore con un ottetto d'eccezione. E’ il Dino e Franco Piana Ensemble, che si esibirà stasera alle 21,30 in piazza Colonia refrancorese, dove si affaccia la scuola elementare. 
Della formazione, oltre a Dino (trombonista) e il figlio Franco (flicono), fanno parte Fulvio Albano (sax tenore), Ferruccio Corsi (sax contralto), Lorenzo Corsi (flauto), Massimo Faraò (pianoforte), Luciano Milanese (contrabbasso), Adam Pache (batteria). 


Un «ensemble» composto da musicisti di primo piano, riuniti, in questa occasione, dall'amicizia che li lega a Dino e Franco, con i quali hanno condiviso, nel corso degli anni, momenti di grandi soddisfazioni professionali. Il repertorio in programma stasera comprende musiche di Bach, Gershwin, Porter, Monk, Jones e Kirk, oltre a brani di Franco Piana, compositore e arrangiatore di successo.
Sul palco, tra i protagonisti, ci saranno gli appartenenti a tre generazioni della famiglia Piana.
Infatti, con Dino e Franco, suonerà Lorenzo Corsi, 16 anni, flautista. La mamma Paola è figlia di Dino e moglie di Ferruccio Corsi, sassofonista contralto, che sarà anche lui presente al concerto di Refrancore.
Lorenzo darà un saggio della sua bravura duettando con il nonno nella famosa «Bourré» di Bach e poi in assolo eseguirà, sempre dello stesso autore, l'altrettanto celebre «Badinerie».
L'evento (organizzato dal Comune di Refrancore, con la collaborazione della Pro loco) appartiene ad una tradizione nata dieci anni fa, proprio da un’idea di Dino Piana, che nell'arco della sua lunga carriera ha portato il jazz che si suona in Italia in tutto il mondo. Piana ha esordito alla grande, nel campo della musica afro-americana, agli inizi degli anni Sessanta.

"Italia chiama Africa" - Tonolo e i percussionisti africani in concerto

Oggi, domenica 29 luglio alle 21.30 in piazza Varchi a Montevarchi (ingresso libero) si terrà il penultimo appuntamento del 20° Valdarno Jazz Festival, diretto da Daniele Malvisi e Gianmarco Scaglia. Dedicato alla musica e alla cultura africana, in programma Progetto Dajaloo, creato insieme ad un gruppo di percussionisti africani dal sassofonista Pietro Tonolo, uno dei più noti sassofonisti jazz in Europa, durante i suoi viaggi in Senegal.  


L’evento è basato sul legame tra tradizioni musicali diverse, in continua evoluzione. Cosa si nasconde dietro un'idea che poi viene tradotta in musica? Come nasce una musica che prima non c'era? Ancora oggi così come centinaia di anni fa, uomini di luoghi lontani e diversi si conoscono, comunicano e diventano amici grazie al linguaggio dei suoni e della musica. 
Nell'occasione Valdarno Jazz mette in scena la storia di un grande incontro dove uomini di posti lontani si accorgono di essere in fondo simili, ‘Dajaloo’ appunto, che in lingua wolof significa ‘essere simili’.
Nell’ensemble, insieme a Pietro Tonolo al sax, Giampaolo Casati alla tromba, Roberto Rossi al trombone, Giancarlo Bianchetti alla chitarra, ci saràil percussionista e polistrumentista senegalese Dudu Kouate, da anni attivo sulla scena musicale italiana e europea, il guineano Nabi Camara, Alex Bottoni e Moulaye Niang.
Pietro Tonolo ha iniziato la sua attività giovanissimo suonando in Europa e in America con le band di Gil Evans e Chet Baker. Ha inciso una novantina di CD come sideman e a suo nome, ottenendo ampi successi e riconoscimenti. 

sabato 28 luglio 2012

Esperanza Spalding e The Bad Plus in diretta questa sera su France Musique

Grande evento questa sera su FranceMusique
L'emittente radiofonica francese infatti trasmetterà in diretta dal celebre Festival Jazz di Marciac i concerti di Esperanza Spalding e a seguire dei The Bad Plus con ospite Joshua Redman


Esperanza Spalding presenterà il suo ultimo lavoro discografico Radio Music Society, con una formazione composta da Igmar Thomas (tromba), Leala Cyr (tromba, coro), Jeff Galindo (trombone), Corey King (trombone), Dan Blake (sax alto), Bob Mover (sax tenore e soprano), Aaron Burnett (sax tenore), Leo Genovese (piano), Esperanza Spalding (contrabbasso, voce), Jeff Lee Johnson (chitarra), Lyndon Rochelle (batteria), Cris Turner (coro).
La formazione dei The Bad Plus è invece composta da Ethan Iverson (piano), Reid Anderson (contrabbasso), David King (batteria) e, come abbiamo detto, si avvarrà della partecipazione come ospite di Joshua Redman (sassofono).

Clicca qui per ascoltare questi due concerti in diretta webcast, questa sera a partire dalle ore 20.

Alter Ego nuovo album del pianista Yaron Herman

Alter Ego è un termine latino che significa un altro se stesso, e viene utilizzato per designare un'altra persona con le stesse qualità e caratteristiche, o qualcuno in grado di sostituire l'originale. 
Per Yaron Herman, Alter Ego è molto più del titolo di un album. Il suo "alter ego" è un dichiarazione di comfort rifiutato, un desiderio per l'imprevisto. Una sorta di rinascita per un artista che non teme di prendere un'altra strada, un artista che non teme né la pluralità, né la complessità di essere "diversi" artisti in uno. E che non ha paura di rimanere fedele al il percorso che ha già intrapreso.


Con la suo nuova opera Alter Ego - un album sorprendente e intimo - Yaron rivela un viaggio interiore, e anche un processo che deriva dalla lunga riflessione musicale:
"Sono stato molto fortunato nella mia carriera professionale Tutto è andato così in fretta. Concerti, viaggi all'estero ... Ma allo stesso tempo mentre questa immagine di me si stava forgiando, ho sentito il bisogno di tornare ad altre radici che sono alla base della mia musica. Ho solo tradotto quello che avevo nel mio cuore, usando la punta delle dita: un flusso, la musica, quella piccola voce che, mentre sto improvvisando, si alza dalla mia anima. 'Alter Ego' è il mio tentativo di essere sincero e saggio come quella voce ... 
Le composizioni di questo disco rappresentano i principali momenti nella mia vita, le emozioni di gioia o di tristezza che voglio condividere."
Per la prima volta, Yaron ha espresso tali emozioni su una registrazione con un quartetto.
Accanto a lui, al sassofono, c'è Emile Parisien, un altro ambasciatore geniale della sua generazione, uno che gorgoglia liberamente e senza complessi, al contrabbasso c'è Stéphane Kerecki, un amico fedele ed un impareggiabile bassista che suona regolarmente in tour con Yaron.
Infine, c'è anche il suo fratello di lunga data, Ziv Ravitz, un batterista israeliano che completa meravigliosamente la line-up. Inoltre c'è uno special guest: il sassofonista Logan Richardson che contribuisce sapientemente aggiungendo quel colore speciale che caratterizza la nuova generazione di musicisti provenienti da New York. 
"Registrare con Emile, Stéphane, Logan e Ziv è stata un'esperienza straordinaria. Ho atteso a lungo questo momento: ascoltare la mia musica suonata da amici che sono così vicini al mio universo è semplicemente magico. Di più: vivere questi momenti forti sono stati come partorire. Puro appagamento. 
Per me, questo disco è stata una grande lezione di sincerità, di musica e di vita."

venerdì 27 luglio 2012

Bobby McFerrin e Chick Corea su DRS2

Questa sera l'emittente svizzera DRS2 trasmetterà il concerto del duo composto da Bobby McFerrin e Chick Corea, registrato al Jazz Festival di Montreux lo scorso 1 luglio.


Talentuoso esploratore musicale in grado di combinare jazz, folk, pop e classica con una moltitudine inesauribile di influenze e stili musicali McFerrin è cantante, improvvisatore, direttore d’orchestra, maestro delle più svariate tecniche vocali e ha una voce che potrebbe a buon diritto essere considerata patrimonio dell’umanità. Con quattro ottave di estensione e un orecchio assoluto che gli ha permesso di assorbire e sintetizzare attraverso il suo personalissimo stile le influenze più varie, dalla musica africana a Mozart, è tra i più audaci e originali innovatori del canto. 
Vincitore di dieci Grammy Award, ha conosciuto il successo nel 1988, scalando le classifiche di tutto il mondo come autore e interprete di "Don't Worry Be Happy", una delle canzoni pop più famose di tutti i tempi. I suoi dischi hanno venduto oltre venti milioni di copie e tra le sue collaborazioni spiccano quelle con Yo-Yo Ma, Chick Corea, I Wiener Philarmoniker, Herbie Hancock. 
Visto il volume impressionante di dischi realizzati nel corso degli ultimi 40 anni, non è esagerato considerare Chick Corea (Chelsea, Massachusetts, 12 giugno 1941) uno dei compositori più prolifici della seconda metà del ventesimo secolo e anche nel ventunesimo tale prolificità non sembra affatto aver subito degli arresti. Dall’avanguardia al bebop, dalle canzoni per bambini allo straight ahead, dalla fusion più vigorosa a esaltanti incursioni nella musica classica, durante la sua illustre carriera Chick ha toccato un numero incredibile di generi musicali pur mantenendo uno standard di eccellenza davvero sorprendente.

Nominati i NEA Jazz Masters per il 2013

Come ogni anno, la National Endowment for the Arts ha nominato i Jazz Master, quattro artisti che con le loro realizzazioni di una carriera hanno dato un contributo significativo allo sviluppo ed alla crescita del jazz.


Quest'anno sono stati nominati il sassofonista Lou Donaldson, il pianista e songwriter Mose Allison, il  bandleader di latin-jazz Eddie Palmieri e la mitica proprietaria del Village Vanguard, Lorraine Gordon ai quali verrà data una borsa di studio di $ 25.000.
I Jazz Masters della National Endowment for the Arts sono le più alte onoreficenze che il governo americano conferisce ai musicisti jazz. 
Queste borse di studio sono un riconoscimento dato a questa magnifica forma d'arte, così profondamente radicata nella cultura americana, che rappresenta uno dei più grandi doni dell'America al mondo.
Ognuno dei quattro vincitori dell'edizione 2013 dei NEA Jazz Masters è un artista distintivo, il cui contributo ha significativamente contribuito ad arricchire ulteriormente il jazz ed alla crescita di questa forma d'arte:
Mose Allison non è solo un talento superiore come strumentista e cantante, ma anche come songwriter. Eccellente sia nel blues che nel jazz, ama sfidare le classificazioni ed è una grande influenza per innumerevoli musicisti, a prescindere dal genere, da oltre 50 anni.
Il distintivo sassofono contralto di Lou Donaldson, intriso di blues, è una forza nel jazz da più di sei decenni. I suoi primi lavori con il trombettista Clifford Brown sono considerati tra le prime incursioni nel hard bop, e le sue registrazioni con l'organista, e NEA Jazz Master, Jimmy Smith hanno portato al jazz-groove degli anni '60 e '70.

Jim Rotondi Italian Quartet a Genova

Sabato 28 luglio 2012 al Borgoclub di Via Vernazza si esibirà il quartetto italiano di Jim Rotondi, trombettista di fama mondiale, che ha suonato nelle big band di Ray Charles e Bob Minzer. Il suo suono, la sua anima, il senso del swing l’hanno portato in tour in tutto il mondo sia come leader sia come sideman.
A Genova, al Borgoclub di San Martino, si esibirà con il quartetto italiano a suo nome formato da Carmelo Tartamella alla chitarra, Attilio Zanchi al contrabbasso e Tommy Bradascio alla batteria.


Jim Rotondi, nato nel Montana, è considerato dalla critica come uno dei migliori trombettisti della generazione post-Hubburd. Rotondi ha iniziato gli studi musicali da bambino, laureandosi in tromba alla Nord Texas State University. 
La sua carriera inizia negli anni Ottanta nell’orchestra di Ray Charles, e continua con le più importanti band di New York, tra le quali: Lionel Hampton Orchestra, nella quale suona per sei anni, Charles Earland Quintet, Big Band di Bill Mobley, Carnegie Hall Big Band, George Coleman Octet e Ray Appleton’s Sextet. 
Fin dagli inizi della carriera si è esibito nei lunedì del Birdland di New York con la Toshiko Akiyoshi’s New York Jazz Orchestra, una delle più famose band di New York, che ha poi seguito in molte tourneè in Giappone, Europa, Sud America e USA.
Tra le sue collaborazioni figurano Mulgrew Miller, Donald Brown, Harold Mabern e James Williams. Ha inciso, come leader, quattro cd per Criss Cross Records e recentemente per Sharp Nine Records. 

Ludovico Einaudi e Paolo Fresu al Lingotto di Torino

Ludovico Einaudi e Paolo Fresu si sono incontrati la prima volta su un palco sei anni fa, nell’aprile del 2006. all’Auditorium Parco della Musica di Roma, con enorme successo. Da allora, lo stratosferico due ha continuato a mietere consensi. Venerdì 27 alle ore 21 i due si ritrovano all'Auditorium Agnelli del Lingotto di Torino, in un concerto organizzato da Hiroshima mon Amour per una sorta di «mini jazz festival » che ha già visto nella stessa sede il trio di Keith Jarrett. 


Einaudi e Fresu sono due artisti italiani tra i più conosciuti e apprezzati nel mondo. E' l'impatto emotivo, il denominatore comune nella loro continua ricerca, capace di tessere e ricamare melodie potenti, in grado di evocare formidabili suggestioni.
Einaudi e Fresu diventano così catalizzatori di suoni che scaturiscono sia da una precisa architettura sonora che dalla vena di improvvisatore. 
Ludovico Einaudi, compositore e pianista torinese, partendo da rigorosi studi classici, innesta nella sua scrittura elementi che arrivano dal pop, dal rock, dal folk e dalla musica contemporanea. 
Ed è proprio questo mix che gli permette di confezionare brani che incantano. 
Una giovanile collaborazione torinese con Gigi Venegoni e poi nel 1996, con l'album "Le onde", la sua produzione incontra il favore del grande pubblico grazie al suo suono, circolare, avvolgente e minimalista. 
Amatissimo in Gran Bretagna, Einaudi nel 2003 con «Echoes» vende oltre centomila copie, e si conferma artista di culto con il doppio album registrato nel 2010 alla Royal Albert Hall di Londra.

Walter Beltrami "Paroxysmal Vertigo Quintet" a Gardone Riviera

Sfrontato, dissacrante, geniale. Lo definiscono spesso così Walter Beltrami – per Musica Jazz al quarto posto della Top Ten dei migliori chitarristi italiani del 2011 - perché così è la sua musica. Chitarrista e compositore, artista eclettico e visionario, bresciano di origine ma da anni di stanza in Svizzera, la sua sperimentazione non trova confini anche se la stampa lo ha definito una perla del jazz contemporaneo. A due anni di distanza, domani, venerdì 27 luglio, torna con il suo Paroxysmal Vertigo Quintet al Vittoriale per il Festival Tener – a-mente, a presentare un nuovo progetto live che presto diventerà anche un album dal titolo “Kernel Panic”. Il concerto si terrà alle 21.15 nella suggestiva cornice delle Limonaie dei giardini privati del Vittoriale. 


Un secondo atto per Beltrami, visto che nel luglio 2010, nell'ambito della Settimana Jazz del Vittoriale, il talentuoso chitarrista presentò, co-prodotto dal festival stesso, il suo primo progetto con un quintetto di star internazionali di primissimo piano. Il progetto diventò un disco, Paroxysmal Postural Vertigo (uscito per Auand nel 2011), che la critica interazionale ha consacrato come “uno dei lavori più interessanti degli ultimi dieci anni”. A fianco del leader, domani sera, i già compagni di viaggio Francesco Bearzatti (nel frattempo insignito del premio "Miglior Musicista Europeo 2011" dall'Academie du Jazz di Francia, e del Top Jazz 2011), Stomu Takeishi e Jim Black, arricchiti questa volta dalla presenza del trombettista Giovanni Falzone (anch'egli Top Jazz 2011 nella propria categoria). 
Dopo le vertigini del lavoro precedente, questa volta Beltrami ha scelto come ispirazione e filo conduttore il famigerato Kernel Panic, ossia, secondo la definizione standard, "una azione intrapresa da un sistema operativo informatico volta a identificare un errore fatale interno". 
Concretamente il Kernel Panic si manifesta sotto forma di una videata composta da caratteri incomprensibili e minacciosi che indica all’utente che il sistema si è inceppato, incartato su se stesso senza possibilità di uscita se non con un drastico Reset. Metaforicamente, per il chitarrista, il Kernel Panic è un ultimo avvertimento, un faccia a faccia con l’ignoto e le emozioni che esso scatena in noi: l’urgenza di una tabula rasa che costituisce la sola via d’uscita possibile al crash di un qualunque sistema, personale, artistico/creativo, politico, economico.

giovedì 26 luglio 2012

Su Keith Jarrett a Torino

Ricevo e volentieri pubblico, questa e-mail molto infastidita di uno spettatore del concerto di ieri sera di Keith Jarrett a Torino.


Vorrei segnalare lo scandaloso concerto di Jarrett ieri sera a Torino. 
Ha suonato solo un ora e 15minuti con i bis.
Era svogliato, l'acustica era imbarazzante si sentiva solo la batteria. DeJohnette era spesso fuori tempo. 
Insomma un vero disastro. Come mai ? Cosa è successo? Dopo aver speso 156 euro e partito da Milano sono decisamente arrabiato. 
Se l'organizzatore del concerto per accordi con l'artista sa che il tempo massimo concesso è un ora dovrebbe segnalarlo a chi acquista il biglietto. 
Questo lo penso perché più di una volta Jarrett ha guardato l'ora. (Stefano Bonfanti)

Kenny Garrett Quartet questa sera su Rai Radio 3

Questa sera il canale radiofonico della Rai, Radio 3, trasmetterà il concerto del Kenny Garrett Quartet registrato il 10 giugno 2011 al Jazz Open di Ostrava. Per l'occasione il grande sassofonista era accompagnato da Benito Gonzales al pianoforte, Corcoran Holt al contrabbasso e Marcus Baylor alla batteria.


Kenny Garrett è oggi non soltanto uno dei solisti più rappresentativi e originali della scena jazzistica mondiale, ma rappresenta l’ultimo (soltanto in ordine di tempo, però) ad essersi cimentato con grande slancio e creatività con il repertorio coltraniano.
Musicista di grande professionalità e fortemente ispirato, Kenny Garrett è stato uno degli elementi di maggior spicco di quel radicato movimento che a partire dagli anni Ottanta si è rifatto alla più autentica tradizione del be - bop e dell’hard - bop prendendo parte a numerose incisioni discografiche sia in veste di leader che di sideman.
Garrett è nato a Detroit il 9 ottobre 1960, suo padre era un sassofonista tenore e quindi ha respirato musica sin da bambino. 
La carriera di Kenny è decollata quando si è unito all'orchestra di Duke Ellington nel 1978 guidata dal figlio di Duke, Mercer, e, dall’86, facendo parte dei mitici Jazz Messengers capitanati dal batterista Art Blakey. Poi sono arrivate altre collaborazioni di prestigio, tra cui quella con un altro caposcuola della tromba, Freddie Hubbard, con l'orchestra di Mel Lewis e successivamente con il quartetto di Dannie Ricmond facendo musica di Charles Mingus.
Importantissima fu la fondamentale esperienza nel gruppo di Miles Davis, con cui si esibì costantemente a partire dagli anni ’80, fino alla morte del grande trombettista.

Grey Cat Festival in Maremma

E’ ancora graffiante il gatto grigio maremmano. Ha le unghie affilate, i denti bene in mostra, ma può fare anche le fusa se ben accordato. Le notti di note sono gioco forza intonate grazie al direttore artistico Stefano “Cocco” Cantini che, attorno alla sua persona ed al suo festival, il “Grey Cat” alla trentaduesima edizione, ha raccolto i migliori jazzisti italiani, i suoi amici, i migliori anni della nostra vita.


Molti i comuni dell’area grossetana coinvolti nei quindici concerti agostani, dal 2 al 24: Follonica, lo stesso Grosseto, Scarlino, Massa Marittima, Roccastrada, Monterotondo marittimo, Gavorrano, Orbetello, Castiglione della Pescaia, Castelnuovo Val di Cecina.
Pensate ai più grandi musicisti contemporanei, ai jazzisti che avreste sempre voluto sentire, vedere. Ecco il Grey Cat è la summa, il concentrato delle presenze che in questi ultimi decenni hanno lasciato traccia, segni e marchio: Paolo Fresu, Stefano Bollani, Danilo Rea, Barbara Casini, Enrico Rava, Antonello Salis, Fabrizio Bosso, i Gatti Mezzi, e la star internazionale Noa.
Il gatto si lecca il pelo, si liscia la coda, si struscia ai muri, contento e sornione. Il Grey Cat rientra nel contenitore de “La Maremmadei Festival”.
Apre il festival Paolo Fresu che ha da poco festeggiato i suoi cinquant’anni con una serie di cd allegati ad un quotidiano nazionale. Stefano Bollani stavolta duetta con il chitarrista Hamilton de Hollanda, su uno sfondo di musica carioca. 
Un jazz impegnato, che attraversa figure gigantesche ed universali del pensiero pacifista, da Gandhi a Madre Teresa di Calcutta, da Martin Luther King a Nelson Mandela, è quello di Daniele Malvisi con la partecipazione e l’incontro con Danilo Rea.

La coppia Fresu-Sosa questa sera a Fano Jazz by the Sea

Questa sera la XX edizione di Fano Jazz by The Sea ospita alla Corte Malatestiana la coppia artistica del momento, Paolo Fresu e Omar Sosa: nella speciale occasione il trombettista sardo e il pianista cubano proporranno i brani del loro recente album Alma
Prima di salire in palcoscenico, lo stesso Fresu presenterà alla Libreria Zazie (ore 19) In Sardegna: un viaggio musicale, diario dei 50 concerti tenuti lo scorso anno nella sua isola natale. 


Un incontro fra sensibilità musicali solo apparentemente differenti tra loro ma in realtà complementari, un ponte fra profumi mediterranei e caraibici, fra jazz e world music: la collaborazione fra Paolo Fresu e Omar Sosa si è consolidata negli anni sino ad arrivare alla recente realizzazione di Alma, album in cui si coglie una perfetta intesa, maturata in diversi concerti (anche in trio con l’aggiunta del percussionista indiano Trilok Gurtu). I due musicisti si sono esclusivamente cimentati con brani originali, ad eccezione della bella rilettura della canzone di Paul Simon “Under African Skies”, tratta dal celebre Graceland (in quattro tracce del CD si ascolta anche il violoncello del brasiliano Jaques Morelenbaum, assiduo partner di Antonio Carlos Jobim, Caetano Veloso e Gilberto Gil). 
La loro è musica intrisa di quella libertà di spirito e di azione che contrassegna entrambi: Fresu non manca infatti mai occasione di combinare il sound vellutato del suo strumento, dove echi di Miles Davis e Chet Baker si sposano con un fraseggio personale, con “altri suoni” di varia provenienza, dal folklore alla musica classica. 
Le radici di Omar Sosa stanno invece nel ricco patrimonio ritmico di una delle isole più musicali al mondo: da lì il musicista di Camanguey è partito per compiere un viaggio che strada facendo ha assorbito il jazz, l’Africa, l’elettronica e altro ancora. 

Jazz Buffet a Rimini

Jazz Around Rimini è il nuovo contenitore di idee e progetti musicali creato da un collettivo di musicisti, suonatori e appassionati di jazz riminesi, che si propone di promuovere e diffondere musica dal vivo, con il jazz come leitmotiv.


Si tratta di una realtà giovane ma che ha già all'attivo eventi che hanno riscontrato un ottimo successo di pubblico, creandosi nel giro di pochi mesi un seguito davvero significativo.
L'obiettivo è quello di creare una rete tra musicisti, coinvolgendo gestori di locali, per generare un'offerta di musica dal vivo varia e di qualità, ed anche per far uscire il jazz, genere musicale normalmente, come dire, un poco circoscritto, dai soliti perimetri, proponendolo in situazioni informali, gioviali, d'atmosfera.
Recentemente è stata curata l’organizzazione di una serie di serate itineranti, in vari locali del territorio, caratterizzate da un concerto seguito da jam session, andando a ricreare quell'atmosfera propria del jazz delle origini, quando la libertà di espressione e sperimentazione veniva vissuta intensamente, ed intensamente condivisa. Al momento il progetto di punta è la rassegna Jazz Buffet.
Il Festival si svilupperà in 3 serate, nel giardino dell'Osteria "Da Chi Burdel" – Ex-Rusticana, in via Conca, 6 a Misano Adriatico. 

Dee Dee Bridgewater questa sera alla Casa del Jazz

Giovedì 26 luglio, l’altro grande evento per Casa del Jazz Festival, il concerto di Dee Dee Bridgewater, universalmente riconosciuta come una delle più importanti cantanti jazz contemporanee. 
Presenterà il suo ultimo progetto, “To Billie With Love: a Celebration of Lady Day”, dove celebra una icona del jazz come Billie Holiday.


Nel corso di una folgorante carriera che ha attraversato quattro decenni, Dee Dee Bridgewater è universalmente riconosciuta come una delle più importanti cantanti jazz contemporanee. 
In questo ultimo progetto, “To Billie With Love: a Celebration of Lady Day”, Dee Dee Bridgewater celebra una icona del jazz come Billie Holiday, che morì tragicamente all'età di 44 mezzo secolo fa. 
"Questo lavoro è il mio modo di rendere un rispettoso omaggio ad un cantante che ha fatto sì che cantanti come me trovassero il proprio spazio”, racconta la Bridgewater: "Volevo che Eleonora Fagan fosse qualcosa di diverso: un lavoro moderno e che andasse oltre la semplice celebrazione.Volevo dar vita ad progetto gioioso”. 
La chiave del nuovo approccio è il pianista Edsel Gomez, compagno di viaggio di lungo corso della Bridgewater che ha scritto nuovi arrangiamenti per le canzoni che compongono l’album, compresa la versione riletta attraverso una poliritmia africana di "Lady Sings the Blues", una versione riarmonizzata di "All of Me" e una rilettura dalle venature gospel di "God Bless the Child”.

mercoledì 25 luglio 2012

The Girl from Ipanema compie 50 anni

"Alta e abbronzata, giovane e bella ..." Avete sentito parlare di lei. The Girl From Ipanema.
Potreste aver incontrato questo classico della bossa nova, mentre eravate in attesa al telefono, o durante una lunga corsa in ascensore, o in un caffè di Beirut o di Bangkok - ma sicuramente l'avrete sentito. E' stato registrato da tutti, da Frank Sinatra a Amy Winehouse, ed è sopravvissuto a pessimi cantanti da salotto o a incarnazioni di Muzak per diventare, secondo la rivista Performing Songwriter, il secondo brano registrato in tutto il mondo.
Questa quintessenziale bossa nova, ispirata da una giovane donna che passò davanti agli autori in un bar sulla spiaggia, ha introdotto Rio de Janeiro al mondo. Ora, mentre raggiunge i 50 anni, alle sue legioni di fan, con i decenni che ne hanno solo accresciuto il suo fascino, si aggiunge un goccio di nostalgia per questo inno alla gioventù che passa e alla bellezza.


"Amo questa musica, ed ero alla ricerca di questo luogo", ha detto il turista venezuelano Xiomara Castillo, che con suo marito scattava delle foto, all'interno del bar dove gli autori della canzone videro passeggiare la loro musa, nel quartiere omonimo della canzone. "Per me, Rio de Janeiro è questa canzone, è bossa nova, la città ha questo ritmo, questo fascino, questa sensualità."
Infatti, la canzone porta dentro i suoi testi ed i suoi accordi, un'immagine di una città che è leggera e facile, palme e cielo blu, una vita senza preoccupazioni baciata dal sole.
Rio è "nella leggerezza della canzone, nella sua assoluta eleganza, nel modo in cui non si prende sul serio", ha detto Ruy Castro, uno scrittore e giornalista che ha raccontato la città, la sua musica e la sua vita notturna.
Questa ragazza che "oscilla in modo fresco e ondeggia così dolcemente" uscì in pubblico per la prima volta nell'agosto del 1962, in un angusto nightclub di Copacabana.
Sul palco insieme, per la prima e unica volta, c'erano gli architetti della bossa nova: Tom Jobim al piano e Joao Gilberto alla chitarra, con l'aiuto del poeta Vinicius de Moraes, che scrisse i testi di "The Girl". Nell'esecuzione originaria c'era anche il gruppo vocale Os Cariocas.
La bossa nova era ancora giovane, una novità anche per Rio. Il nome significa "nuovo trend" o "moda via", ed è ciò che era: una versione fresca, jazzata della più sacra tradizione del Brasile, la samba.
Il ritmo era lo stesso. Ma mentre la samba era catartica, collettiva, costruita sulla batteria e su voci potenti, la bossa era intima, contemplativa, solo un cantante ed una canzone. La melodia, alla chitarra o al pianoforte, diventò protagonista, le percussioni recedettero, suonate a volte con le spazzole per una consistenza più morbida, che ricorda un surf che si distende sulla sabbia.

martedì 24 luglio 2012

L'ultimo concerto di Andrew Hill (video)

Questi video riprendono integralmente l'ultima performance dal vivo del grande pianista Andrew Hill, registrato al Trinity Church di New York il 29 marzo del 2007. Per l'occasione Hill era accompagnato dal bassista John Hébert e dal batterista Eric McPherson. Hill morirà solo tre mesi dopo a Jersey City, il 20 aprile del 2007 all'età di 76 anni per un tumore ai polmoni. 


Sul sito All About Jazz Italia è stato pubblicato, a firma di Angelo Leonardi, un bellissimo ritratto del pianista, di cui pubblichiamo un estratto:
Ricordare la figura artistica di Andrew Hill comporta necessariamente un riesame delle sua vicenda biografica.
Quando Howard Mandel ha ufficialmente annunciato per conto della famiglia, la sua morte (avvenuta il 20 aprile 2007) per un tumore ai polmoni, s'è saputo che il pianista era più vecchio di sei anni rispetto a quanto noto: era infatti nato il 30 giugno 1931 anziché lo stesso giorno e mese del 1937. Nel 1990 lui stesso aveva chiarito, in un'intervista a Coda Magazine (Nota 1) di non provenire, né avere ascendenze a Port au Prince (Haiti), come A.B. Spellmann aveva scritto nella presentazione (concordata con lui) del suo primo disco Blue Note, Black Fire.
Forse più di Thelonious Monk, la sua biografia presenta lati ancora oscuri ed a quel pianista può essere accostato non tanto per gli aspetti stilistici (comunque presenti), quanto per i lunghi periodi trascorsi lontano dai riflettori.
Speriamo che la curiosità per gli aspetti enigmatici della sua biografia non prevalga sull'analisi della produzione musicale, che è stata originale e copiosa ma è rimasta a lungo inaccessibile, sepolta negli archivi Blue Note [a questo proposito leggi la recensione del cofanetto Mosaic Select 16 che raccoglie inediti della Blue Note], o difficilmente reperibile. 
Eccetto l'ultimo decennio, la musica di Andrew Hill ha suscitato scarsi e discontinui interessi presso la critica, gli impresari e il pubblico: solo poche persone lo hanno instancabilmente sostenuto negli anni. 
Rileggendo i commenti della stampa internazionale è stato frequente, dagli anni settanta ai novanta, trovare conferme a questo approccio: qualche sbrigativo accenno alla sua statura di artista originale e misconosciuto e poco più. 
Rari studi o monografie e solo qualche intervista, nelle fasi cicliche in cui Hill rientrava in scena. Tra i molti giudizi della critica sul pianista ne ricordiamo un paio, piuttosto indicativi del suo percorso artistico.

Fabrizio Bosso e Javier Girotto al Tignano festival 2012

Astri del jazz e una serata all'insegna del divertimento il 24 luglio al Tignano Festival per l'ambiente e l'incontro tra i popoli. Il sestetto di Fabrizio Bosso e Javier Girotto presenta il nuovo progetto Vamos, ricco di ritmi e ambientazioni latine.


Dopo due anni Fabrizio Bosso ritorna martedì 24 luglio sul palco di Tignano con un concerto all'insegna del divertimento e della contaminazione culturale. Il Latin Mood messo su da Javier Girotto e Fabrizio Bosso è davvero una somma di astri del jazz. 
Lo spettacolo è dedicato all'incontro tra i popoli e alla lotta contro qualsiasi forma di discriminazione culturale e sociale. Javier Girotto ha rappresentato spesso, in Argentina e non solo, la cassa di risonanza di molte battaglie per i diritti civili. 
Nella formazione, oltre a Bosso (tromba) e Girotto (sax), suonano grandi solisti come Natalio Mangalavite al piano, Luca Bulgarelli al basso, Lorenzo Tucci alla batteria e Bruno Marcozzi alle percussioni.
Un'incredibile energia permea l'intero lavoro e ancor di più il trascinante set dal vivo.
Nessun esotismo gratuito: tutte le ritmiche risplendono in chiave jazzistica, vivificate dall'intervento colmo di amore e curiosità per il latin jazz. 
Tra motivi tipicamente sudamericani (Algo Contigo del compositore argentino Chico Novarro, tra i massimi compositori di bolero e tango) e originali di Girotto, Bosso e Mangalavite, trovano spazio anche melodie nuove, prima fra tutte A Taste of honey di Bobby Scott e Ric Marlow, sigla di “Tutto il calcio minuto per minuto”.

Nigel Kennedy a Pietrasanta

Per la prima volta il Festival Pietrasanta in Concerto si sposta dagli spazi del centro storico pietrasantino al Teatro all’Aperto nel parco della Versiliana per un evento eccezionale che vede protagonista insieme al suo quintetto uno tra i più grandi violinisti al mondo, Nigel Kennedy, artista in testa alle hit anglosassoni, paragonato alle grandi star del pop per la sua capacità di conquistare le platee.
Con il suo quintetto Kennedy si esibirà in un concerto su musiche di Bach e eseguirà brani del jazzista Fats Waller.


Ecco un bel ritratto di questo incredibile violinista pubblicato sul sito Outsider Musica.
Essere invitati ancora giovanissimi a salire sul palco insieme a Stéphane Grappelli è una signora referenza, soprattutto se a ricevere questo grande onore non è un aspirante jazzista, ma un bravo giovanotto della borghesia inglese, che ha talento da vendere e un gusto incredibile per la provocazione e per la trasgressione. Si dice che effettivamente gli insegnanti di Kennedy fossero terrorizzati al pensiero che il più stretto collaboratore di Django Reinhard potesse rovinare la tecnica del loro enfant prodige.
Nigel Kennedy ha nel sangue il genio e la sregolatezza: proviene da una famiglia in cui persino la nonna era un’affermata pianista, e ovviamente erano musicisti i suoi genitori. Peccato che la sua nascita avvenne nel 1956 da una relazione temporanea tra il padre, violoncellista, e la pianista Scylla Stoner con la quale a quei tempi si esibiva. Nigel conobbe il padre a undici anni.
Le sue prime esibizioni avvengono ancora in giovane età, nel Regno Unito, ma bisogna aspettare gli anni Ottanta per vedere uscire i primi album in cui prevalentemente si occupa del repertorio classico in lavori orchestrali e solisti, tra cui tuttavia già nel suo anno d’esordio, il 1984, spicca un Nigel Kennedy plays jazz in cui si confronta con alcuni jazz standards. Ed è un gesto probabilmente dagli intenti provocatori, visto il cattivo sangue che corre tra i classicisti “ortodossi” e il jazz, che in questi ambienti è ancora una musica del diavolo.

Canicattini Jazz Happening 2012

Dal 6 al 13 Agosto, Canicattini si conferma capitale del jazz siciliano. Sul palco della cittadina in provincia di Siracusa, porta degli Iblei, per 7 giorni si potranno ascoltare e gustare il meglio delle sonorità jazz a livello nazionale e internazionale.


Quest’anno il Festival Internazionale del Jazz “Sergio Amato”, giunto alla sua 17 edizione, per la prima volta nella sua storia, ha un’anteprima di grande spessore dal 6 al 13 Agosto, “Jazz Happening” con artisti del calibro di Enrico Rava, Ray Mantilla Vintage, Edy Martinez, Mike Melillo, Enrico Intra, Francesco Cafiso, Joice Yuille, Giovanni Mazzarino, Daniele Scannapiego, Nello Toscano, Antonio Tosques, l’Amato Jazz Trio, Marco Gotti, Franco Zerafa, Gabriele Comelio, Giuseppe Mirabella, Rino Cirinnà, Giulio Visibelli, Enzo Ligresti, Petrella, Guidi, Rubino, Burgio, Cattano, Stefano Bagnoli, Evangelista, Sferra, Roberto Rossi, Antonio Ferlito, Antonella Leotta, Giuseppe Emanuele, Cristiano Giardini e tanti altri, assieme ai percorsi naturalistici e alle fotografiche di un grande maestro dell’arte visiva che è Pino Ninfa, che curerà il seminario sul “mestiere di fotografo dal social al jazz”. 
Un’anteprima al 17° Festival che richiamerà gli appassionati sul palcoscenico di Piazza XX Settembre a Canicattini Bagni a metà Settembre, con tanti altri grandi artisti per rendere omaggio all’indimenticato batterista dell’Amato Jazz Trio, “Sergio Amato”.

Locomotive Jazz Festival

Il cantautore Eugenio Finardi, il trombonista Gianluca Petrella, Daniele Di Bonaventura e il suo bandoneon, il musicista, giornalista e poeta russo Alexey Kolosov, il contrabbassista e violoncellista svedese Lars Danielsson, il dj ed economista  Donpasta, sono alcuni degli ospiti della settima edizione del Locomotive Jazz Festival, diretto dal sassofonista Raffaele Casarano, che si terrà da mercoledì 1 a sabato 4 agosto tra Sogliano Cavour, Sannicola e l’abbazia di Cerrate, in provincia di Lecce.  


Quest’anno il tema principale del festival è “Il Viandante”, figura che simboleggia il viaggio come condivisione di esperienze, di tradizione e di cultura e che bene interpreta lo spirito del Locomotive che vuole essere crocevia di incontri e identità. 
Il viandante è pronto ad accogliere e a essere accolto, a percorrere un tratto di strada insieme a coloro che incrocerà sul suo cammino, senza confini né pregiudizi solo con la voglia di condividere un tratto di strada insieme. Incrociare la propria vita con quella degli altri è affascinante, è jazz”, sottolinea Raffaele Casarano.  
In questa direzione l’edizione 2012 apre, ancor di più rispetto agli anni scorsi, a progetti di scambio con organizzazioni e festival stranieri, in particolare con il Festival d'Ète di Tolouse in Francia, collaborazione che ha portato allo spettacolo  Tarantulae (3 agosto), un viaggio tra le musiche popolari con DonPasta, Benjamin Sauzerau, Alessia Tondo, Vito de Lorenzi, Giancarlo Paglialunga, Rocco Nigro, Marco Bardoscia, Raffaele Casarano, e con il Moscow Jazz Festival in Russia che prevede l’esibizione dell’Alexey Kolosov Trio (1 agosto). 
L’articolato programma del festival che toccherà anche l’Abbazia di Santa Maria di Cerrate e la collina di San Mauro a Sannicola (con la consueta alba in jazz che sabato 4 agosto si preannuncia veramente speciale) prevede oltre ai concerti serali in Piazza Diaz a Sogliano anche incontri e presentazioni di libri, dj set a cura di Populous e mostre fotografiche. 

lunedì 23 luglio 2012

First Listen: Christian Scott - Christian aTunde Adjuah

La Npr concede la possibilità di ascoltare interamente per alcuni giorni, l'attesissimo nuovo doppio album del trombettista Christian Scott, intitolato Christian aTunde Adjuah


Come un intrepido esploratore, Scott alza la posta sul nuovo doppio album continuando a scavare in un territorio jazz inesplorato. La band di Scott è costituita dal chitarrista Matthew Stevens, dal batterista Jamire Williams, dal bassista Kris Funn e dal pianista Lawrence Fields (il cui suono di un pianoforte è spesso condito dagli effetti dell'utilizzo di carta sulle corde dello strumento).
Tra gli ospiti presenti nell'album ci sono anche il sassofonista tenore Kenneth Whalum III, il sassofonista Louis Fouché IIII e il trombonista Corey King.
Christian aTunde Adjuah è probabilmente ad oggi il progetto più personale del giovane artista, che si riflette nel titolo dell'album (nuovo nome dell'artista) e nella copertina dell'album, che presenta una foto di Scott in abiti tradizionali della sua cultura Black Indians di New Orleans.

Ecco in streaming l'intero album:

Omer Avital - Suite Of The East

Il bassista Omer Avital è a mio modesto parere uno degli artisti che si stanno mettendo maggiormente in evidenza nel circuito jazzistico internazionale e sono sicuro che, anche grazie alla pubblicazione del suo ultimo album, il magnifico Suite of the East, la sua popolarità andrà meritatamente crescendo nei prossimi anni.


Avital è uno degli esponenti di spicco di quella eccellente scuola israeliana che in questi ultimi anni ha prodotto un numero incredibile di musicisti e che senza dubbio va considerata la migliore al mondo, subito dopo quella statunitense, sia per qualità che per quantità.
Dietro il capostipite, il bassista e pianista Avishai Cohen, sono sorti magnifici artisti come i fratelli Cohen (la sassofonista e clarinettista Anat e il trombettista Avishai), lo stesso Avital, il sassofonista Eli Degibri, il chitarrista Gilad Heckelsman, il pianista Omer Klein e la pianista Anat Fort, solo per nominarne alcuni, che pur nelle differenze, mostrano di possedere alcune caratteristiche comuni come una grande padronanza della tecnica, una profonda conoscenza del linguaggio del jazz e la capacità di integrare in maniera assolutamente sublime nella musica afro-americana, le sonorità medio-orientali e le musiche popolari del loro paese d'origine.
Molte delle migliori espressioni di questa scuola trovano spazio nella giovane etichetta Anzic Records, che tra gli altri ha pubblicato lo scorso aprile questo magnifico album.
Suite of the East, in realtà non è un album nuovissimo, esso è anzi il risultato di una residenza di un mese di questa spettacolare formazione nel locale newyorkese Smalls nel 2006, seguita da una bollente sessione nella primavera di quello stesso anno.
In quel periodo Avital aveva composto una collezione di composizioni originali che furono scritte alla fine del suo soggiorno di tre anni in Israele, e completate a New York.

Gli imperdibili: Max Roach - We Insist! Freedom Now Suite

We Insist! Freedom Now Suite è un album del 1960 contenente una suite che Max Roach e il paroliere Oscar Brown avevano iniziato a sviluppare nel 1959 in vista del centennale (nel 1963) della dichiarazione di emancipazione. 
La copertina dell'album, che mostra tre afro-americani seduti al bancone di un bar (presumibilmente per soli bianchi) mentre si voltano a guardare verso la fotocamera, e dall'altra parte del bancone, un perplesso barista bianco si pulisce gli occhiali, si riferisce al movimento per i diritti civili del popolo afroamericano (e precisamente al sit-in di protesta tenutosi a Greensboro), come anche la perentoria affermazione presente nel titolo del disco: We Insist! ("Noi insistiamo!"). L'influente The Penguin Guide to Jazz assegna al disco il massimo dei voti, e lo ritiene opera fondamentale per lo sviluppo del genere free jazz.
Un'operazione così esplicita, per l'epoca, e le forti tematiche "razziali" dei brani (anche per quanto riguarda la copertina del disco, volutamente provocatoria), contribuì all'inserimento di Roach nella "lista nera" dell'industria discografica americana nella seconda metà degli anni sessanta, e lo costrinse a diradare la sua presenza in studio d'incisione. (Fonte Wikipedia)


Sul sito SentireAscoltare è stata pubblicata una bella recensione di questo leggendario album, scritta da Fabrizio Zampighi:
Nel 1960 l'America è una polveriera pronta ad esplodere sotto il peso delle discriminazioni razziali; il verbo  di leader che propugnano la parità dei diritti e l'emancipazione del popolo di colore – Martin Luther King su tutti - si fa sempre più forte; il diffondersi di movimenti studenteschi solidali che col tempo si trasformeranno nella fiumana sessantottina modifica le istanze culturali di una generazione. La lotta politica e la musica si fondono diventando una cosa sola, in una ricerca di dignità e di autoaffermazione che mette le ali alla comunità afroamericana facendole riscoprire la musica “nera” per eccellenza: il jazz.
Esce Free Jazz di Ornette Coleman, inno alla destrutturazione armonica ricco di spigoli strumentali, viene pubblicato Mingus Ah Um di Charles Mingus, ugualmente impietoso con i canoni della tradizione ma con qualche concessione alla melodia, trova finalmente compimento We Insist! Fredoom Now Suite di Max Roach, il più esplicito manifesto controculturale del periodo. 

La vita spericolata di Jarrett

Sul sito de Il Giornale è stato pubblicato un bel articolo scritto da Antonio Lodetti, su Keith Jarrett, che oggi comincia la sua breve tourneè italiana con il suo classico Standard Trio.


Nel 2007 arrivò a Umbria Jazz - atteso come il Messia - a bordo di un aereo privato e ammonì i 4mila presenti: «niente foto, niente telefonini, niente colpi di tosse. Altrimenti interrompo il concerto, voi ci rimettete i vostri soldi e io me ne vado da questa dannata città». Lo show parte alla grande ma poi qualcosa accade, un flash assassino o qualche colpo di tosse e lui continua ancora per qualche minuto poi lascia il pianoforte e se ne va, lasciando i fan imbestialiti che fischiano e gridano «imbroglione».
Ecco in poche parole genio e sregolatezza di Keith Jarrett, il più grande interprete del piano jazz moderno. Difficile non amare la sua musica complessa e dinamica; (quasi) impossibile capire l'uomo e le sue stranezze, come la «sindrome da fatica cronica» che lo colpì alla fine degli anni '90 condizionandone pesantemente la carriera. 
Il fatto è che per lui suonare il pianoforte è un'esperienza fisica totalizzante che gli ha provocato gravi danni alla schiena e al collo, così come l'improvvisazione è una forma mentis che lo coinvolge completamente da quando, ragazzino, ascoltò gli album di Oscar Peterson e Dave Brubeck: «Il piano è come un toro - ha detto - e devi saperlo domare per farlo ballare con te, così come l'improvvisazione è un modo di vomitare la musica, di buttare fuori quello che c'è dentro al tuo corpo». 
A 67 anni la sua filosofia è sempre la stessa; da oggi è in tournée in Italia (partenza dal teatro San Felice di Genova, mercoledì al Lingotto di Torino, il 27 al Petruzzelli di Bari e il 29 al Parco della Musica di Roma)con lo storico Standards Trio formato da Gary Peacock e Jack DeJohnette. 

venerdì 20 luglio 2012

Jerry Gonzalez & the Fort Apache Band

Il latin jazz al suo meglio mette in scena una specie di diplomazia, un dialogo tra due parti distinte ma correlate. Il trombettista e conguero Jerry Gonzalez è stato a lungo un emissario nel settore, altrettanto fluente in hard bop e nella musica della diaspora afro-caraibica, ed ha cercato di conciliare le due cose.
Il primo impegno di alto profilo professionale di Jerry Gonzalez arrivò all'età di 19 anni, nel 1971, con Dizzy Gillespie. Da allora ha lavorato con maestri provenienti sia dalla musica jazz che da quella latina come: Kenny Dorham, Tony Williams, McCoy Tyner, Jaco Pastorius, Tito Puente, Eddie Palmieri e Manny Oquendo Y Libre.
Negli ultimi anni ha lavorato a lungo con i musicisti di flamenco, come risultato della sua quasi decennale residenza a Madrid. Ma il gruppo con cui sta lasciando un segno significativo nella storia della musica è la Fort Apache Band, che ha formato nel Bronx con il fratello, il bassista Andy Gonzalez, più di 30 anni fa.


Fort Apache Band è uno dei più duraturi gruppi jazz in circolazione nel mondo. Con la loro fusione unica di musica jazz e latina, hanno raggiunto una maggiore profondità, hanno più intelligenza di strada e semplicemente cercano di suonare meglio di chiunque altro.
Jerry Gonzalez e Fort Apache Band si dedica a suonare l'Afro-Caribbean Jazz senza compromessi. La raffinatezza del suono dei Fort Apache è evidenziata dalla capacità del gruppo di aggiungere la tipica flessibilità jazz ad una sezione ritmica latina.
Ha scritto musicologo Renè Lopez. "Questo è l'unico gruppo che suona come un gruppo jazz, ma al stesso tempo, non smette mai di suonare latino"
Il successo e la rilevanza storica della band può essere in gran parte attribuito al suo costante line-up. Forse nel campo della musica Jazz solo l'Art Ensemble of Chicago può superare questa longevità.
La visione della Fort Apache Band si è organicamente evoluta dal background dei suoi membri fondatori. Nato dal patrimonio portoricano di New York City, Jerry Gonzalez, Andy Gonzalez e Steve Berrios crebbero con le orecchie ed i cuori aperti al jazz e musica latina. "Ogni volta che ascoltavo il jazz - Trane, Miles, Monk - sentivo i ritmi cubani contenuti in esso"  ha detto Jerry Gonzalez a Down Beat nel 1990.
La Fort Apache Band fu costituita agli inizi degli anni '80, e originariamente comprendeva artisti come Kenny Kirkland, Sonny Fortune, Nicky Marrero, Papo Vazquez, il compianto Jorge Dalto, e Milton Cardona. I primi due album furono registrati dal vivo in festival jazz europei, The River is Deep del 1982 a Berlino e Obatala del 1988 a Zurigo.

Aprile nuovo album di Davide Di Chio

Da sabato 15 settembre sarà disponibile nei negozi tradizionali, su iTunes e negli altri digital store, “Aprile” (Abeat Records/IRD), il nuovo disco del chitarrista pugliese Davide Di Chio.


In “Aprile”, Davide Di Chio propone 11 brani inediti dal sound mediterraneo e dal gusto armonico raffinato.
«Aprile è un disco molto italiano, legato alla mia Terra, con un'aspirazione - spero percepita - ad essere un prodotto internazionale: - commenta Davide Di Chio - è insomma un lavoro po' "glocal", caratterizzato dalla estrema "cantabilità" delle melodie, dalla razionalizzazione delle parti scritte e di quelle improvvisate, dalla cura del suono, tutti elementi che, se ben dosati, possono rappresentare punti di forza di una via italiana al jazz di cui si parla più di quanto si faccia.»
Davide Di Chio nasce a Bari il 29.04.1971. Inizia, all'età di cinque anni, lo studio del pianoforte classico che prosegue per circa otto anni.
Successivamente comincia lo studio della chitarra seguendo i corsi della scuola musicale "Il Pentagramma", fondata e diretta dal chitarrista Guido Di Leone, dove approfondisce lo studio della chitarra jazz, del solfeggio e dell'ear training, studiando, oltre che con lo stesso Di Leone, con Davide Santorsola, Vito Di Modugno, Leopoldo Sebastiani.
Contestualmente prosegue, da autodidatta, lo studio della chitarra classica, acustica e brasiliana.
Nell'estate del 1993 partecipa ai seminari di "Siena Jazz", studiando con Tomaso Lama, Ettore Fioravanti, Marcello Piras.

Beat Onto Jazz Festival 2012

Ricca, nuova e fresca di novità la XII Edizione del Beat Onto Jazz Festival, sempre sotto la scrupolosa e competente direzione artistica di Emanuele Dimundo che presiede e coordina l’Associazione InJazz, ente a cui è deputata l’organizzazione del festival. 
La kermesse che, anno dopo anno, si è guadagnata un posto di rilievo nella scena internazionale, attestandosi tra i più importanti festival della Penisola, si terrà nel centro storico di Bitonto, in particolare in Piazza Cattedrale nei giorni dal primo al 4 agosto e, nonostante le sempre crescenti difficoltà economiche, mantiene l’assoluta gratuità, aspetto sempre più raro di questi tempi.


Per quest’anno l’evento è realizzato con la partecipazione del Comune di Bitonto e con il contributo della Regione Puglia e dei numerosi sostenitori privati che con il loro sostegno hanno confermato l’importanza della rassegna organizzata dall’ Associazione INJAZZ e con il supporto promozionale di Jazzitalia, Granieri.it, Bitonto Primo Piano, Comma 3, BitontoTV; quest’ultima riprenderà tutte e quattro le serate della rassegna che andranno in diretta webtv.
Mercoledì 1 agosto (ore 21,30) l’apertura sarà di marca pugliese con Jazz Moments, l’ensemble capitanato dal trombettista Mino Lacirignola e con Patti Lomuscio (voce), Pino Picherri (sax, clarinetto), Renzo Bagorda (banjo) e Muzio Petrella (contrabbasso). Un quintetto che si caratterizza per il saper mescolare la migliore tradizione jazzistica con le sonorità afroamericane più moderne, passando per le colonne sonore, lo swing italiano degli anni Quaranta e i musical. 
A seguire (ore 22.30) la tradizionale jam session, brand del Beat Onto Jazz Festival, condotta dal M° Andrea Gargiulo. Gargiulo, d’origini napoletane, è docente del Conservatorio “Niccolò Piccinni” di Bari e ha preso parte a prestigiosi progetti ed ha inciso per diverse case discografiche. Ha collaborato con musicisti del calibro di Randy Brecker, Tony Scott, Eddie Daniels, Joy Garrison, Irio de Paula, Roberto Ottaviano.