venerdì 22 giugno 2012

Neneh Cherry - The Cherry Thing

The Cherry Thing rappresenta il ritorno discografico della cantante pop Neneh Cherry dopo una lungo periodo di pausa. Per l'occasione la cantante presenta una collezione di cover di generi diversi, accompagnata da un trio scandinavo, The Thing (Mats Gustafsson ai sassofoni, Ingebrigt Haker Flaten al basso, Paal Nilssen-Love alla batteria), che deve il nome ad un celebre pezzo del proprio idolo, il patrigno della cantante Don Cherry. 


Cherry, dopo aver trascorso gran parte della sua infanzia in tour con il patrigno e con suoi leggendari compagni di jazz, iniziò la sua carriera con la formazione punk Rip Rig + Panic, ma è meglio conosciuta per la sua carriera hip-hop degli anni '90. Il suo album di debutto Raw Like Sushi conteneva l'hit internazionale Buffalo Stance, che le dette il suo quarto d'ora di celebrità. Poi seguì il Homebrew, che per molti versi, è un lavoro superiore anche se grandemente sottovalutato.
The Cherry Thing è una fusione perfetta delle sue influenze, nel quale la Cherry intreccia canzoni tratte da disparate fonti come come gli Stooges (Dirt), Ornette Coleman (What Reason), Suicide (Dream Baby Dream), e MF Doom (Accordion), creando un collage eccitante e coeso che attraversa i generi e gli umori.
Benchè il jazz sia un diritto di primogenitura per la Cherry, non è un stile che lei ha spesso esplorato nel corso della sua carriera. Al contrario, The Thing sono jazzisti in tutto e per tutto. Ma dal momento che anche loro sono stati conosciuti per aver attraversato i generi, essi hanno trovato un terreno comune al di fuori del jazz: dei pezzi che compongono The Cherry Thing solo un paio possono essere considerati veri pezzi jazz.
Però se anche queste canzoni non sono tipicamente jazz, vengono approcciate con un disprezzo per la struttura e per le convenzioni che sono degne della libertà di espressione del padrigno Don Cherry e che spesso dimostra la profonda sinergia tra band e cantante.
Una scelta molto appropriata è certamente What Reason, uno di pochi pezzi vocali scritti da Ornette Coleman, pioniere, con lo stesso Don Cherry, del movimento del free-jazz. Il pezzo si chiude un pacifico pezzo a cappella: "Only when I'm without you", cantata da Neneh Cherry.
In una certa misura, la disarmonia separa la Cherry da The Thing su tutto l'album, ma sarebbe sbagliato chiamare questa una colpa.
The Cherry Thing non è né la più regolare né la più lucida delle collaborazioni, ma neanche cerca di esserlo.
La Cherry descrive il disco come un tentativo di affrontare la pesante eredità del suo patrigno, ed in questo riesce in maniera estremamente chiara.
L'album è una sfida che costringe tutti i personaggi coinvolti di là delle loro zone di comfort. A volte il risultato può sembrare forzato, ma è pienamente coerente sia con i principi del free jazz, da cui l'album emerge, sia con lo spirito di Don Cherry, verso cui ritorna.

2 commenti:

  1. Il web è terreno di condivisione incrociata e molti appassionati italiani non sono particolarmente avventurosi nell'esplorare blog e siti in lingua inglese.
    Ma perchè, dato che non c'è nulla di male e il servizio fornito è utile e interessante, non indicare che gran parte di questo post è la traduzione letterale di pezzi di recensione del disco in questione pubblicati su siti come npr.org, il blog del Los Angeles Times o prefixmag.com?

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  2. Guarda che ti sbagli, non gran parte, ma tutto il post è la traduzione di recensioni pubblicate in rete, solo che non hai scoperto tutte le fonti.
    Non ho difficoltà a citare le fonti, lo faccio sempre quando mi sembra necessario, ma questa volta mi sembrava puerile citarle tutte sia perchè erano numerose, sia perchè ho effettuato un notevole lavoro di collage per creare un articolo con un senso.
    In particolare nel mio sito, Npr.org l'avrò citato un migliaio di volte perchè è uno dei miei siti di riferimento.
    Ma come ho sempre detto, grandissima parte del materiale presente in questo blog è tratto dalla rete, assemblato secondo il mio gusto ed il mio interesse.
    Non ho interesse a reinventarmi come scrittore, voglio solo pubblicare delle cose che possono apparire interessanti.
    Se poi vogliamo parlare di correttezza sul web, io credo che quando si scrive qualcosa, sia di critica, di proposta o di altro, sia sempre meglio farlo con il proprio nome, piuttosto che trincerarsi dietro il mitico Anonimo o con pseudonimi.
    Io quando partecipo alle discussioni sugli altri blog faccio sempre così, mi piacerebbe che si facesse così anche sul mio, anche per capire con chi si sta parlando.

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