martedì 12 giugno 2012

Intervista a Melody Gardot

Sul sito del Corriere della Sera è stata pubblicata una bella intervista a Melody Gardot che ha appena pubblicato il suo terzo album dal titolo The Absence:


Entra sul palco del cabaret parigino «La Nouvelle Eve» una ragazza dalla pettinatura afro, occhialetti tondi alla John Lennon, tacchi alti e un bastone, lascito dell' incidente che le cambiò la vita. L' americana Melody Gardot, 27 anni, presenta l' album «The Absence», il suo quarto, dopo il grande successo di «My One And Only Thrill» uscito tre anni fa. Le parliamo dopo avere ascoltato, per quasi un' ora e mezza, le nuove canzoni piene di bossanova, fado, tango. Canzoni qualche volta malinconiche, sempre colme di amore per la vita. 
Da dove viene questa svolta latina? 
«Mi sono un po' allontanata dai canoni del jazz anglosassone. Del resto, mi sento cittadina del mondo... Dopo l' album precedente ho viaggiato molto, nel nuovo disco ci sono tutti i luoghi e le persone che ho incontrato». 
Primo viaggio, però, in Marocco. 
«Nell' estate nel 2010 sono andata a Marrakech, la prima tappa alla ricerca del nuovo. Poi ho passato qualche mese a Lisbona, con il mio pianoforte in un palazzo del quartiere dell' Alfama, ho cominciato a imparare il portoghese e a frequentare i club di fado. I suoni di quella città meravigliosa sono nella canzone Lisboa: le campane delle chiese, i giochi dei bambini, il rumore della strada». 
E l' influenza brasiliana? 
«Dopo il Portogallo sono stata a lungo in America Latina. Prima a Buenos Aires, dove sono nate Goodbye e So We Meet Again My Heartache, poi ho affittato una barca vela e abbiamo raggiunto il Brasile. Mi è sembrato che il Brasile contenesse tutte le sensazioni che provavo da mesi, una specie di grande contenitore di tutte le emozioni umane. 
Il samba e la bossanova attraversano tutto l' album». Come ha fatto a mettere tutte queste esperienze in un album coerente? 
«Di ritorno negli Stati Uniti, mi ha aiutato molto il lavoro con il chitarrista e produttore Heitor Pereira, sufficientemente pazzo per essere in grado di lavorare con una tipa stramba come me. Volevo cantare in inglese, portoghese, francese, spagnolo... Volevo che mi aiutasse a far sentire nelle nuove canzoni il rumore delle palme nel vento e pure quello del washboard, la tavola per il bucato che si suona a New Orleans. Con Heitor ci siamo capiti in fretta e grazie a lui tutti quei viaggi sono finiti nell' album. Se troverete riferimenti a Gilbert Gil o a Tom Jobim non è un caso, li abbiamo ascoltati per mesi». 
C' è un titolo, «Amalia», che ricorda qualcosa di personale.
«Ero a Lisbona, giocavo con dei bambini per strada e abbiamo trovato un piccolo piccione con un'ala rotta. Mi sono ricordata di com' ero, qualche anno fa, al momento del mio incidente. Per terra, spezzata, senza aiuto». 
Le conseguenze dell' incidente si fanno ancora sentire? 
«Sì, anche se oggi sto molto meglio. Avevo 19 anni, ero in bicicletta a Philadelphia e una jeep che non si è fermata al semaforo mi ha centrata in pieno. Da allora sono una persona diversa, nel male ma anche nel bene. Un anno di ospedale, e ho imparato a cantare, a suonare la chitarra, a comporre canzoni, che erano il mio unico modo di comunicare». 
Si è salvata con la musicoterapia. 
«La musica è quel che mi ha fatto sopportare il dolore delle ferite. Mi ha salvato la vita, e continua a farlo». 

Nessun commento:

Posta un commento