sabato 16 giugno 2012

In risposta a "Di cultura e di politica"

L'amico Stefano sul suo blog ha pubblicato un interessante post, intitolato "Di cultura e di politica" nel quale riprende un articolo di Fabrizio Versienti pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno che prendendo spunto dalle dimissioni di Ottaviano allarga l'analisi al rapporto tra cultura e politica nel nostro paese.
Devo dire che la mia opinione sull'argomento è radicalmente diversa da quella proposta nell'articolo; personalmente sono del parere che lo Stato non dovrebbe utilizzare i soldi pubblici per sostenere alcun tipo di attività dello spettacolo.
Mi rendo conto che questa posizione possa sembrare estremamente impopolare, ma ho una concezione più americana dello show-business, e quindi ritengo che la musica, il cinema, il teatro, la lirica, ecc..., debbano essere considerate esclusivamente attività di intrattenimento, che certamente hanno delle ricadute culturali, ma come tante altre attività (turismo, gastronomia, enologia, ecc..) che però vengono lasciate in mano (giustamente) ai privati.
Lo stato dovrebbe limitarsi a fornire le condizioni necessarie per fruirne al meglio, ma non dovrebbe finanziare direttamente queste attività che sono e restano delle attività economiche che forniscono un prodotto, che quindi come tali dovrebbero essere in grado di auto sostenersi.
Sappiamo perfettamente come in Italia vengano utilizzati i soldi pubblici, quasi sempre elargiti con criteri che hanno poco a che fare con il merito o con la qualità della proposta. Non vorrei sembrare demagogico ma preferirei che quei soldi fossero utilizzati per finanziare la sanità o la scuola, settori realmente essenziali e massacrati dai tagli, piuttosto che tenere in piedi dei carrozzoni gestiti dagli amici degli amici che solitamente non hanno alcuna giustificazione economica.
Sono poi ancora più in disaccordo a proposito della concezione di "cultura" che traspare dall'articolo. 
....Pensiamo anche all’Europa Jazz Festival di Noci e poi al Talos Festival di Ruvo, che ne ereditò il ruolo negli anni Novanta, fondati e diretti entrambi dal musicista Pino Minafra: laboratori del nuovo aperti nei confronti delle «periferie», dall’Est Europa al Sud Africa, e del non ortodosso. Certo, parliamo di festival non propriamente popolari, magari guardati con sospetto dai «passeggiatori» estivi.  
Questo è una concezione della cultura di tipo "elitario" che sembra avere una sua dignità solo se "non propriamente popolare". Essendo di Bari conosco bene le realtà di Ruvo e Noci e devo dire che tranne alcune eccezioni (più a Ruvo che a Noci) si trattava di grandi rotture di palle, ignorati dal pubblico e che infatti hanno avuto sempre vita difficile.
In realtà mi piacerebbe capire perchè, almeno per quanto riguarda il jazz, un ottetto di ottoni della Germania Est, dovrebbe avere maggior "dignità culturale" rispetto ad esempio a Wayne Shorter o Sonny Rollins che, chissà poi per quale motivo, attirano maggior pubblico, e non capisco perchè la "forte originalità" dovrebbe essere sinonimo di qualità, rispetto ad un "conformismo" che però magari ti permette anche di far quadrare i conti.
Per quanto riguarda la questione Ottaviano, non conosco bene i motivi delle sue dimissioni, nè mi interessano più di tanto, però devo dire che quest'anno, dopo vent'anni, finalmente Bari ha una rassegna jazz degna di tal nome, finalmente una piccola luce in una città di una piattezza sconvolgente. 
Non so se le edizioni di Bari in Jazz degli scorsi anni avessero particolari progettualità o idee, quello che so è che avevano scarso seguito e scarsissimo interesse e mi sembra paradossale che si chieda l'intervento pubblico e poi pretendere di fare tutto di testa propria, senza che il pubblico ci possa mettere becco. 
Ora almeno, sembra che si sia ritornati a parlare di jazz in città, rivangando i fasti degli anni '70 e '80 quando avemmo la fortuna di ospitare artisti come Stan Getz, Dexter Gordon, Dizzy Gillespie e Miles Davis, con scelte che oggi definiremmo "conformiste".
Resta da vedere se questa rassegna sarà in grado di auto sostenersi e di coprire gli elevati costi che comportano la presenza di così grandi artisti, altrimenti sarà più che evidente che Bari non è in grado di permettersi questo tipo di manifestazioni e dovremmo, seppure a malincuore, farne a meno.

30 commenti:

  1. L'argomento è complesso e lo riduco a dei flash:
    1 - il libero mercato non funziona nemmeno in economia dove hanno creato delle autority sulla concorrenza, proprio per cercare di favorirla.
    2 - senza contributi statali quanto costerebbe un biglietto (anche il più economico) d'opera?
    3 - senza aiuti statali il cinema sarebbe tutto americano, perchè (oltre a essere professionale ed amato) conta su un mercato mondiale su cui ammortizzare i costi.
    4 - è vero che l'intrattenimento è business, ma è anche cultura ed IDENTITA'. Saranno sciovinisti i francesi, ma hanno posto dei limiti di legge alla programmazione straniera di musica e film, proprio per dare spazio alla produzione nazionale.
    5 - il problema è semmai come aiutare, evitando i soliti aumma-umma.

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  2. Cerco di rispondere anch'io con dei flash:
    1 - qui il libero mercato non c'entra niente. Si tratta solo di non buttare soldi pubblici in attività "pseudo-culturali" che non hanno alcuna utilità pubblica.
    2 - Non lo so. Ma se qualcuno vuole ascoltare l'opera se la deve pagare non può pretendere che la collettività gli paghi questo "piacere".
    3 - Tralasciando il discorso sulla fine hanno fatto finora i contributi pubblici al cinema, finiti spesso alle mignotte dei politici, direi che il discorso non sta in piedi, perchè allora dovremmo decidere di sovvenzionare la gazzosa, perchè la Coca Cola è una potenza mondiale, o i venditori di fast food per contrastare McDonald.
    4 - Tralasciando la cultura di cui ho già parlato, voglio dire che la parola indentità è quella che mi fa più prudere la pelle.
    Sarà probabilmente perchè la mia famiglia è composta da quattro persone di tre continenti diversi ma tutta questa enfasi sull'identità mi fa veramente cagare.
    Poi, appunto, i francesi sono sciovinisti e quindi cerchiamo di imitarli in altre cose piuttosto che in questa.
    5 - Purtroppo il problema è proprio questo, la nostra situazione economica e l'enorme debito pubblico deriva proprio da questo spreco di risorse pubbliche in attività dove lo Stato non dovrebbe proprio intervenire. Naturalmente questo intervento pubblico non è altro che la volontà dei politici di piazzare parenti e amici e distribuire soldi e potere, e funziona così in ogni settore (anche nella musica).
    Dare un taglio a questa ingerenza sarebbe un primo passo per risolvere i problemi italiani.

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  3. 1 - il libero mercato conta e lo dimostri proprio tu quando parli della Coca cola: musica, teatro, cinema, libri sono intrattenimento ma anche cultura. se uno stato non tiene presente questo fatto rischiamo di finire col cinema-coca cola, musica coca cola ecc...
    2 - l'opera è una tradizione culturale italiana. i cantanti stranieri vengono in Italia ad impararla. credo che abbiamo il dovere di preservarla, come le opere d'arte (che poi non vengano preservate è un altro discorso. dobbiamo prtendere che i soldi non vengano sprecati, ma questo sempre ed in ogni settore).
    3-4 io sinceramente io non vorrei finire a saperne di più di America che dell'Italia, a forza di film, musica ecc tutta americana. l'identità culturale è un bene di una nazione e tutti la proteggono. i Francesi con le leggi, gli inglesi perchè sono molto tardizionalisti e gli americani con la legge di mercato. solo noi facciamo gli esterofili. io vorrei che continui ad esistere una specificità italiana e vorrei che non si dimenticassero i Rosselli, Visconti, Fellini, De Sica, per i Tarantino o Scorsese; vorrei che la canzone italiana continuasse a lasciare spazio per nuovi tenco, Dalla o Modugno o carosone e vorrei che l'opera tornare ad essere musica popolare come nell'800. se si parla dei prodotti mediatici come semplici prodotti da piazzare sul mercato (cosa che fanno gli americani e vorrebbero imporlo a tutti) sarebbe la fine.
    5 - anche io sono contro gli sprechi ma ricordo anche che con la cultura di possono fare anche soldi, oltre che favorire il turismo. E la Francia in questo è maestra a tutti...

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    1. Sono pienamente d'accordo con Elfio e come quasi sempre in disaccordo con loop, più che altro perché le faccende sedicenti culturali a finanziamento pubblico sono in mano ad un manipolo di pseudo intellettuali di sinistra postsessantottini che gestiscono le risorse pubblico in tale ambito in regime di monopolio. In nulla sono meglio del conformismo delle grandi manifestazioni sponsorizzate. si tratta solo del rovescio della medaglia e per me vanno eliminate entrambe. Prima di tutto si spazzano le combriccole a esclusione e poi si ragiona di cultura musicale e di tutto il resto. Quanto all'esterofilia in Italia in ambito di Jazz è un'autentica barzelletta. C'è un regime autartico impressionante in cui si esaltano in continuazione nani del jazz nostrano fatti passare per giganti solo perché stanno nella manica a una sedicente èlite di radical chic di sinistra pseudo intellettuali del jazz.

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    2. autarchico, non autartico naturalmente...

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    3. Mi sembra che si viva nella propria testa da postsessantottino ormai attempato e non ci si confronti con la realtà, caro loop. Nuovi Tenco e Carosone? Sei sicuro di vivere in Italia nel 2012? Un conto sono le proprie speranze un'altra la realtà. Cosa c'è di colto in un paese al degrado totale come il nostro? Vieni un po' nelle scuole e ti renderai conto del vuoto pneumatico intellettuale che affligge il paese.
      Continuare a far credere che il Jazz italiano è tra il meglio al mondo è esattamente una procedura di marketing come quelle inventate dagli odiati americani, solo che è fatta peggio e in maniera più cialtronesca, nel perfetto stile italico odierno assorbita bene anche da una certa area politica dall'odiato berlusconicmo...

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  4. Brevemente:
    a) non mi sogno nemmeno di farti cambiare idea, io mi rispecchio invece in gran parte in quelle di Versienti
    b) quando parlo di "conformismo" intendo sia il fatto che dalle Alpi alle piramidi si ascoltino gli stessi musicisti salvo pochissime eccezioni sia che il programma di Umbria Jazz vede gli stessi 8-10 musicisti da almeno tre lustri (e se Jarrett non fosse stato "epurato" ovviamente ci sarebbe pure lui)
    c) se fosse solo il mercato a stabilire la musica a Perugia oltre ai vari Sting, Prince, Santana, ecc.ecc. ci sarebbero anche la Tatangelo, Vasco e Gigi D'Alessio
    d) non credevo fossi un bollaniano cosi' mordace, ma visto come mi hai chiamato all'inizio dell'articolo l'indizio si fa concreto...;-)
    Roberto

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    1. Hai ragione sono stato colpito da bollanite acuta emorragica, chiamo Stefano anche mia moglie...
      Il dottore mi ha consigliato pillole di Cecil Taylor tre volte al giorno. Che pillole amare! :-)

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    2. A mio avviso si confonde come spesso accade causa con effetto, nel senso che il problema nasce proprio dal fatto che si crea una contrapposizione tra, da una parte una musica sedicente "culturale" in cui qualcuno in Italia decide che il Jazz "colto" è fatto da "innovatori" in tale ambito quali, ad esempio, Tim Berne, Anthony Braxton, Threadgill e qualche altro creativo europeo ormai attempato e che sono apprezzati da un manipolo di intellettuali del jazz che magari aggiungono alla lista qualche italico che strizza l'occhio a loro e alla loro area politico-ideologica e dall'altro ci starebbero Santana, Prince e Sting.
      Certo che finché si liquideranno criticamente come ottusi conservatori quasi senza dignità artistica, sia per verbo che per iscritto, musicisti che sono stati protagonisti assoluti negli ultimi decenni in ambito jazzistico apprezzati in tutto il mondo da pubblico e critica, sempre solo ad esempio, come Jarrett e Marsalis, poi non ci si può meravigliare che, con un tale livello di mistificazione culturale e di falsa divulgazione jazzistica perpetrata da decenni, il pubblico possa riempire teatri e piazze ad ascoltare musica apprezzata solo da ristrette èlite.
      Ci sono valutazioni critiche che sono fatte in Italia sia in positivo che in negativo "a prescindere", in maniera ideologica. Questo a mio avviso è il punto e finchè non ci sarà un processo di autocritica e un rinnovamento nel modo di pensare intorno al Jazz liberato da certe pastoie ideologiche di cui anche valenti critici e musicologi italici non sembrano in grado di liberarsi, staremo sempre a olemizzare sterilmente in una contrapposizione irreale tra musica colta ascoltata da quattro gatti e musica di massa da show business. Vie di mezzo non esistono e credo che faccia comodo a questo punto produrre certe contrapposizioni.

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    3. Vorrei aggiungere che comunque in Italia esistono esempi che dimostrano come sia possibile avere un certo successo di pubblico mantenendo un livello della proposta "culturale" abbastanza elevato a volte anche assistendo addirittura a riduzione di finanziamenti, pubblici o privati che siano, non entro nel merito. Evito di far nomi ma credo che tutti noi che stiamo discutendo conosciamo alcuni di tali esempi. La strada è quella a mio avviso.

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    4. Esatto. Io sono convinto che sia possibile ottenere il successo di pubblico pur mantenendo una integrità artistica e qualitativa e quindi senza dover rincorrere gli Sting o i Gigi D'Alessio, (anche se ritengo non sia una bestemmia inserire in una rassegna faraonica come Umbria Jazz proposte del genere che a mio parere presenta ancora ottime proposte).
      Penso che sia quella la strada che bisogna percorrere, inseguire una integrità senza per forza spaventare il pubblico.
      Sono allergico a termini, usati questi si in maniera conformista, come "cultura", "progettualità", "laboratori di idee" ecc.. che non vogliono dire un cazzo ma che servono solo a giustificare l'incapacità di raggiungere un folto pubblico.
      Io quando vado ad un concerto non voglio sentire "progettualità" ma voglio sentire buona musica.
      E pretendo che i soldi pubblici siano usati per soddisfare i bisogni della comunità, non per gli esperimenti "pseudo-culturali" di qualche raccomandato con nessun ritorno concreto.

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  5. bollaniano? che c'entra?
    come ti ho chiamato?
    Tatangelo, Vasco e Gigi D'Alessio? non ti pare che per gusto di polemica di andare oltre?
    sinceramente deluso dal tuo argomentare.

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    1. Guarda che Pierrde ha fatto una battuta a Elfio che lo ha chiamato nell'introduzione al suo intervento Stefano anziché Roberto. Giusto?
      Trovo l'argomentare di elfio invece tutt'altro che deludente. Direi invece efficace e sintetico. Questione di punti di vista...

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  6. chiudo qui, ricordando che il mio discorso prescindeva il jazz ma riguardava tutto il problema della politica culturale in Italia, altrimenti il discorso di esterofilia e di identità sarebbe risultato ridicolo.
    La mia generalizzazione partiva dalla premessa dell'articolo che reputava meglio affidare tutto al mercato. da qui le osservazioni seguenti.
    rinchiudersi, come avete fatto, nel recinto del jazz, ha ristretto il discorso a poco meno di nulla.
    elimiano qualsiasi finanziamento pubblico per il jazz ed aspettiamo...
    quanto ad Umbria Jazz, all'uscita del programma era stato un fiorire di polemiche e di accuse di svendita di tipo commerciale, quindi in linea con una "politica di mercato".
    e tanto per ricordare sia a Elfio che a Riccardo che a volte il lato "culturale" può servire, vorrei riportarvi indietro nel tempo (anni 70-80) quando i jazzisti americani non avevano scritture nè riuscivano ad incidere in patria. erano continue tourné (o addirittura residenze stabili) in Europa, partecipando a concerti in tutta Europa ed incidendo per etichette di tutti i paesi. il jazz in Europa "teneva" anche grazie a concerti finanziati da enti pubblici ed è stato un modo (non certamente voluto consciamente) per tenere accesa una fiammella che in America vacillava parecchio.
    poi con il rilancio del jazz in Usa, tutti buoni a dimenticare...

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  7. Appunto, il jazz in America ha saputo rilanciarsi, senza finanziamento pubblico, con le idee, con la qualità e cercando di andare incontro a quelli che erano i gusti del pubblico con un ritorno al mainstream, dopo avere allontanato tanti appassionati spaventati dalla degenerazione della rivoluzione free.
    La mia impressione è che da noi il finanziamento pubblico abbia ammazzato le idee ed annacquato il coraggio, e diversi personaggi, protetti sotto l'accogliente tetta dello Stato e con la comoda pretesa di essere portatori di "cultura", hanno continuato a fare i cazzi propri piuttosto che affrontare i gusti del pubblico, e ciò ha portato il jazz italiano all'infimo livello in cui è sprofondato.
    Per fortuna ora che la festa è finita ed i soldi pure, questi carrozzoni mantenuti in piedi surrettiziamente dal finanziamento pubblico stanno tutti miseramente sprofondando e finalmente stanno venendo fuori eccellenti giovani artisti che, costretti a tirare fuori gli attributi per affrontare la competizione, stanno gradualmente cercando di riportare in auge il jazz nostrano pur tra le enormi difficoltà a scalfire cattive abitudini vecchie di decenni.
    Era di questo che voleva parlare il mio post, il mercato non c'entra nulla.

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    1. Condivido, come condivido il discorso della"progettualità". Io lo vedo a scuola, con la parola "progetto" si nascondo spesso operazioni ambigue che con la parvenza di avere per obiettivo l'istruzione sono invece solo operazioni di marketing che hanno per fine la conservazione della struttura scolastica e autoreferenzialmente la gratifica di chi organizza certi "progetti". facendo un parallelo con la ns questione, sostituendo la parola istruzione con cultura si ottengono analoghi effetti distorcenti e discorsi. E' tutto un modo di pensare e di operare nel ns paese che va rivisto e per prima cosa bisogna levare di torno quelli che gestiscono da decenni la cosa in modo sempre più chiuso e autoreferenziale. Il modo migliore è levare loro risorse pubbliche in modo che si debellino forme di parassitismo nascoste sotto mentite spoglie. E un po' come pretendere innovazione politica dai ns parlamentari nominati. E' cosa praticamente impossibile da realizzare.

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  8. La Cultura non s'è mai potuta autofinanziare del tutto; se le fosse stato possibile vivremmo e avremmo vissuto nel mondo di Pangloss, cioè il migliore dei mondi possibili. Essa non può finanziarsi da sola perché rimane nella nostra società un ambito di nicchia, e questo vale soprattutto per l'Italia ma non solo, trattasi di una situazione generalizzata. Sin da Mecenate, direi.
    L'approccio al bene culturale (che è immateriale) dettato dai cosiddetti "manager", e cioè di trattare il bene immateriale come se fosse una bene materiale, da trattare secondo le leggi del mercato, è stato disastroso, perché ha avviato la gestione pubblica della Cultura verso una commercializzazione che ha premiato ciò che era gradito ai più.
    Perché, dunque, la Cultura necessita del supporto pubblico? Perché non è un prodotto, perché è un patrimonio che -per molteplici motivi- non incontra il favore della maggioranza. Perché la Cultura non è solo il concerto, è il patrimonio artistico, il patrimonio di idee della società, il bene museale o architettonico o naturale, un coacervo di tradizioni rilette da una molteplicità di approcci. Soprattutto, è una messe di idee da diffondere, divulgare, disseminare, con le dovute ricadute del caso: il decadimento culturale di questo Paese s'accompagna, guarda caso, ad un mancato investimento nel campo della ricerca.
    Il problema non sta nel finanziamento pubblico della Cultura, ma in chi lo pratica. Sappiamo che in Italia sono avvenute distorsioni gravi per incultura, inerzia, ideologismi bradi, disonestà, manipolazioni politiche, corruzione: cose che poco hanno a che fare con l'idea in sé.
    Pretendere che la Cultura si autofinanzi sempre e comunque è un'illusione in parti del mondo di gran lunga più evolute delle nostre, figuriamoci da noi dove l'imprenditoria privata non si adopera più di tanto e, oltretutto, ha pure l'attenuante di un'assenza di incentivi fiscali. Negli stessi Stati Uniti, da quando Reagan depotenziò il benemerito National Endowment of the Arts, sono stati impiegati anni prima di uscire dalla crisi nei finanziamenti e, comunque, le grandi istituzioni culturali hanno per molto tempo chinato il capo ai diktat dei donatori privati in materia di programmazione, adattandosi a scelte di gran lunga più convenzionali.
    Chi sostiene l'assenza di finanziamenti pubblici per la Cultura dovrebbe pur sapere cosa comporta da noi la pressione fiscale, cosa significa un mercato in cui gli utenti hanno sempre meno denaro da spendere in attività che per alcuni, purtroppo, sono voluttuarie. Non voglio difendere categorie che per tanto tempo si sono dimostrate indifferenti alla qualità e all'innovazione (ci vuole pure quella), resta il fatto che il finanziamento pubblico della Cultura ha svolto per lungo tempo un'opera meritoria in Europa, permettendo l'esistenza di pensieri creativi che altrimenti sarebbero stati falcidiati nel libero mercato.
    Per ciò che concerne il jazz, non so quale rilancio abbia avuto negli Stati Uniti, dove rimane un'arte di nicchia ed in cui non vi è certo di che godere molto in termini economici, nonostante una platea più ampia della nostra (ma con una concorrenza ben più feroce e agguerrita). E' vero che i privati si adoperano molto, negli Stati Uniti, soprattutto nel campo della musica accademica, per quanto oggi la crisi colpisca duro. Siamo sicuri che le nostre entità private farebbero altrettanto? O vogliamo lasciare tutto in mano all'impresariato che, un po' per inclinazione, un po' per difficoltà oggettive, si lascerebbe guidare esclusivamente dal mercato? Non discuto il fatto che i finanziamenti statali siano stati usati in Italia, nel migliore dei casi, maldestramente: casomai, dunque, ci sarebbe da rettificare, da razionalizzare, non da abolire. E questo anche e soprattutto in un momento di crisi che acuirà ulteriormente la nostra decadenza culturale.
    Credo di parlare con un minimo di cognizione di causa: non percepisco finanziamenti pubblici e quelli privati sono ridotti al lumicino.

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    1. Il tuo ragionamento è giusto in generale e sicuramente più competente del nostro, ma io mi riferivo in particolare alla situazione italiana e in Italia la prima esigenza è ripulirsi dal parassitismo e dalle cerchie chiuse che gestiscono i finanziamenti pubblici a tutti i livelli e per come la vedo l'unico modo di distogliere i cani dall'osso e togliere loro l'osso.
      Una volta fatto questo si può ripartire coi finanziamenti pubblici. IL problema è che nel modo attuale è impossibile fare una proposta culturale davvero di qualità, perché non conosco niente di più antiqualitativo del modo di procedere attuale.
      Molto convincente e pienamente condivisibile il tuo discorso sui beni immateriali e lo stesso discorso può essere trasposto appunto in ambito di formazione e di innovazione. Il problema è che le strutture pensate allo scopo ormai ragionano più in termini di sopravvivenza a se stesse che dello scopo per cui sono pensate e questa inversione tra mezzo e scopo, dettata dall'applicazione maldestra e sostanzialmente miope dei criteri puramente economici in ambiti principalmente non economici, crea un mucchio di casini e in definitiva il progressivo fallimento dell'obiettivo.

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    2. aggiungo...
      il problema dei processi di qualità è l'analisi del feedback, ossia la risposta del "cliente" alle sollecitazioni (proposte). Mi pare che in tale ambito si agisca a prescindere della risposta del cliente (che non necessariamete coincide con la risposta del pubblico in termini quantitativi, si possono definire dei parametri da soddisfare più precisi e completi) e questo avviene perché qualcuno evidentemente riesce ad agire senza controlli e appunto feedback di riscontro che notoriamente sono autocorrettivi (in accordo alla teoria del comntrollo dei sistemi). A mio avviso una delle ragioni è che qualcuno si è autoattribuito di appartenere ad una élite che cala dall'alto la cultura, modo di procedere tipico dalle nostre parti, ma non è ovviamente il solo motivo. Quel che è importante capire è che non è possibile agire in tale ambito senza un controllo qualitativo dei risultati ottenuti.

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  9. Caro Gualberto, il tuo caso è proprio emblematico, riuscire a fare una proposta di grande qualità senza percepire alcun finanziamento, comunque senza cedere a compromessi o al "mercato".
    Perchè non pensare che anche altri potrebbero seguire il tuo esempio?
    Sicuramente ci sarebbero impresari che si farebbero guidare dal mercato, ma perchè non credere che possano essere "puniti" dagli appassionati?
    Non credi che ci possa essere una nicchia in grado di sostenere e mantenere proposte di qualità? Io credo di si.
    Non ho dubbi che la Cultura necessiti di finanziamenti pubblici, il problema sta nel capire cosa si intende per Cultura, ho alcune difficoltà a considerare la musica o il cinema attività prettamente culturali, al contrario del patrimonio artistico, architettonico e museale.
    Come ho già detto sicuramente hanno (a volte)delle ricadute culturali, ma come tante altre attività che nessuno si sognerebbe di finanziare con soldi pubblici.
    Per esagerazione, qualcuno penserebbe mai di finanziare "la pizza" eppure potrebbe avere tutte le caratteristiche per essere classificata un prodotto culturale, essendo uno dei prodotti che nel mondo identifica maggiormente "l'identità italiana".

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  10. Caro Elfio,
    grazie per la tua risposta. Come al solito, però, la realtà è più complessa di quanto sembri. La famosa crisi di cui tanto si parla non ha calmierato un granché il mercato: senza voler prendere le difese o le distanze da alcuno, se un evento culturale di valore, con artisti di fama, dovesse essere distribuito al pubblico senza particolari supporti, porterebbe a un costo di biglietteria talmente alto che non attirerebbe nessuno. Se io non beneficiassi, o meglio, se non avessi beneficiato (visto che, ripeto, il sostegno è ridotto al lumicino) di sponsorizzazioni, non avrei mai potuto contenere il costo del biglietto (su cui gravasno molti fattori che non sto qui a discutere) e avrei reso, de facto, impossibile l'afflusso consistente di pubblico. Sto parlando, naturalmente, di iniziative "non commerciali". Su quelle commerciali non metto bocca, ma non sempre se la spassano, intendiamoci.
    Su altri punti mi permetto di essere in disaccordo. Parliamo, allora, di Cultura e Arte, se vogliamo, anche se la prima dovrebbe naturalmente inglobare la seconda (e dovremmo intenderci sul termine Cultura, la cui accezione, per me, è più ampia, credo, della tua: anche la teoria della Relatività, ad esempio, è cultura...). Se escludiamo il cinema e la musica, escludiamo fenomeni che hanno letteralmente condizionato la storia del pensiero umano, per quanto con intervalli di tempo diversi. Se penso allo straordinario edificio mentale che l'Europa ha costruito attraverso l'uso dell'armonia, se penso al ruolo che il jazz ha avuto nell'esprimere determinate tensioni e dinamiche di ideologie, culture, aspirazioni ed etnie diverse fra di loro, se penso a come il cinema ha saputo trasformarsi, con vere e proprie opere d'arte, nel corrispettivo novecentesco di quello che era stato il romanzo popolare europeo dell'Ottocento, se penso a come le tradizioni africane hanno saputo definire e ridefinire in modo profondo il linguaggio del corpo, se penso alla complessità del pensiero racchiuso in un raga, ecc., ecc.
    D'altronde, non è un caso che l'arte sia spesso sopravvissuta nel corso dei secoli grazie a mecenati di vario genere, a commissioni ed altro, a riprova che non può essere una maggioranza di mercato a decretare le sorti della creatività. Per quanto io creda fermamente che la Cultura sia la più alta forma di intrattenimento, è ovvio che si finirebbe con l'incentivare solo gli aspetti più ludici del cosiddetto "entertainment".
    Quanto alla "pizza", be', direi che per il sostegno alle tradizioni gastronomiche e alimentari nazionali lo Stato ha speso e spende non poco...

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  11. questa crisi sta facendo emergere tante tensioni e la tentazione di buttare via la politica e lo statalismo. a parte il fatto che la crisi è nata proprio per un eccesso di libertà e di manacato controllo dei mercati finanziari, nonchè per un'inettitudine politica mondiale che forse è anche figlio di un eccesso di liberismo e globalizzazione.
    è evidente che di fronte a tagli alle pensioni, tasse aggiuntive ecc, uno si possa chiedere se ha senso dare contributi per una cultura che spesso sembra arrancare o peggio abdicare. da qui sorge la necessità di una spesa magari contenuta ma qualificata. e qualificata non vuol dire che dia i suoi benefici solo alla cultura inamidata ed accademica, ma che sappia evitare gli sprechi e le clientele.
    detto questo, faccio presente che l'indotto culturale (cinema, teatro, concerti, mostre ecc) coinvolge tante gente (anche di alta qualificazione) ed è quindi un fenomeno da studiare con attenzione, prima di mandarlo al macero.
    del resto anche la ricerca dovrebbe essere finanziata pubblicamente, altrimenti ci sarebbero solo le ricrche finalizzate dalle industrie.

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    1. Tutto giusto in teoria, ma bisogna poi confrontarsi con la realtà. In pratica in Italia dove esiste qualcosa di pubblico da gestire si crea immediatamente un sistema di potere che gestisce in modo "privato" ciò che dovrebbe essere gestito nell'interesse pubblico e tale sistema tende ad autoconservarsi e a ad autoreplicarsi. L'ambito culturale non ne è immune. Non è un problema di colore politico è un problema di metodo che è nella testa degli italiani i quali agiscono ormai di prassi in un certo modo consolidatosi nel tempo. Per questo io ritengo che c'è bisogno di una rivoluzione culturale, a tutti i livelli ovviamente, che certo non può essere fatta da chi ha operato conolidando questo tipo di sistema, ma eventualmente dalle nuove generazioni o comunque da chi è fuori da certi giochi. Ribadisco: è come chiedere le riforme ai ns deputati e al ns Parlamento attuale composto da chi è la causa del problema. E' semplicemente impossibile.

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  12. Caro Gualberto
    Fermo restando che, come al solito, ognuno resterà della propria idea, ci sono un paio di argomentazioni che non mi convincono appieno.
    Il primo riguarda la problematica del costo del biglietto per eventi con artisti di fama. E' vero, ma non si può pensare che uno Stato debba finanziare gli ingaggi di questi grandi artisti, che sono dei professionisti che dovrebbero adeguare i loro compensi alla possibilità di un ritorno economico.
    Poi se riteniamo che la musica (o il cinema) sia un evento culturale "tout court" e siccome i mezzi sono limitati e non è pensabile finanziare tutti i musicisti o tutte le manifestazioni musicali, occorre intendersi su chi o cosa sia degno di essere finanziato.
    Senza considerare le "storture" che Riccardo ha spiegato così bene, chi dovrebbe decidere cosa sia degno e cosa no? Credi che una pubblica amministrazione sia in grado di deciderlo?
    Ognuno di noi vorrebbe che fossero finanziati i progetti che ci piacciono, ma chiaramente non può funzionare in questa maniera.
    Perchè finanziare un concerto jazz, piuttosto che uno di musica napoletana, un film dei Taviani piuttosto che un film di Vanzina?
    Potrei capire ancora se si finanziasse l'opera, che fa parte effettivamente del patrimonio culturale italiano, ma perchè il jazz che è invece è un fenomeno culturale essenzialmente americano?
    Io credo che questa questione faccia parte della mentalità tipicamente italiana di mettere a carico dello Stato i propri fallimenti e le proprie inadeguatezze.
    Negli Stati Uniti benchè il finanziamento pubblico sia inesistente o comunque minore, la condizione della Cultura è nettamente migliore di quella italiana.
    A mio parere una delle poche soluzioni accettabili sia quella di dare delle agevolazioni (anche fiscali) alle imprese che investono in Cultura.
    Questo toglierebbe dalle mani della burocrazia il potere di compiere quelle storture che tutti conosciamo e che sono poi il vero motivo del fallimento del finanziamento pubblico.

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  13. non capisco perchè le imprese (italiane) dovrebbero fare meglio dello stato (italiano). non ci sarebbero favoritismi e clientelismi? sicuri? e voi lascereste in mano l'amministrazione della cultura italiana a un pubblicitario o un addetto alle pubbliche relazioni?
    che risultati otterremmo? sponsorizzazione corpose alle grandi star e nessun euro alle avanguardie. senza contare la mancanza totale di un coordinamento.
    mah.

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  14. loop, mi fai impazzire....
    che vuol dire avanguardia? Qualsiasi imbecille si alza la mattina, suona le più grandi nefandezze, le chiama avanguardia e pretende soldi dallo Stato?
    La musica deve avere un qualche ritorno da parte del pubblico; se qualcuno vuole sperimentare benissimo, ma lo deve fare a proprio rischio, non certo a carico della comunità.
    E' lo stesso discorso dei famigerati "laboratori di idee" non se li fila nessuno, ma pretendono di essere mantenuti dallo Stato.
    D'altronde il free jazz in America è nato senza finanziamenti pubblici!

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  15. io rinuncio. Gualberto ha fatto un discorso chiaro ed esaustivo e tu sei stato garbato con lui, ma nella sostanza non ti sei spostato di una virgola. figurati cosa posso fare io!
    inoltre, in maniera furbescamente miope, tendi a restringere il discorso al jazz che è un genere facilmente circoscrivibile e particolare. spari in generale contro la cultura assistita (male purtroppo) ma poi di fronte ad argomentazioni piuttosto sensate, ti rinchiudi nel tuo orticello.
    certamente sono convinto che una banca sponsorizzerebbe i concerti di Marsalis e qualche altra star americana e questo a te basta...

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  16. Non credo di essere stato sgarbato, e se lo sono sembrato me ne scuso, però tu non pensi di essere un pò troppo permaloso?
    Comunque mi sembra presuntuoso credere di riuscire a far cambiare idea alle persone con le proprie argomentazioni. Discuto per il piacere di farlo, non certo perchè pretenda che gli altri la pensino alla mia stessa maniera.
    Poi siccome so quello che ho scritto, e quello che penso, devo dirti che non ho MAI sparato contro la Cultura assistita, ma contro attività di intrattenimento come musica, cinema ecc... che personalmente non considero attività culturali in senso stretto. Questo non vuol dire che io pensi che la musica e il cinema non siano portatrici di cultura, anzi la mia (poca) cultura deriva in grande parte da musica e cinema, ma quando si fa un discorso in generale bisognerebbe purgarlo dei propri gusti e dalle proprie preferenze.
    Poi siccome il mio discorso riguardava il jazz, all'interno di un sito che si chiama Mi piace il jazz, mi sembra che il furbetto non sia io ma forse qualcun'altro che ha voluto allargare il discorso...
    Infine tralascio il discorso sulle imprese perchè sarebbe troppo lungo, ma tu sembri confondere le imprese con le multinazionali.
    Tu non pensi che le tante piccole e medie imprese, adeguatamente agevolate potrebbero decidere di finanziare eventi culturali, piuttosto che la "sagra della porchetta"?
    Inoltre come ho detto, questa potrebbe secondo me una soluzione accettabile, non certo la mia preferita, dato che gradirei che lo Stato utilizzi al meglio i miei soldi nel welfare o nel sociale, piuttosto che ficcare il naso (male) in settori che non le competono.

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  17. io non ho la presunzione e nemmeno la voglia di far cambiare idea a nessuno. men che meno a te che sei risultato impermeabile ad ogni argomentazione di Gualberto, ben più articolata e carismatica delle mie. la tua ultima chiusura mette una pietra tombale al tentativo di Gualberto di metterti almeno la puce nell'orecchio.
    se ci aggiungiamo la tua concezione molto ristretta di cosa è cultura (e forse anche la concezione di cosa sia lo stato, ma su questo non voglio aprire altre polemiche), allora non si riesce nemmeno ad intavolare un dialogo possibilista.
    quanto alle piccole imprese e la sagra della porchetta, forse la ritengono più utile ai loro fini di tanti concerti jazz.

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