domenica 10 giugno 2012

Gli imperdibili: Freddie Hubbard - Red Clay

L'imperdibile di questa settimana è uno spettacolare album di Freddie Hubbard, Red Clay che insieme a Straight Life segnò il passaggio del trombettista dall'hard-bop, con il quale si era fatto un nome, ad una concezione più elettrica del jazz. Ma mentre questi due album possono essere considerati entrambi dei capolavori, molte delle produzioni successive certamente non furono all'altezza, degradando sempre più verso il pop.


Ecco la traduzione di un bella recensione dell'album pubblicata sul sito Blogcritics:
Ogni volta che l'argomento di discussione sia una grande opera del primo jazz-fusion di un trombettista già rinomato in jazz straight-ahead, la maggiorparte delle persone penserebbero immediatamente a Prince Of Darkness. Ma Miles non fu l'unico a fare con successo la transizione dal jazz acustico all'elettrico senza perdere l'integrità. Prima di passare a pieno titolo nel più commerciale R&B con l'album Black Byrd del 1972, Donald Byrd aveva fatto alcune incursioni più sperimentali nel jazz elettrico. E poi ci sono gli epici album degli inizi degli anni Settanta di Freddie Hubbard registrati per l'etichetta CTI. Molti pensano che Straight Life sia la gemma di tale lotto, ed infatti è un album fantastico. Ma se dovessi scegliere io vado con Red Clay.
Nel momento in cui registrò questi cinque pezzi che compongono il L.P. originale agli albori degli anni settanta, Hubbard aveva già goduto di una decina di anni di fama, come uno dei migliori trombettisti hard bop del suo tempo. Durante questi giorni felici, Hubbard esibiva un suono cristallino, un controllo straordinario, ed una abilità fenomenale. 
Contribuì all'insuperabile catalogo degli anni sessanta della Blue Note con pubblicazioni come Hub Tones e Breaking Point. Partecipò ad alcune uscite di album importanti di altri musicisti, come Free Jazz di Ornette Coleman, Blues And The Abstract Truth di Oliver Nelson, e Speak No Evil di Wayne Shorter. Ed aggiunse anche uno standard come Little Sunflower agli usuali canoni jazz. 
Ma quando firmò il contratto con la neonata etichetta di Creed Taylor, CTI, nel 1970, Freddie non avava ancora fatto abbastanza per stabilire la sua eredità.
In quel preciso momento la scena jazz stava rapidamente cambiando. I lavori modali e gli esperimenti della "New Thing"  degli anni Sessanta stavano dando strada, alla fine del decennio, ad un R&B elettrico ed al funk. Più tardi, questo cocktail sarebbe diventato così annacquato da diventare troppo blando per essere considerato ancora "jazz". Ma all'inizio, alcuni dei più astuti tra i pesi massimi del jazz di quel tempo, riuscirono a fondere le influenze più popolari pur mantenendo tutto ciò che era interessante e imprevedibile nel jazz. Hubbard fu uno di questi e per lui, fu una progressione logica. 
Aveva cominciato a muoversi con maggiore fermezza nella direzione del R&B dal 1966 con Backlash. Quello, con Miles Davis che aprì le porte alla fusion, fu il momento di Hubbard di fare la sua dichiarazione crossover.
Arruolando una formazione di all-stars composta da Joe Henderson (sax tenore), Herbie Hancock (tastiere elettroniche), Ron Carter (basso acustico e elettrico) e Lenny White (batteria), Hubbard potè mettere i loro talenti dietro un set di canzoni uniformemente notevoli, per lo più dei blues modali, con al cuore alcuni accordi memorabili, e lasciando grande spazio ad alcuni spettacolari assoli di questi top-players. Ed ogni traccia non era solo carica di swing, ma anche di groove e a volte di groove duro.
Nessuno di questi attributi furono più apparenti che nella pezzo iniziale (e title track) "Red Clay". Il brano comincia in stile "A Love Supreme" con Hubbard che fa una dichiarazione intorno ad una singola nota, seguita dal ritmo funky d White e dal tema di sei accordi sostenuto da Carter e Hancock. Poi Hubbard va a lavorare su qualche improvvisazione ricca di idee, mentre Ron Carter fornisce un eccellente supporto. (Sembra un po' incredibile per un musicista che è conosciuto come uno dei più grandi bassisti acustici di tutti i tempi e che non si è mai dilettato con l'elettrico tranne che in questo periodo.)
Hancock si dimostra più sommesso, come se non volesse eclissare i fiati, ma anche se gli HeadHunters sarebbero apparsi solo tre anni dopo, stava già mostrando come potesse efficacemente lavorare con un funky-groove grazie al suono caldo del suo Fender Rhodes. 
Henderson, la cui carriera come sassofonista aveva seguito una pista simile a quella di Hubbard, definisce la sua tipica tecnica "dentro-fuori", qui come in tutto album.
Il resto dell'album non è al livello di questo straordinario pezzo d'apertura, ma rimane egualmente molto forte. "Delphia" è soprattutto un valzer leggero che rivela il lato poetico di Hubbard. "Suite Sioux" è una composizione piuttosto nodosa con tempi mutevoli, con Hubbard che naviga senza alcuno sforzo attraverso i cambiamenti, così come Henderson. "The Intrepid Fox" con le sue classiche passeggiate di basso  è davvero un pezzo straight ahead, ma con un interessante tema sfalsato che non sarebbe risultato fuori luogo in un classico Blue Note degli anni Sessanta o su The Sorcerer di Davis. Hancock brilla particolarmente nella sua modalità progressiva hard bop. L'album termina con l'unica cover, una riproposizione del pezzo di John Lennon "Cold Turkey", che però fornisce poco più di un punto di partenza per le estese improvvisazioni di Hubbard e Company.
Nel 2002, la Columbia Records pubblicò una nuova versione di Red Clay, che aggiunse una estesa versione live di 19 minuti della title track, che spazzò via la già straordinaria registrazione in studio. Stanley Turrentine sostituì Henderson al sax, George Benson fornì un fumoso assolo di chitarra, ed anche il playing di Hubbard è rosso fuoco.
Quindi, se state esplorando il periodo elettrico di Hubbard, il primo fusion rock-jazz oltre Miles ed il catalogo CTI, la risposta alla domanda "da dove si comincia" è lo stessa: dal capolavoro del 1970 di Freddie Hubbard Red Clay, e quindi passare a Straight Life.

Ecco in streaming l'intero album.

Red Clay by bruce spring on Grooveshark

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