mercoledì 20 giugno 2012

Al Jarreau nuovo album e tourneè italiana

E’ nei negozi da oggi il nuovo live album di Al Jarreau, cantante statunitense originario di Milwaukee ormai arrivato al traguardo dei cinquant’anni di carriera. “Al Jarreau And The Metropole Orkest Live“, questo è il titolo, raccoglie il doppio appuntamento tenuto a Den Bosch (Paesi Bassi), un’esibizione che conferma il suo talento nel passare tra sonorità jazz, pop e soul. L’artista si è esibito con la celebre Metropole Orkest, la più grande orchestra jazz/pop al mondo formata da ben 52 elementi.


Al Jarreau sarà in Europa, dopo esser stato costretto ad uno stop di due settimane per una polmonite, dal 28 giugno, per un debutto al Jazz Festival di Orleans in Francia. Tornerà anche in Italia, dopo l’esibizione con i Matia Bazar all’ultimo Festival di Sanremo, per ben cinque appuntamenti: prima data il 2 luglio a Milano, poi l’11 a Perugia (all’interno di Umbria Jazz), il 19 al Grado Festival Ospiti D’Autore (concerto inizialmente previsto per il 17 e promosso da Azalea Promotion, Comune di Grado, la Regione Friuli Venezia Giulia e l’Agenzia Turismo FVG), il 23 a Napoli e il 24 a Molfetta.

Su Il Giornale di oggi c'è una intervista al cantante:
Di solito il jazz è considerato musica nobile rispetto al pop, lei invece si addentra con grande rispetto nei territori del pop: lo fa alla ricerca del successo commerciale?
«Non ho mai badato al successo. Io nasco come cantante jazz ma il pop e il rock sono un meraviglioso linguaggio universale dei tempi moderni».
È vero che negli anni Settanta formò una rock band? 
«Sì, e commercialmente fu un disastro. Lo feci soltanto per sperimentare, un po' come faccio oggi con le improvvisazioni canore». 
Come le venne l'idea?
«A metà anni Sessanta cantavo all'Half Note di San Francisco in quartetto con il grande George Duke al piano. Io avevo un microfono e nulla più, avevamo un repertorio strettamente jazz ma venivano ad ascoltarci tutti gli hippy dei dintorni, così decisi di ricambiarli in qualche modo».
Invece oggi com'è la situazione della musica in generale?
«Il mercato è dominato dalle radio e alla radio in America il 90 per cento del tempo si ascolta rap. Tutto quel rap impedisce di crescere al jazz, al blues o al country. Non parliamo poi della musica classica. Chi ascolterà più Bach o Cecilia Bartoli? Ma oggi la musica va dove va il denaro. La stessa situazione si verifico tra gli anni '60 e '70 con il rock».
E come si reagisce a questa situazione?
«Io non ce l'ho con il rap, che è espressione della musica urbana nera moderna, dico solo che non va bene il monopolio. Quindi bisogna diversificare e io cerco di fare la mia parte».
Lei spazia dai classici del jazz a Bob Dylan: chi sono i suoi artisti di riferimento?
«La mia base di partenza è sempre l'improvvisazione, anche nelle canzoni più semplici mi lascio andare all'estro del momento o allo “scat”. Ma tra i miei maestri metto Jon Hendricks, del trio Lambert Hendricks & Ross, i migliori nel mettere in versi le improvvisazioni dei grandi strumentisti jazz. Lo definirei il Count Basie della voce, e poi Johnny Mathis, Ella Fitzgerald e Miles Davis, la cui tromba mi ha influenzato moltissimo e di cui eseguo molti temi. Poi ci sono gli artisti rock che mi hanno influenzato».
Chi?
«Bob Dylan. Chi dice che ha una voce sgraziata non ha capito nulla. Lui ha un canto e dei testi che arrivano dritti all'anima anche se non è bello da sentire. E poi la splendida voce di Joni Mitchell e Laura Nyro, le atmosfere vocali dei Beatles, Elton John che mi fa letteralmente impazzire per la sua comunicativa. Insomma se ascolti il vero rock ti entra dentro e non ti molla più».
Lei è un'eccezione anche in questo: di solito il jazzman snobba chi fa rock.
«Io penso solo in termini di buona musica. C'è anche tanto cattivo jazz o pseudojazz in circolazione. Io mi sono divertito anche a Sanremo con i Matia Bazar, un gran gruppo italiano, di cui dovete andare fieri».

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