sabato 26 maggio 2012

Un genio del male, uno stronzo, un vero coatto: tanti auguri Miles

Su Facebook il mio amico Niccolò Carli, mi ha segnalato questo articolo di Valerio Mattioli su Miles Davis, pubblicato sul sito Vice.
Un articolo decisamente forte, scritto appositamente per scatenare polemiche, e che infatti sono già partite alla grande su Facebook. Per quanto mi riguarda ritengo che le tesi di Mattioli non siano particolarmente nuove ed originali, poi personalmente mi interessa ben poco se Miles fosse uno "stronzo" o una persona meravigliosa. 
Credo che dopo Bitches Brew la qualità della musica di Davis sia andata progressivamente degradando, ma ciò non può oscurare le straordinarie realizzazioni degli anni '50 e '60. 


Oggi è il compleanno di Miles Davis, che lui evidentemente non festeggerà perché morto nel 1991. Me lo ricordo, di quando è morto Miles: i giornali ne parlavano, era una cosa grossa. Ero piccolo e mia madre mi spiegò che questo Miles Davis era un musicista drogato che aveva pure collaborato con Zucchero. Mi spiegò anche che era un'enorme testa di cazzo, probabilmente esprimendo il concetto attraverso espressioni meno triviali, ma ecco, il concetto era quello. Come mia madre potesse sapere quanto testa di cazzo fosse Miles, non so dirlo. Presumo fosse la vox populi. 
Se conoscete il personaggio, o meglio ancora avete letto la sua autobiografia, saprete che sì, mia madre aveva ragione. Il soprannome di Miles era “Il principe delle tenebre” ma per conoscenti, familiari e collaboratori poteva essere tranquillamente “Il re degli stronzi”. Miles è stato, nell’ordine: puttaniere, magnaccia, pornomane, eroinomane, cocainomane, alcolizzato, dipendente da psicofarmaci, ladro di musiche altrui, gretto maschilista, marito prepotente, padre degenere, capetto irascibile e dittatore vendicativo. Poi certo: incidentalmente è stato anche il più grande trombettista di tutti i tempi. E visto che è il suo compleanno, io vorrei ricordarlo con quello che è stato il suo periodo al tempo stesso più luminoso e infame; la speranza è che chi legge si toglierà dalla mente che sto parlando di un “famoso jazzista morto” e capirà che Miles, oltre che un rinomato pezzo di merda, fu sopra ogni cosa un genio del male, forse nella vita privata, sicuramente nella musica. Vi avverto: andrò per le lunghe. Ah, e non sto parlando di jazz, intesi? 
Cominciamo dalla fine. È la metà degli anni Settanta: Miles ha cinquant’anni, è ricco, è famoso, gira in Ferrari, prende un sacco di pillole, ed è pronto per scalare le vette dell’aberrazione umana. Stanco di tutto, smette di fare musica e si rinchiude nella sua casa di Uptown Manhattan, una specie di reggia arredata in stile afro-kitsch dove per capirci non esistono spigoli e angoli retti ma tutto—dalle scale al mobilio—è arrotondato o di forma circolare (“perché mi andava così,” spiega lui). Sta lì, al buio, con le tapparelle abbassate e la TV sempre accesa, 24 ore su 24. Non esce mai, le uniche volte che mette il naso fuori casa è di notte per rimediare la droga o qualche battona, gira solo in accappatoio, fa schifo, e la casa diventa un cesso (“gli scarafaggi avevano un bel daffare”). Dice tagliando corto Miles: “in quel periodo che sono stato fuori dalla musica, per la maggior parte mi sono fatto un casino di cocaina e mi sono scopato tutte le donne che riuscivo a portarmi a casa.” 
Ora: questo periodo non è la classica parentesi tipo “lost weekend” di cui abbondano le mitografie rocchettare. Sono cinque anni interi. Un tipico episodio di come passavano le giornate del nostro tra 1975 e 1980 è il seguente: “Stavo guidando la mia Ferrari su per West End Avenue e sorpassai due poliziotti seduti in macchina. Mi conoscevano—tutti mi conoscevano da quelle parti—così mi dissero qualcosa. Quando fui circa due isolati più avanti andai in paranoia e pensai che ci fosse una specie di complotto per mettermi dentro per droga. […] Fui preso dal panico. Inchiodai in mezzo alla strada e corsi dentro un palazzo di West End Avenue, cercai il portiere ma non c’era. Corsi all’ascensore e lo presi […]. C’era una donna nell’ascensore. Pensai di essere ancora sulla mia Ferrari, così le dissi: 'Troia, che cazzo ci fai sulla mia fottuta macchina?' e poi le diedi uno schiaffo e corsi fuori dal palazzo. […] Lei chiamò la polizia, che mi arrestò e mi mise nel reparto dei matti al Roosevelt Hospital per un po’ di giorni.” 
(Leggi l'articolo integrale sul blog originario) 

9 commenti:

  1. davvero sta roba merita tutto questo risalto?
    Di critica musicale c'è scritto zero. E' un pezzo appositamente scritto provocatoriamente che in realtà dice poco o nulla sulla musica e quel poco che dice è ad essere generosi grossolano.
    Che poi la produzione di Miles anni '70 sia stata in progressiva decadenza è affermazione ancora maggioritaria ma vera fino ad un certo punto e comunque da discutere in maniera più approfondita e specifica se davvero si vuole fare una revisione critica seria sulla figura di questo gigante della musica. Ad esempio su On the corner mi spiace ma in molti continuano a dimostrare di non aver ancor ben compreso a distanza di decenni dalla pubblicazione gli intenti di quel disco che puntano fortemente sulla componente black dando priorità all'aspetto ritmico a e poliritmico della musica rispetto a tutto il resto, cioè un recupero e un risalto particolare degli elementi portanti e a mio avviso imprescindibili per le musiche africane americane, jazz compreso. Da Bitches Brew in poi gli intenti di Davis travalicano il Jazz in senso stretto e quindi non comprendo come si possa valutare negativamente quel disco con tesi basate sui criteri estetici proprie del purismo jazzistico.
    Allora provacazione per provocazione ne dico una anch'io: evidentemente qualcuno ritiene che ascoltare Paolo Fresu e Enrico Rava faccia più "Jazz" di ascoltarsi "On the Corner", invece secondo me sbagliano e anche di grosso.

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  2. premesso che e'la prima volta che schivo ad un blog , e probabilmente anche l'ultima ,ma riflettevo a voce alta ,ed ho deciso di scrivere , stupito da come i fans di MILES DAVIS lo difendano a spada tratta.
    possibile che non si possa scindere il musicista dall'uomo, se quest'ultimo e' stato in vita "un pezzo di merda" e' giusto che lo si sappia .
    ultima considerazione personale ,e se volete banale , ma il jazz per quanto mi riguarda e' arte,creata da uomini in grado di dare delle emozioni, io negli ultimi quarantanni passati ad ascoltare
    jazz ne ho ricevute di piu' da LESTER BOWIE o DON CHERRY che da DAVIS

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    1. Il problema è che ci sono in giro più moralisti che appassionati di jazz e si tenda quindi a confondere etica con estetica. Per quel che mi riguarda non è un problema di difendere Davis o chi altro(Parker e Baker per fare degli esempi erano pezzi di m. non inferiori a Davis nel privato e allora che ne facciamo?)è un problema di evitare di dar peso a certe grossolanità messe per iscritto, alcune anche abbastanza risapute o scritte riportandole (male) dall'abbondante letteratura sul personaggio.
      La discussione mi ricorda un po' la polemica che ci fu su Maradona nel calcio (il che dice tutto sulla sua qualità critica). Peccato che per quanto acclarata persona di m. (pure evasore fiscale...) sarà sempre ricordato come il calciatore più forte di tutti i tempi.

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  3. Non condivido. Ti chiedo, perchè è giusto sapere che in vita è stato un "pezzo di merda".
    Personalmente non me ne può fregare di meno. Io giudico l'artista dalla sua musica, non dal suo comportamento. Davis probabilmente non sarebbe mai diventato mio amico, ma come artista lo giudico per quello che ha realizzato.
    E' come se giudicassi Woody Allen (che adoro) non per i suoi film, ma per il fatto che sia andato con le ragazzine, certo non gli presenterei mia figlia, ma i suoi film sono (quasi tutti) ugualmente sublimi.
    Per quanto riguarda le emozioni, ognuno ha le proprie, e non è giusto giudicare, d'altronde c'è anche chi si emoziona con Gigi D'Alessio...

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    1. premesso che non volevo entrare in polemica con nessuno, in parte mi dai ragione in quanto io parlo di scindere il musicista dall'uomo,
      pero' se una persona appassionata di jazz nel corso degli anni viene a conoscere delle vicissitudini patite da un THELONIOUS MONK , da mingus o della malattia di TOM harrell
      , non puo' cancellare dalla propria mente quello che era davis , e considerali allo stesso livello.
      concordo con le emozioni , ma mi premeva precisarlo , in quanto per certi critici sembra abbia inventato la musica.

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    2. Ok, ma allora se si scinde bisogna farlo del tutto. Non utilizzare argomenti etici sulla persona per dare giudizi estetici sulla sua musica, che è quello che fa l'estensore del pezzo.
      In un passato nemmeno tanto distante, in Italia si giudicavano i musicisti e la loro musica per la loro appartenenza politica, oggi lo si fa in termini morali. Vizi antichi che si perpetrano nel tempo, anche se in apparenti modalità diverse.

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  4. Credo che sia difficile giudicare le persone senza conoscerle personalmente, solo in base a quello che si legge. D'altronde ritengo che non debba essere stato semplice essere un musicista nero negli anni '50 e '60. Probabilmente la personalità forte di Davis gli ha permesso di sopravvivere in un ambiente ostile, che invece ha sopraffatto artisti con personalità più vulnerabili.
    Poi probabilmente Chet Baker era ancora più "pezzo di merda" di Davis, ma questo raramente ci viene propinato (forse perchè bianco?)
    Davis di sicuro non ha inventato la musica, ma nel bene e nel male ha avuto la capacità di reinventarla diverse volte e di essere un punto di riferimento per tantissimi artisti e questo è un merito che non gli può essere negato.

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  5. Maghetto dice:

    "pero' se una persona appassionata di jazz nel corso degli anni viene a conoscere delle vicissitudini patite da un THELONIOUS MONK , da mingus o della malattia di TOM harrell, non puo' cancellare dalla propria mente quello che era davis , e considerali allo stesso livello."

    Ma perché mai, scusa? Ma chi se ne frega di chi ha patito cosa, quando ci interessa innanzitutto cosa hanno prodotto, cioè l'output musicale?

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  6. Non è novità che Miles avesse un caratteraccio, anzi è cosa notissima; e allora? Musicalmente era un genio, caratterialmente un megalomane, nei rapporti un monarca assoluto, se ne fregava di chiunque non fosse lui stesso, era scontroso, esigente, altero, gli piacevano le belle donne, le belle macchine, gli abiti eleganti, la bella vita, ha creato uno stile musicale - in realtà più d'uno - ha creato un mercato musicale, è stato picchiato a sangue senza motivo da poliziotti bianchi ubriachi, è diventato modello d'ispirazione per il movimento dei diritti neri. E' stato questo e molto altro; e allora? Vogliamo parlare del suo lato umano o di quello creativo? Perchè buona parte del comparto artistico, in toto intendo, da sempre è composto da uomini che proprio santi non sono, alcolizzati, drogati, violenti, pazzi, parliamo del carattere di Pollock? Parliamo di Van Gogh? Parliamo dei pittori francesi tardo ottocenteschi puttanieri e sempre ubriachi? Parliamo dei jazzisti con turbe psichiche? Parliamo di Mozart? Chi se ne frega chi era cosa, o meglio ci interessa: ci interessa tantissimo, perchè tutto serve per mettere in fila le ragioni di una magia creativa da uno su un milione: il genio è questo, il genio è anche questo. Ma non fermiamoci qui o la cosa diventa stucchevole. Sterile, grottesca, fuori tema.
    Se qualcuno ritiene di dover commemorare i natali di un musicista con racconti dalla cripta, buon per lui; per me quel pezzo lascia il tempo che trova, direi che è provocatorio in modo infantile se lo prendessi seriamente - ma non me ne curo perchè il mio approccio alla musica, alla vita, è altro. L’ho letto, l’ho già dimenticato. Così un bravo di forma all'autore del pensiero - c'è voluto tempo dopotutto a redarlo - e stop. Il mio ricordo si aggancia agli inizi con Bird, alla poesia narrativa del capolavoro del '59, ai racconti dei colleghi. Ho un approccio positivo al ricordo, le piccole angherie da archivista insoddisfatto le lascio ad altri.
    Leggetevi il libro di Ashley Kahn su quel disco piuttosto e perdetevi nella narrazione: ne vale la pena.

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