sabato 5 maggio 2012

Meditations on Mingus

In occasione delle celebrazioni per i 90 anni dalla nascita di Charles Mingus, il giornalista Tom Reney ha pubblicato un bell'articolo sulla rivista JazzTimes, di cui propongo un estratto.


"La volta che mi sono più avvicinato ad incontrare Charles Mingus fu quando lo seguii su per le scale del Jazz Workshop a Boston in una invernale domenica pomeriggio. Aveva appena finito il suo set del mattino, e mentre si dirigeva verso Boylston Street in un cappotto di pelle marrone, scivolò sul marciapiede ghiacciato. Il mio amico Nic ed io lo prendemmo rapidamente per le braccia per impedirgli di andare giù e, una volta che lo spaventato Mingus si raddrizzò, ci offrì un nervoso grazie. Il momento successivo non ci sembrò fosse quello giusto perchè ci presentassimo, quindi andammo via. Avrei visto Mingus più volte in concerto, ma quello fu il momento in cui ebbi più vicino il grande musicista in persona.
Ci fu qualcosa di indimenticabile in tutte le performance di Mingus a cui ho partecipato, fin dalla prima che ebbe luogo al Workshop nel 1972. In quell'occasione, il pianista era apparentemente in ritardo, così lo spettacolo iniziò con Mingus alla tastiera, Dannie Richmond era alla batteria, Lonnie Hillyer alla tromba, Charles McPherson al sax contralto, e Bobby Jones al tenore e clarinetto. Quando arrivò il pianista sembrava infastidito, in una giacca che sembrava quella di un conducente di bus di Boston, Mingus suonava il basso da uno sgabello di fronte al palco, ed in un paio di occasioni fermò la musica e tornò alla tastiera per illustrare al pianista qualcosa che avrebbe voluto che suonasse. Io ero ancora minorenne, ma ebbi la fortuna di vedere questo gigante musicale alla distanza di pochi metri.
Nonostante questo e altri memorabili concerti, non l'ho mai incontrato di persona, ma l'ho solo conosciuto, come Lester Young, Charlie Parker e John Coltrane, attraverso le sue registrazioni, ma non avevo dubbi sul fatto che sarebbe diventata una figura importante nella mia vita. Mingus arrivò nel momento in cui i miei istinti adolescenziali verso la ribellione e l'identificazione avevano bisogno di una figura galvanizzante, e lui lo era. In una intervista con Harold Bloom, il critico letterario disse del suo amico Mingus, "Lui non rompe con la tradizione, ma sta veramente cercando di portare tutta la tradizione verso Mingus."
Jackie McLean, che iniziò a lavorare con Mingus quando aveva 24 anni, dichiarò: "Mingus mi ha dato le mappe per l'esplorazione", ed ha fatto lo stesso con i suoi ascoltatori. Mi divertivo con la sfida presentata dalla musica di Mingus, che allo stesso tempo era profondamente radicata nella tradizione blues e jazz, ma utilizzando dissonanze, atonalità e altre tecniche moderne; spostamenti temporali e repentini cambi di ritmo; esperimenti con la forma, e una vasta gamma di stati d'animo ed emozioni, il lirico contrapposto al cacofonico, per non parlare del sardonico (Fables of Faubus) e del semplicemente divertente (Eat That Chicken). Io l'ho identificato con l'intenso pianto personale al centro della sua musica, la sua aperta opposizione al razzismo e alla guerra in Vietnam, e i suoi sforzi per risolvere le ingiustizie del mondo, che nel suo caso ruotavano principalmente intorno al business della musica.
Come se la sua musica non bastasse, Mingus era psicologicamente un libro aperto. Attraverso le sue note di copertina e la sua autobiografia, Beneath the Underdog, che ho letto all'età di 17 anni, e il documentario, Mingus in Greenwich Village, che ho visto molte volte, ho appreso della sua volatilità emotiva, e del modo archetipico con cui tendeva ad inquadrare la sua vulnerabilità. Ad esempio, Underdog inizia con Mingus che paragona se stesso alla Trinità. 
Alcuni giorni fa c'è stato l'anniversario del 90° compleanno di Charles Mingus. Sono stato rincuorato da quanto importante è rimasta la sua musica anche dopo la sua morte nel 1979, in gran parte grazie all'opera di sua moglie Sue Graham Mingus che si è impegnata a perpetuarne l'eredità. Sue fondò la Mingus Dynasty circa 30 anni fa, e successivamente costituì la Mingus Big Band e la Mingus Orchestra. Questi gruppi hanno mantenuto viva la musica di Mingus sia su disco che sul palco, e la Big Band è apparsa settimanalmente per oltre un decennio presso il Café Fez di New York. Sue ha anche visto la pubblicazione di numerose registrazioni di concerti di Mingus. Ogni artista dovrebbe avere un tale tutore.
Ma la scarsità di celebrazioni per i suoi 90 anni, mi ha ricordato un colloquio del 2005 con Gunther Schuller, in cui disse: "Troppe persone non sanno che Mingus è stato uno dei più grandi compositori jazz." In altre parole, al di là dei gruppi dedicati alla sua eredità, troppo poca musica di Mingus è stata interpretata da altri artisti jazz, ed è completamente assente dal repertorio delle orchestre sinfoniche, nonostante alcune opere compiute come The Chill of Death, Revelations e Half-Mast Inhibition.
Mentre Harlem e Black Brown and Beige di Ellington sono state eseguite alcune volte, e fanno parte del canone sinfonico, anche se solo per il Black History Month, non è così con Mingus. 
Schuller considera Mingus secondo solo a Duke Ellington nel regno dei compositori jazz, ma mentre la produzione compositiva di Duke fa sembrare minuscola quella di Mingus per numero, la musica di Mingus suona spesso più personale, e comprensiva di una più ampia gamma emozionale ed attuale di quella di Ellington.
Nel film di Tom Reichman, che documenta lo sfratto di Mingus dal suo loft di New York nel 1966, che presenta alcuni grandi filmati del suo quintetto al Lennie's-on-the-Pike di Peabody, il bassista tiene un monologo suoi suoi sforzi frustrati di aprire una scuola di musica e di altre questioni relative a sesso, razza, armi e nazismo. A un certo punto, egli offre una panoramica delle proprie ambizioni cosmologiche quando dice che "la gente va in Massachussets così che possa toccare la morte - in vita"
Mingus ha toccato l'argomento della morte e delle gravi questioni della condizione umana in opere come Epitaph, Passions of a Man, Weird Nightmare e Don’t Be Afraid, The Clown’s Afraid Too. Ma benchè la sua musica fosse complessa e ambiziosa, essa non si allontanava troppo dal vernacolo del blues, dalla musica delle chiese pentecostali della sua giovinezza, e dallo swing che in primo luogo alimentava la sua passione per la musica. Questo non è evidente in tutto ciò che componeva, ma prima o poi ritornava a questi primi principi, e dava alla sua visione soggettiva la sua risonanza universale.
Vorrei che i conservatori odierni che addestrano jazzisti e compositori, troppo spesso immersi nell'esoterica e nel rarefatto, imparino questa lezione da Mingus."

Ecco lo straordinario documentario di Tom Reichman dedicato a Charles Mingus:

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