lunedì 7 maggio 2012

Il mio amico Chet - Domenico Manzione

Esistono delle persone per le quali la musica è una passione totalizzante e ne vengono rapite e trasportate come fosse un ciclone che si impadronisce della loro vita: a quel punto la musica diventa come una droga, dalla quale né potranno né vorranno separarsi mai. E la cosa più sorprendente è che grazie a questo loro trasporto, che li rende speciali e inimitabili, riescono a catalizzare l’attenzione e anche il cuore di una moltitudine di altri che ascoltano e che proprio di quella musica fanno il leit-motiv di una intera vita. 
Questo è Chet Baker.


Jazzista di fama mondiale, che quando suonava diventava come un tutt’uno con la sua tromba – come asserisce chi ha suonato con lui o ha assistito ai suoi concerti  – si contende con Miles Davis la palma “del migliore”  e la sua vita, per certi tratti roccambolesca, malgrado il carattere schivo, è più volte rimbalzata sulle pagine dei giornali e ancora oggi appassiona.
Domenico Manzione, procuratore della repubblica ad Alba e scrittore alla sua seconda esperienza editoriale, ha dedicato al “mito bianco del jazz” il suo romanzo “Il mio amico Chet”, pubblicato da Maria Pacini Fazzi Editore, dove  racconta l’avventura italiana del musicista che, a fine anni cinquanta, in fuga dagli Stati Uniti per problemi di droga, si era stabilito a Lucca, ospite nella mitica camera numero 15 dell'Hotel Universo dove, seduto sul davanzale della finestra, spesso si esercitava con la tromba.
In Versilia i fan lo ascoltarono per un lungo ingaggio alla Bussola di Focette. Il jazz allora frequentava ancora, seppure poco apprezzato, gli stessi luoghi della musica leggera. 
La storia, “un po’ vera un po’ no” come recita il sottotitolo, è incentrata in particolar modo sul processo e sul periodo di detenzione che il musicista dovette scontare in Italia a causa della sua tossicodipendenza, dalla quale, peraltro, riuscì  ad affrancarsi quasi del tutto proprio nel periodo trascorso in carcere a Lucca.
In realtà la legislazione italiana in materia di stupefacenti, all’epoca, era ben  più severa di quella di altri paesi europei e Chet Baker venne arrestato dopo essere stato sorpreso nella toilette di un distributore di benzina sulla strada per la Bussola di Focette dove aveva cercato di iniettarsi una dose di Palfium (un analgesico molto potente con effetti stupefacenti).
Dopo il processo scontò una detenzione nel carcere di San Giorgio di oltre un anno. Ogni giorno una piccola folla riunita sulle Mura di fronte al carcere ascoltava partecipe le note di Chet che si liberavano dalle finestre della prigione.
Il resto della storia è narrata nel libro e si intreccia con le vicende di un gruppo di ragazzi che suona e si esibisce: tra di loro  Giò di Torquà che sogna di poter accompagnare almeno una volta con la sua batteria, una mitica Rodger’s, il grande Chet.
"Il mio amico Chet", secondo romanzo del magistrato, si avvale di un’ottima tecnica narrativa. Lungi dall’essere un  banale legal thriller oggi alla moda, il libro corre su due binari paralleli: da un lato si ripercorre la complessa vicenda giudiziaria di Baker, affiancandovi per contrasto la reazione di un gruppo di appassionati lucchesi esposti alla sua arte e alla carcerazione. Insomma: le carte processuali e l'introspezione psicologica, ma non quella di Baker, cosa da autobiografia più che da romanzo, ma di un gruppo di ragazzi a lui spiritualmente vicini. 
Domenico Manzione (10 agosto 1955) è magistrato del Pubblico Ministero dal 1983. Autore di molti saggi (Il giusto processo, Molano 2001; Il mandato di arresto europeo, Torino 2008), è alla sua seconda esperienza narrativa. Per Maria Pacini Fazzi ha pubblicato il suo primo romanzo giallo “Lost Dog” (2009).

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