sabato 12 maggio 2012

Grande Carter, quando il jazz indossa il suo abito più elegante

Sul sito de Il Giornale di Vicenza è stata pubblicata una bella recensione del concerto che il grande Ron Carter ha tenuto l'altra sera al New Conversation di Vicenza:


Ecco un estratto dell'articolo:
... Poi però capita che arrivi – generalmente dagli Stati Uniti, dove del jazz si parla la lingua madre – qualche distinto signore dotato di riga, squadra e compasso, e riprenda a impartire la lezione dei fondamentali. Uno di questi è senz'altro Ron Carter, splendido settantacinquenne del Michigan assurto al rango della celebrità quando nei primi anni Sessanta, assieme ad altri giovanotti prodigio come Herbie Hancock e Wayne Shorter, venne arruolato dal titano Miles Davis per il suo “secondo grande quintetto”. 
Ma anch'egli aveva le stimmate del maestro, tant'è vero che ancora oggi gira il mondo facendo cantare il contrabbasso come nessun altro, distillando la propria nobile arte con un aplomb a metà tra lo ieratico e il confidenziale.  
«Benvenuti nel nostro salotto», ha per esempio sussurrato ai tanti accorsi ad applaudirlo l'altra sera nel Ridotto del Comunale, dopo che aveva già pulito le orecchie a tutti con “Laverne Walk”, “Parade” e “Candle Light”. Con al fianco il fido Russell Malone alla chitarra, ha presentato all'uditorio Donald Vega, il pianista che ha sostituito Mulgrew Miller nel suo Golden Striker Trio, come se fosse “the new kid on the block”, ovvero “il nuovo ragazzo del quartiere”, precisando di avergli imposto un paio di prove da recluta: indossare come gli altri la sgargiante cravatta rossa sotto il completo nero d'ordinanza, e lanciare come si deve il tema d'una certa canzone: una robetta da niente, “My Funny Valentine”! Compito egregiamente assolto, da quanto s'è ascoltato, così come del resto l'intero concerto. 
Democraticamente attento a concedere spazio ai due partner in un continuo interplay ricco di swing, di eleganza e di sottigliezze, Ron Carter s'è riservato l'assolo più lungo non per uno dei classici standard americani, ma per “Manhã de Carnaval”, celeberrima bossanova dall'”Orfeu Negro” brasiliano nella quale ha svisato e infilato dentro un sacco di cose, pensieri e umori, citazioni e rimandi. Del resto, da titolato insegnante qual è, la più vasta cultura musicale non gli manca, sicché non c'è da stupirsi se in mezzo ai suoi tocchi felpati e decisi sulle corde spuntano, all'improvviso, il Leoncavallo di “Ridi, pagliaccio” o la Habanera dalla “Carmen” di Bizet, echi della gershwiniana “Summertime” o l'Adagio dal Concerto d'Aranjuez di Rodrigo, o ancora la sigla ellingtoniana “Take The A Train”. 
Ragione e sentimento convivono felicemente nelle sue sintesi fulminee e raffinatissime, si tratti di renderle poi in “Cedar Tree”, in “Oleo” di Sonny Rollins o nell'eponima “The Golden Striker”, luminosa pagina di John Lewis per il Modern Jazz Quartet, col che s'è detto tutto a proposito di modelli d'alta classe. 
Pur ben oltre la mezzanotte, il pubblico ha mostrato di gradire talmente l'occasione di avere Ron Carter e soci a portata di mano che ha ottenuto pure il regalo d'un bis, “Soft Winds”, sempre nello stile di quel mainstream rivisitato che a qualcuno parrà un genere di “old conversations” ma, vivaddio, avercene ora e sempre....
(leggi l'articolo integrale sul sito originario)

1 commento:

  1. Ron è un grande, soprattutto si contorna di controparti di sempre ottimo livello.

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