giovedì 24 gennaio 2013

REPLAY: Seeds from the Underground - Kenny Garrett

(Pubblicato originariamente l'11 aprile 2012)
Seeds from the Underground è il titolo dell'attesissimo ultimo album di Kenny Garrett, primo in studio dopo un attesa di sei anni dal precedente bellissimo Beyond The Wall (ed intervallato dal live Sketches of MD). 
L'album consiste in dieci pezzi originali di Garrett, molti dei quali costituiscono un omaggio diretto a grandi artisti che hanno influenzato il sassofonista sia personalmente che musicalmente, come Jackie McLean, Roy Haynes, Keith Jarrett e Christian Laviso.
L'ottima formazione che collabora con Garrett è costituita da Benito Gonzalez (piano), Nat Reeves (basso), Ronald Bruner (batteria), Rudy Bird (percussioni) e Nedelka Prescod (voce).


Date le mie sempre elevate aspettative riguardo le produzioni garrettiane, devo subito dire che l'album per quanto notevole, non è all'altezza dei suoi migliori. Garrett è sempre un sensazionale sassofonista, le sue esecuzioni post-bop sono sempre vibranti e le sue improvvisazioni originali e stimolanti, per l'occasione coadiuvato anche da una affiatata e solida formazione, nella quale eccelle il notevole pianista Benito Gonzales; questa volta, però mi sembra che sia un pò deficitario il songwriting che invece mi aveva maggiormente convinto in altre sue produzioni.
Infatti la setlist mi pare piuttosto eterogenea, oscillando tra solidi pezzi post-bop sui quali Garrett naturalmente si trova più a suo agio e nei quali riesce ad esprimere il suo enorme potenziale, e pezzi di genere ibrido che non riescono ad esprimere la stessa potenza.
Trovo infatti che, dopo i due strepitosi pezzi iniziali, il bellissimo opening Boogety Boogety, una trascinante  melodia nel quale il miglior Garrett dell'album, trova valido sostegno nel piano, a forte influenza tyneriana, di Gonzales e nel percussionista Bird, che aggiunge un sapore latino al pezzo che ritengo il migliore dell'intero album, ed il successivo vibrante J. Mac (dedicato a Jackie McLean), un classico pezzo dove Garrett riesce ad esprime tutto il suo "atletismo" con un infuocato ed interminabile assolo, che sarei curioso di ammirare dal vivo; l'album perda un pò di energia e anche di qualità, pur segnalando la presenza di altri pezzi piuttosto interessanti come ad esempio Haynes Here.
Due sono le ballads presenti nell'album, Detroit, dal gusto retrò, con atmosfere che ricordano i film noir degli anni '50 (per rendere maggiormente l'idea sono stati aggiunti i rumori dei graffi, tipici dei dischi in vinile), che presenta una bella melodia, anche se non particolarmente originale, nella quale spiccano i vocalizzi di sottofondo di Nedelka Prescod, e Ballad Jarrett con Garrett al soprano.
Tra i pezzi meno convincenti invece vorrei citare Welcome Earth Song, che si presenta con sonorità folk afro-cubane alle quali il sassofonista aggiunge un suo assolo bop, in una fusione che nel suo complesso non riesce ad entusiasmare.
Per gli amanti del post-bop, Garrett è sicuramente uno dei migliori interpreti, ed acquistare un suo album significa sapere in anticipo che ti attende un grande playing da parte di ottimi musicisti, melodie accessibili ed una grande attenzione alla ritmica. 
Chi invece è alla ricerca di un jazz più sofisticato ed originale è pregato di rivolgersi altrove. 

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