domenica 8 aprile 2012

Jeremy Pelt - Soul

Il quarto album del trombettista Jeremy Pelt con il suo attuale gruppo di lavoro (il sax tenore JD Allen, il pianista Danny Grissett, il bassista Dwayne Burno e il batterista Gerald Cleaver) è stato descritto come una "ballad session," ma in realtà è album un pò più bollente dei suoi due predecessori, Men of Honor e The Talented Mr. Pelt
Il trombettista non è così debitore di Miles Davis come altri musicisti in circolazione, il sound della sua tromba è molto meno penetrante e tagliente, ed utilizza le sordine molto meno spesso di Davis, che certamente non le rende un cardine del suo stile, ma l'interazione con il suo quintetto è molto nello spirito del gruppo di Davis della metà degli anni '60, con il sassofonista Wayne Shorter, il pianista Herbie Hancock, il bassista Ron Carter e il batterista Tony Williams. E mentre The Talented Mr. Pelt, a volte ricorda le prime registrazioni di quel gruppo, come ESP e Miles Smiles, Soul ricorda, a volte, Nefertiti, una delle ultime registrazioni nella vita del gruppo.


Ci sono sostanziali differenze, ovviamente, tra i due gruppi, e tra i due corpi di lavoro. Infatti, le differenze sono così tante, che sono impossibili da ignorare, rendendo il confronto inutile. Quindi passiamo a parlare di ciò che rende il Jeremy Pelt Quintet una super-band, e Soul un album eccellente.
Soul inizia con un trio di composizioni dalla durata di cinque-sei-minuti quali: Second Love, The Ballad of Ichabod Crane e Sweet Rita Part 2: Her Soul, un brano composto dal pianista George Cables e anche recentemente registrato dal gruppo The Cookers.
Ichabod è un blues quasi strutturato, con un eccellente lavoro al piano di Grissett e un grande timekeeping di Cleaver, che molti probabilmente conoscono meglio come musicista free o di avanguardia. Lavorando con il gruppo di Pelt, egli dimostra una totale padronanza di blues e swing, ancorando il gruppo con fermezza e riuscendo anche a rendere la batteria uno strumento potentemente espressivo.
Sweet Rita è l'unico pezzo in cui Pelt suona con la sordina, e la sua tromba si fonde meravigliosamente con il mormorante ed introspettivo sax tenore di Allen.
Allen ha qui un tocco più leggero di quello che di solito mostra con il suo trio, dove tende a dichiarazioni concise e bizzarre. Su Soul, in particolare sui lunghi pezzi come The Tempest o su What’s Wrong is Right, egli si abbandona per diversi minuti, lasciando che la melodia e un innato senso per il blues lo portino dove vogliono. 
Il playing di Pelt su The Tempest è particolarmente fiero, esso corre libero con lunghe corse verso il registro più alto alla maniera di Freddie Hubbard, danzando intorno la melodia prima di immergersi dietro di essa, dritto sull'obiettivo come un uccello predatore. Infatti, le due più lunghe traccie dell'album sono anche le migliori, consentendo alla band di suonare ed interagire in modi affascinanti, ma visceralmente emozionanti.
C'è anche un elemento di sorpresa su Soul, in Moondrift, al quintetto si unisce la vocalist Joanna Pascale. Si tratta di una lettura straightahead dello standard di Sammy Cahn, nel pezzo più corto dell'album, che in un certo senso funge da pausa tra le prime cinque tracce ed il finale del disco, che comprende l'epica What’s Wrong is Right ed il pezzo di chiusura Tonight ...
Soul è un album stupendamente compiuto, piacevole dimostrazione della potenza di un gruppo di lavoro al massimo della forma. Non c'è una traccia brutta o un punto morto nei suoi 53 minuti; non è solo il miglior album di Pelt e del suo quintetto, ma è anche una delle mie preferite pubblicazioni di jazz del 21° secolo.

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