mercoledì 18 aprile 2012

E' morta Luisa Cairati, la fotografa del jazz

Luisa Cairati non c'è più. Se l'è portata via la malattia che da tempo l'aveva allontanata dal suo ambiente. Sarà difficile ora trovarsi sotto i palchi del jazz e, ancor più, negli incontri nel backstage dopo i concerti, senza la sua macchina fotografica pronta ad immortalare i «santi neri» della musica afroamericana. 
E sul fatto che il suo jazz fosse quello della illustre tradizione neroamericana, dubbi non ce ne sono. Luisa Cairati aveva scoperto la fotografia come forma di reazione alla tragica scomparsa del marito, Enea Cairati, a sua volta fotografo e artista. Questa attività l'aveva presto portata a collaborare tanto con testate locali, diventando anche fotografa de L'Eco di Bergamo, quanto con quelle nazionali, a cominciare dalla decana delle riviste di settore, Musica jazz. 
«È stata compagna del nostro percorso musicale –, ricorda l'artista e pianista Gianni Bergamelli –. Io e Gianluigi Trovesi l'abbiamo conosciuta sin dalle prime edizioni del festival del jazz di Bergamo. Le volevamo bene, emanava affetto ed era innamorata di tutti quelli che suonavano jazz». 
Livio Testa, direttore artistico di Clusone Jazz, la ricorda come una figura interamente calata nella scena musicale degli ultimi decenni: «Ho avuto modo di rendermi conto di quanto lei fosse veramente ben inserita sulla scena della vecchia guardia dei musicisti jazz. Il suo modo di porsi, molto amichevole e affabile, l'ha fatta partecipe di questo mondo. I musicisti, anche i critici e gli operatori, le riconoscevano questo ruolo». 
«Ricordo – prosegue Testa – come il direttore di allora di Musica jazz, Arrigo Polillo, ci avesse esplicitamente invitato a considerare la professionalità di Luisa in supporto al nostro festival». 
A sua volta fotografo, con in archivio celebri scatti dedicati a grandi protagonisti del jazz, Riccardo Schwamenthal ci tiene a sottolineare l'importanza di Laura Cairati: «A suo modo ha avuto importanza per la storia del jazz a Bergamo. Io sono rimasto un amatore della camera oscura, Luisa invece si è impegnata professionalmente, per la carta stampata ma anche per le case discografiche. Era assidua frequentatrice dei festival nazionali e non solo, come Montreux, che frequentò spesso. Ed era autentica appassionata, con gusti molto personali e netti»
Molti gli scatti memorabili, come quello che ha perpetuato il vulcanico batterista Art Blakey con un cappello da cow boy: «Luisa aveva stretto rapporti di sincera amicizia con molti musicisti, da Blakey a Mingus. Rapporti nati nei dopo festival, durante le cene e le jam session all'Hotel Moderno». 
Ieri, infine, alle prime ore dell'alba i suoi angeli con il sassofono se la sono portata via, lasciando un vuoto in platea. 

1 commento:

  1. Ciao Luisa, ti ricorderò sempre. Ofelia (L'officina)

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