domenica 1 aprile 2012

Abdullah Ibrahim all'Auditorium di Roma

Sabato 14/04/2012 alla Sala Sinopoli dell'Auditorium Parco della Musica di Roma, alle ore 21, concerto per piano solo del leggendario Abdullah Ibrahim, un nome indissolubilmente legato alla storia del jazz come quelli di Duke Ellington, John Coltrane, Ornette Coleman e Don Cherry con i quali ha collaborato strettamente.


Abdullah Ibrahim è un grande musicista che simboleggia la riscossa dell'Africa contro secoli di oppressione e contro la vergogna dell'Apartheid. E' sufficiente ripercorrere le tappe fondamentali della sua biografia per comprendere quanto appena detto: nato a Cape Town nel 1934 col nome Adolphe Johannes Brand (detto anche “Dollar” Brand) già nel '50 subisce gli effetti del Group Areas Act, legge che sancisce precisi limiti territoriali ai diversi gruppi razziali, che, così, si vedono separare tra loro e perdere quel miracoloso incontro di culture che fino allora s'era avuto in Sud Africa. In particolare, la gente di colore non ha più libertà di circolare regolarmente per le strade: è l'Apartheid! 
Tuttavia Dollar Brand rimane nella sua terra fino ai primi anni ‘60, collabora con la grande Miriam Makeba e fonda la prima jazz band africana veramente importante, The Jazz Epistles.
Però i musicisti sono costretti a subire le maggiori restrizioni per il loro mestiere. Infatti, durante un concerto, Dollar Brand viene portato via in manette e umiliato dall'infame gesto della minaccia di una pistola alla tempia; a Johannesburg viene più volte picchiato dalla polizia.
Nel 1962 decide allora di partire per l'Europa; è la riscossa per una nuova, più umana esistenza. L'anno dopo infatti egli s'impone sulla scena mondiale, grazie all'attenzione che a lui dedicherà, niente meno che, Duke Ellington, in tournée proprio nella stessa città in cui si esibiva Brand, Zurigo.
Si converte all’Islam nel 1968 e prende il nome di Abdullah Ibrahim. Negli anni ’70 e ‘80 si impone come la figura di spicco per l’integrazione del jazz africano. Il suo suono è di una chiarezza quasi sbalorditiva. Ibrahim improvvisa, senza sovraccaricare il suo intelletto o quello di chi ascolta. I pezzi sono insolitamente brevi ma nel loro insieme questi frammenti producono un flusso di coscienza che inizia molto prima della prima nota e non termina con l’ultima. La disinvoltura di Ibrahim, il suo intimo rapporto con il suono uniscono la saggezza di un vecchio sciamano con l’insaziabile curiosità di un bambino.
In generale, il suo modo di approcciare al pianoforte è, per molti versi, originale; basti pensare all'uso del pedale del legato, che viene spesso tenuto abbassato molto a lungo, in modo che sia tutto lo strumento a risuonare, come un vero, primitivo, idiofono. Il bagaglio culturale del musicista africano è assai vasto se pensiamo che egli spazia dal boogie-woogie allo stride, agli obbligato della sinistra a volte intricatissimi dal punto di vista ritmico. Egli ne da continua dimostrazione soprattutto nei primi dischi in piano solo; ma sono le performance in collettivo che, a nostro giudizio, risultano essere ancora più pertinenti con la sua personale visione dell'Africa e della musica di quella terra. 

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