lunedì 12 marzo 2012

Intervista a Paolo Fresu

Sul sito della Nuova Sardegna è stata pubblicata una bella intervista a Paolo Fresu.


«Alma - spiega Paolo Fresu - significa anima e rappresenta bene il nostro modo di fare musica. Energia, poesia e spiritualità i termini grammaticali più adatti per identificare questo lavoro. Nelle note di presentazione del disco abbiamo scritto che è una musica che danza, ed effettivamente si muove latinamente in un mix di jazz, musica cubana, Africa e world music. Siamo poi entusiasti e onorati di avere ospitato il grande violoncellista brasiliano Jaques Morelenbaum che impreziosisce l'album».
Il jazz di Paolo Fresu sembra così che vada sempre più verso un meltin-pot sonoro che tutto ingloba. Dalla musica popolare europea allo sperimentalismo elettronico. La chiave di lettura resta sempre la melodia?
«Il filo non è solo la melodia ma anche il suono. Questi due parametri sono quelli che mi stimolano di più e mi permettono di aprire tutte le porte. Non c'è melodia senza suono e viceversa. Forse quest'ultimo è addirittura primario perché giustifica e suggerisce il resto.
Metterlo al servizio della musica vuol dire viaggiare nella stessa e poter suonare con musicisti di geografie anche lontane».
Ha sempre sostenuto che tra le sue basi musicali, oltre alla musica bandistica c'era anche quella sarda, un patrimonio immenso dal quale costantemente attingere.
In Italia altri jazzisti seguono questo filone. Potrebbe essere un altro forte tratto di originalità distintivo del jazz made in Italy?
«Secondo me lo è già. Nel senso che il valore e la ricchezza del jazz italiano sta nella sua diversità data dal fatto che l'Italia è un paese vario. Se questo in politica può essere un problema nell'arte è una ricchezza enorme perché rappresenta bene ciò che siamo: nel cibo, nelle parlate, nei visi e anche nella musica. Attingere al patrimonio del Mediterraneo, a quello partenopeo, all'Opera, alla musica di Sanremo o alla vecchia Mitteleuropa è cosa normale. Come lo è anche attingere alle culture popolari e, nello specifico a quella sarda, oggi una delle più ricche e dinamiche. Certo è che non si può pretendere che anche i jazzisti lo facciano se in primis, nella stessa isola, non c'è attenzione verso la musica tradizionale. Non da parte degli artisti ma dalla politica che, per ricchezza e varietà del nostro repertorio e produzione, dovrebbe fare della musica sarda la nostra bandiera nel mondo. Come in Irlanda si mette l'arpa celtica noi dovremmo mettere una launedda! Is launeddas nelle mani di uno dei Mori...»
Su questo fronte ha alle spalle un lavoro importante come «Sonos 'e memoria», un'opera che ha girato il mondo. A quando una nuova puntata dedicata alla musica sarda?
«In verità non lo so. Non ho mai fatto niente né perché me lo ha ordinato il medico o perché bisognasse inseguire una moda. I miei progetti legati alla musica sarda sono tre: "Sonos'e memora" è il primo e mi ha permesso di conoscere il regista Gianfranco Cabiddu e collaborare con grandissimi artisti in grado di "meticciare" come Antonello Salis o Elena Ledda. Poi "Ethnografie" un'opera su commissione per i trent'anni dell'Irse, dove davo le chiavi di casa ad artisti che venivano da fuori e vedevano la Sardegna e la sua musica attraverso uno sguardo esterno. Il terzo è "Il Rito e la Memoria", perché amo da morire la musica polivocale sacra delle confraternite. Per il resto faccio la mia musica senza pormi problemi di geografie sapendo che, quando alla fine di un concerto a New York o a Tokyo, viene qualcuno a dirmi che "si sentiva un po' di Sardegna" ne sono solo contento. Ho sempre detto che mai e poi mai mi sarebbe passato per la testa di suonare il tema di "No Potho Reposare". Oggi però realizzo che durante il tour dei cinquanta concerti della scorsa estate l'ho fatto più volte e non mi vergogno di essere stato incoerente con le mie affermazioni perché è una canzone bellissima e i miei colleghi la amano da morire. Penso che in musica ognuno debba fare semplicemente ciò che sente di fare in quel momento. E' quello che in genere accade sul palco con Omar Sosa». 
Omar Sosa è un musicista eclettico e di grande spettacolarità con il quale ha costruito una splendida intesa. Cosa lo ha colpito della sua musica e l'ha spinto a fare assieme «Alma»?
«Mi ha colpito da subito l'energia, la fisicità e la dimensione ludica e mistica della sua musica. In fondo sono anche le mie. Sorridere sul palco e comunicare con chi ti sta vicino e il pubblico è la prerogativa per fare buona musica. Al giorno d'oggi non mi sembra poco...»
Dopo il tour dell'«Alma» ha in mente un nuovo progetto? E con chi?
«La prossima settimana sarò in tour in Norvegia con il SubTrio e un quartetto d'archi. Poi ho registrato il nuovo disco con il Devil Quartet che uscirà nei primi mesi del 2013 per la mia etichetta Tuk. Registrerò prossimamente un disco in duo con Daniele Di Bonaventura. Con lui c'è un'ottima intesa e circola una bella poesia ma non dimentico i miei progetti stabili con il Quintetto Italiano che compie quasi trent'anni (saremo tra India, Tailandia e Indonesia in maggio) e i vari duo con Uri Caine, Ralph Towner, ecc... Ad aprile suonerò nella Salle Pleyel di Parigi in trio con Nils Petter Molvaer e Manu Katche... Accadde anche due anni fa al festival di Montréal in Canada, chissà che non esca qualche cosa da portare in giro...»
E veniamo a Time in Jazz, cosa bolle in pentola? Può dare qualche anticipazione per la prossima edizione del festival?
«Bolle, bolle. Un sacco di cose al fuoco questo anno. Perché il Fuoco sarà il tema di questa venticinquesima edizione che è un anniversario importante. Provare per credere. Anche se c'è il rischio che, se si continua a tagliare i fondi in questo momento così difficile, ci si possa scottare...»

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