domenica 2 dicembre 2012

REPLAY: Volando da solo con Keith Jarrett

(Pubblicato originariamente il 19 febbraio 2012)
Ancora dallo splendido sito Counterpunch è tratto questo bellissimo articolo di Jeffrey St. Clair su Keith Jarrett.


Ecco un estratto dell'articolo:
"I concerti di Keith Jarrett spesso si sviluppano come una guerra continua: con il suo pianoforte, con il locale, con l'acustica, con il pubblico, con il proprio precario stato emotivo.
Il pianista è notoriamente capriccioso, spinoso, lunatico. Jarrett è un artista compulsivo, se non un perfezionista, e sa essere petulante. Egli ha segnalato delle persone del pubblico che sospettava stessero registrando le sue performance (spesso erroneamente), ed è conosciuto per aver cacciato dal palco delle persone che stavano tossendo, a Parigi, con Alexander Cockburn e Alya Rea presenti.
Come Thelonious Monk e Glenn Gould, Jarrett mentre suona, grugnisce e fa dei gemiti, spesso infastidendo il pubblico, più abituato alle posture solenni dei musicisti classici. Come Jerry Lee Lewis, si agita e si dimena sulla sua seggiola, sottolineando il flusso ritmico del suo modo di suonare. 
Questo non è in primo luogo, il comportamento di una diva o di un virtuoso viziato, benchè egli sia certamente un virtuoso che mostra i comportamenti della diva. Invece è la prova di una sorta di angoscia esistenziale, che colpisce l'artista mentre si confronta con i tasti del pianoforte, in attesa dell'ispirazione che guidi le sue mani verso informi melodie. "Voglio che le mie mani, in particolare la mia mano sinistra, mi dica delle cose", Jarrett ha detto una volta a proposito dell'esperienza creativa alle sue improvvisazioni soliste.
I suoi concerti da solista, iniziati nel 1972, sono delle escursioni verso l'ignoto. Sono pericolose lunghe improvvisazioni senza una mappa, mentre ogni accordo flirta con il caos, con ogni spettrale esecuzione melodica che sbanda verso scogliere potenzialmente fatali. 
Da solo sul palco, con niente e nessuno su cui contare. Jack DeJohnette non è lì per guidare la musica attraverso strade oscure. Gary Peacock non è in giro a modificarne l'umore, mentre ti sei ficcato in un cul-de-sac tematico. Non ci sono note in una pagina composta da Shostakovich o Ellington a guidarti in avanti. Sei solo tu e il pianoforte, e con i suoni che ti attraversano la mente in quel preciso istante. Questa è musica spontanea ed è essenzialmente così bella, quanto audace.
I concerti da solista di Jarrett sono il più vicino possibile allo stile dello stream-of-consciousness della musica americana. Al suo massimo, Brema, Losanna, il Köln Concert, Vienna, le audaci improvvisazioni di Jarrett assumono cadenze joyciane, espansivi soliloqui melodici che, sussurrano e cantano, si ripetono e mutano, finché alla fine si riuniscono in una coerenza abbagliante. 
Quando ho cominciato ad ascoltare Keith Jarrett alla metà degli anni 1970, ho pensato che fosse nero. Aveva una carnagione scura, capelli come Billy Preston e il suo modo di suonare divampava come un mix selvaggio di free jazz, funk e gospel. Non ero solo. Ornette Coleman ebbe la stessa impressione.
"Sei sicuro di non essere nero?" Ornette gli chiese.
"Abbastanza sicuro", Jarrett si mise a ridere.
"Non lo so,".
Infatti, Jarrett, che è cresciuto ad Allentown, Pennsylavania, è di origine ungherese e scozzese. Era un ragazzo prodigio, che ha iniziato a suonare il pianoforte all'età di tre anni. Ha tenuto il suo primo recital a sette anni, iniziato a comporre a otto e cominciato a suonare per soldi prima di iniziare il liceo. Si dice che la sua voce, che tanti trovano irritante ai suoi concerti, aveva un timbro perfetto. All'età di 17 anni, Jarrett studiava composizione presso la Berklee School of Music. Due anni dopo era a New York a suonare hard bop con i Jazz Messengers di Art Blakey, la leggendaria piattaforma di lancio per una legione di importanti musicisti jazz negli anni 1950 e 1960. 
Nel 1966 Jarrett si unì al tenorista di Memphis, Charles Lloyd ed al giovane batterista Jack DeJohnette. Questo quintetto produsse uno dei dischi più progressivi ed influenti degli anni 1960, Forest Flower, che divenne un punto di riferimento del movimento del soul jazz. Il quintetto di Lloyd fu uno dei primi gruppi jazz americani a suonare a Mosca e Jarrett, in particolare, sviluppò un devoto seguito in Europa, poco più che ventenne. Il gruppo di Lloyd si divise nel 1968 a causa di controversie sui soldi. Jarrett si recò a Parigi ed iniziò a suonare in un nightclub con musicisti locali. Una sera Miles Davis entrò nel club e sedette da solo in un angolo, intimidendo il giovane pianista. La sera successiva Miles tornò con la sua band al completo. "Voglio che questi ragazzi lo ascoltino" Davis gracchiò.
Poi Miles invitò Jarrett ad unirsi alla sua fusion ensemble. Miles era diventato definitivamente elettrico e Jarrett divenne un riluttante pioniere nell'uso del piano elettrico Fender Rhodes e dell'organo elettrico, a volte suonando entrambi gli strumenti contemporaneamente. Il lavoro di Jarrett con Davis può essere ascoltato su tre sessioni straordinarie dal vivo: Live at the Fillmore East, The Cellar Door Sessions e Live-Evil. Suona l'organo elettrico su Get It Up e un inquietante Fender Rhodes in un brano intitolato Konda, che può ora essere trovato sul brillante Complete Jack Johnson Sessions
Jarrett non amava le tastiere elettroniche, ma acconsentì al fine di lavorare con Davis, che adorava. "Non posso nemmeno tollerare il mio modo di suonare sulle tastiere elettroniche", Jarrett scattò. "Non si tratta delle idee musicali. Il suono stesso è tossico. E' come mangiare broccoli di plastica."
Alla fine rinunciò alle tastiere elettriche per sempre nel 1972. Jarrett non ne aveva più bisogno. La sua psiche era già surriscaldata, ad una solo passo dal corto circuito.
Quello stesso anno Jarrett si imbarcò nella la sua prima personale estesa improvvisazione. Una sessione di 50 minuti, registrata in studio per la ECM, pubblicata col titolo Facing You. Miles fu stordito dalla registrazione. "Come riesci a suonare dal nulla, Keith?" Davis chiese a Jarrett. "Non lo so", disse Jarrett. "Se lo sapessi, probabilmente sarei nei guai." 
Nel 1975, Jarrett eseguì una improvvisazione solista di 80 minuti all'Opera House di Colonia. La registrazione di quel concerto straordinario, diventò l'album più venduto nella storia del pianoforte. La registrazione del Köln Concert ha la fama di irradiare alcune proprietà afrodisiache. Le ragazze non si materializzarono, ma la musica compensava e, trentasei anni dopo, continua a ipnotizzare. Per me, il Köln Concert è diventata una musica di liberazione, libertà dalle vecchie costrizioni e formalismi. Il playing ha una immediatezza ed un lirismo che manca nella tempestosa confusione del free jazz o nei pellegrinaggi cerebrali, spesso solipsistici, di Cecil Taylor. E' una musica organica, che irradia un romanticismo incrollabile in un'epoca cinica e commerciale.
Il Köln Concert fu seguito l'anno successivo dai Sun Bear Concerts, un set di 10-lp che documenta i suoi assoli improvvisati durante un soggiorno prolungato in Giappone. Poi vennero gli oscuri Dark Intervals prima di altri due capolavori, l'acclamato concerto di Vienna nel 1991 e La Scala nel 1995. Le performances di Vienna e La Scala rivelano una sterzata improvvisa di Jarrett verso la musica classica, con note di Bach, Mozart, Shostakovich e Saint-Saëns. Il playing è tecnicamente abile e spesso drammatico, pieno di percorsi luminosi ed improvvise eruzioni di dissonanza tonale. Ma lo trovo spassionato ed emotivamente remoto, come se tutte le note fossero colpite da un gelida, quasi mortale precisione. 
Poi, improvvisamente, Jarrett scomparve dalla scena, colpito da Sindrome da Stanchezza Cronica. Per diversi anni, Jarrett fu quasi costretto nei suoi confini domestici, limitatamente alla sua casa e al suo studio, tipo fienile, nelle zone rurali del New Jersey. Una unica improvvisazione solista emerse da quel periodo, l'ossessiva, quasi elegiaca, Melody at Night, With You, una reinvenzione di standard jazz che registrò segretamente come regalo alla moglie.
Jarrett non fece ritorno sul palco per un concerto da solista fino al 2002, ancora una volta in Giappone. Questi due spettacoli, uno a Osaka e uno a Tokyo, furono delle rivelazioni. Su Radiance, emerge un nuovo Jarrett, sguainato dal suo esoscheletro neo-classico, per tornare alle fondamenta del blues e del jazz. Ma si dimostrò un terreno altamente sperimentale.
Il suo approccio improvvisativo è totalmente diverso. Da Facing You a La Scala, Jarrett tendeva a iniziare con un concetto o un tema melodico, su cui ci avrebbe lavorato intorno, spesso anche molto lontano. Qui le regole di ingaggio erano cambiate. Ora anche il concetto iniziale era destinato a germogliare istantaneamente al piano, in un momento di ispirazione Zen. I pezzi sono più brevi, con distinte improvvisazioni, che tuttavia sembrano scorrere senza soluzione di continuità da uno all'altro. Il risultato è una registrazione con un'intimità quasi insopportabile, dove l'ascoltatore indugia su ogni nota, inseguendo ogni fraseggio, mentre la struttura della musica cresce di livello in livello, passoggio per passaggio. Radiance è una performance buia e strana, allo stesso tempo estenuante ed esilarante, come un viaggio da sogno in un pianeta vagamente familiare.
Nella primavera del 2011, Jarrett eseguì due concerti di improvvisazione solista in Brasile, uno a San Paolo, l'altro a Rio de Janeiro. Jarrett fu così affascinato dalle performances che telefonò a Manfred Eicher, capo della ECM Records, dall'aeroporto prima di prendere il suo volo di ritorno negli Stati Uniti, per sollecitare l'esecutivo a pubblicare rapidamente queste performances su disco. Questo non era solito per Jarrett, che tendeva a ragionare sui nastri dei suoi concerti per i mesi o anni, come nel caso di Radiance, prima di approvarne la pubblicazione.
Jarrett aveva ragione ad essere eccitato. Rio è una registrazione seducente, forse la sua più lirica dai Köln Concert. Le performances si evolvono in segmenti debolmente legati. Queste non sono precisamente delle canzoni. Né sono variazioni su un tema, alla maniera del Köln Concert. Vengono descritti con il termine francese Pensées, che non ha un equivalente preciso in inglese. Chiamateli pensieri fluenti, impressioni musicali. 
Rio apre con una raffica di accordi oscuri, che si scontrano l'uno contro l'altro, come una tempesta contrappuntistica che spazza la foresta amazzonica. Il vortice turbolento rallenta, lasciando il posto a una patina luminosa di melodie blues, calde e sinuose. Il tocco di Jarrett è leggero e sicuro, con risonanze distintive di due dei suoi eroi: Bill Evans e Bud Powell. Ancora le sfumature cromatiche di Rio hanno un qualità horn-like, qualcosa di simile al sax soprano di Wayne Shorter. Infatti, Jarrett ha spesso detto che è frustrato dalle limitazioni del pianoforte, che vorrebbe trasformarlo in uno strumento più espressivo, come ad esempio una chitarra o sax.
"I sassofonisti mi hanno influenzato più dei pianisti", ha detto Jarrett. "E se pensiamo a Sonny Rollins o Ornette Coleman e Coltrane, loro hanno una voce, hanno questa libertà, e non sono percussivi. Possono suonare un fiume di note e non importa quale sia il numero. Così, mentre sto suonando il piano non voglio sentire l'attacco come un attacco percussivo. Cerco di ascoltare questo flusso. Questa è una ragione per cui il pianoforte riesce a farmi impazzire". 
In questi 15 segmenti improvvisati, Jarrett attinge da molti tributi sonori diversi: bebop, gospel, free jazz, rock, bossa nova, funk e la musica popolare brasiliana. La riproduzione di Rio sembra al tempo stesso meno ambiziosa e più radicata, meno tecnica e più briosa, meno astratta e più sensuale. E' come se Jarrett si fosse aperto alle atmosfere del Brasile, assorbendo i suoi suoni e colori e la gioia del movimento.
Il sonoro è terreno. Esso respira e fluttua, salta e si tuffa ai ritmi intensamente naturalistici. Alcuni dei segmenti più lunghi si svolgono come ricorsive equazioni armoniche, altri sono più brevi e mirati.
Il titolo del disco sa un po' di depistaggio. "Rio" si riferisce meno alla città, quanto piuttosto alla nozione di un fiume che scorre, un fiume impetuoso, che scorre libero, tracciando il suo corso, curva per curva, prendendo altri corsi d'acqua, uno per uno, fondendoli insieme in un'unica corrente irresistibile.
La musica scorre profonda. Basta tuffarcisi dentro."

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