sabato 25 febbraio 2012

Ron Carter continua a trovare le giuste note

Sul sito del Boston Globe è stato pubblicato un bel articolo con intervista al leggendario bassista Ron Carter.


Ecco un estratto dell'articolo:
Ron Carter continua a muoversi in avanti, anche se il passato non smette mai di mordere alle calcagna. Con migliaia di registrazioni al suo attivo, tra cui decine di classici di jazz moderno, il leggendario bassista sta forgiando una eredità smisurata, anche per uno spilungone come lui.
Piuttosto che riposere sugli allori, tra cui lauree honoris causa al New England Conservatory e alla Berklee, continua ad esplorare nuovi progetti e formazioni. L'anno scorso ha pubblicato il suo primo album con una grande ensemble, Ron Carter’s Great Big Band,  con arrangiamenti di Robert M. Freedman.
It’s fun to be in charge of 16 guys rather than two,’’ ha detto il 74enne Carter. “Bob Freedman and I worked closely on coming up with songs that an older audience would be familiar with, but set to a broader array of musical concepts." 
Lo storicismo profondamente consapevole della Great Big Band rende un affascinante contrasto con la sessione più ampiamente celebrata dello scorso anno, Miles Davis Quintet’s “Live in Europe 1967: The Bootleg Series Vol. 1. 
Con tre CD e un DVD, il pacchetto offre un altro sguardo frizzante sulla ben documentata band del trombettista nella sua formazione più volatile e coesa, costruita su circa tre anni di sperimentazione sul palco.
Sicuramente più influente oggi che durante il suo periodo di massimo splendore alla metà anni '60, l'ensemble nota come "Il secondo grande quintetto di Davis" (direi che era il suo terzo, seguendo ad una precedente incarnazione con il sassofonista George Coleman) rese Carter una grande star del firmamento jazzistico insieme ai suoi colleghi Herbie Hancock, Wayne Shorter e Tony Williams.
Per Carter, la dimensione più rivelatrice di "Europa 1967'' è il DVD, che presenta dei set tratti da Stoccolma e Karlsruhe, in Germania, l'unico video disponibile di questo decantato quintetto. Guardando i filmati alcuni decenni decenni dopo, Carter rimane colpito dalla natura fisica di quel legame, che riuscì a creare una musica straordinaria.
"There’s constant eye contact in that band," dice Carter. "You can see the level of trust we developed as we telegraph a musical move with a raised eyebrow, a frown, or a shifting position. That’s why I’d tell my students that you’ve got to keep your eyes open on the bandstand. You never know when you might need to duck a pie in the face." 
Carter consegna le ultime parole con una risatina, ma rivela il modo in cui la sua agenda altamente creativa riesce ad intersecarsi con un certo pragmatismo. Una recente ondata di ristampe si concentra sulle poderose registrazioni dell'etichetta Creed Taylor Incorporated (CTI) degli anni '70, che provano a riaccendere un capitolo spesso trascurato della carriera del bassista. La qualità della musica e della produzione regge bene, ma per Carter la lezione perduta della CTI è il modo in cui un marchio possa far leva su un roster di all-star, portando degli artisti insieme sulla strada.
"What interested me was that none of the other jazz labels ever followed CTI’s footprint taking the recording band on tour," dice Carter. “Those companies in the business missed a golden chance."
Sul palco, la reputazione di Carter si basa sul suo gusto impeccabile e sulla sua consistenza quasi soprannaturale. Un insegnante notoriamente rigoroso - Carter è stato il direttore artistico del Thelonious Monk Institute of Jazz Studies durante i suoi primi quattro anni al NEC - egli predica l'importanza di consegnare ogni nota con un proposito. La sua vasta discografia nasce dalla sua capacità di elevarsi su ogni situazione.
Quando Carter si avvicinò a Dan Ouellette per scrivere la sua biografia, il veterano giornalista di jazz pensò di avere una buona conoscenza dell'opera di Carter. Ma dopo aver attraversato il periodo con Miles Davis, trovò che il suo orizzonte si distese velocemente ben oltre, dalla CTI alla sua relazione con Orrin Keepnews della Milestone ed alle centinaia di sessioni successive nelle quali fu coinvolto.
"I quickly realized, oh my God, I’ve got a lot of territory to cover, more than I ever anticipated," ha detto Ouellette, che nel 2008 pubblicò Ron Carter: Finding the Right Notes. "What’s remarkable is that we’re ready to go into the third printing and there could be three or four more chapters. He’s 74 and he keeps going and growing." 
Dopo la pubblicazione dell'album del 2003, The Golden Striker per la Blue Note con Russell Malone e Mulgrew Miller, il trio è diventato uno dei suoi primari veicoli creativi. Prendendo il nome da una bellissima composizione di John Lewis, il trio riflette pienamente l'esigente maestria Carter, con un libro equilibrato di meticolosi arrangiamenti.
"People expect a new house each time, but we’re putting new siding on the house each time we play," dice Carter. "I try to explain that one of the reasons the Miles Davis band was able to do whatever we did with that library was that we played those songs long enough to figure out what the heck to do with them."

Ecco un estratto del concerto di Stoccolma del 1963, del quintetto di Miles Davis:

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