lunedì 13 febbraio 2012

Molte le cose da fare per avere ancora speranza

Sul blog A proposito di Jazz è stato pubblicato un articolo del critico Luigi Onori sulla situazione del jazz italiano.

Ecco il testo dell'articolo:
Questa volta intervengo sugli editoriali di Gerlando Gatto riguardanti il jazz italiano ed il canone Rai (e su alcuni commenti come quello di Lamberto Cesaroni e Francesco Cusa) sentendomi un po’ parte della redazione del sito con cui ho iniziato a collaborare stabilmente da qualche settimana. Ciò, naturalmente, non influenza il mio punto di vista che resta strettamente personale.
Ci sono, a mio modo di vedere, elementi di pessimismo e di ottimismo. I primi: la sovraesposizione e sovrapresenza di alcuni jazzisti italiani causata dallo spirito mercantile, ma anche dallo scarso agire culturale, soprattutto degli organizzatori; l’assenza quasi totale di spazi per la musica (e per il jazz) nei media; la crisi economica; una generale tendenza alla conferma e al conformismo più che al dubbio (e alla ricerca); l’assenza di una legislazione adeguata per la musica dal vivo e per la musica tout court; la dominanza di radio commerciali dove il jazz – se c’è – è considerato intrattenimento più o meno sofisticato (bobojazz, secondo una definizione francese: jazz per borghesi bohemien).
I secondi: la presenza di almeno un paio di generazioni di jazzisti italiani di alto spessore che potrebbero riempire sale e club; la concreta volontà di molti jazzisti nell’autoprodursi utilizzando le risorse della rete, della tecnologia ed uno spirito associazionistico (da Improvvisatore Involontario, Cusa docet, a Franco Ferguson; dall’etichetta Palomar di Giovanni Maier alla Ru-Di records di Massimo Iudicone e cito i primi che mi vengono in mente); la positività di molti corsi di jazz nei conservatori ed in altre strutture, i cui laureati non sono tutti neobopper o hardbopper ma, spesso, musicisti che hanno voglia di sperimentare e rischiare.
Conclusioni. Ci sono alcuni terreni su cui il mondo variegato e a volte schizofrenico del jazz dovrebbe lottare, come fecero a suo tempo- con errori, polemiche e lacerazioni – l’Associazione Nazionale Musicisti di Jazz AMJ e la SISMA (Società Italiana per lo Studio della Musica Afroamericana) e come prova a fare – con le sue limitate forze – la SIDMA (Società Italiana di Musicologia Afroamericana, presieduta da Stefano Zenni). Diritto di improvvisazione e riforma della SIAE; formazione e consolidamento di qualificati dipartimenti jazz / popular music  nei conservatori; inserimento e potenziamento della presenza della musica nei programmi della scuola italiana, dalla materna all’università; una legge sulla musica che prenda atto del cambiamento delle professioni, valorizzi la musica dal vivo (privilegiando giovani musicisti e generi non commerciali), finanzi in modo oculato i vari ambiti espressivi senza destinare quasi tutto alla musica operistica; la riforma dell’Enpals, che dispone di un tesoretto non distribuito; una revisione del panorama delle radio private che la creazione di radio locali sul modello francese (communitaires, che facciano informazione sul territorio e promuovano artisti e musiche secondo logiche non commerciali); una qualificata presenza della musica e del jazz nei palinsesti radiotelevisivi (almeno pubblici) e nella stampa quotidiana; una “cabina di regia” per i finanziamenti pubblici ai festival jazz che ne verifichi la ricaduta non solo in termini turistici e pubblicitari…
Ahimè: rileggo l’elenco e svanisce quasi l’ottimismo. Scrivo “quasi” perché sono convinto che il futuro economico dell’Italia sia di nazione produttrice / esportatrice di cultura, con una notevole importanza -  in questo ambito – per la  musica. Qualche propositivo segnale di attività l’ho riscontrato nei programmi di Sel, nelle Fabbriche di Nichi (Vendola) ed in alcune iniziative della Regione Puglia che ha utilizzato fondi europei per far conoscere i propri artisti all’estero, invitarne dal vecchio continente, creare un mercato diverso (ecologico, ricco di biodiversità) che non è quello della BCE. Insomma, credo che ci vogliano anche (soprattutto?) sensibilità ed alleanze nel mondo della politica, dei movimenti, di quanti vogliono davvero cambiare. A questo punto il mio ottimismo scema ma non posso smettere di pensare, sperare, agire.

Nessun commento:

Posta un commento