venerdì 3 febbraio 2012

Intervista a Franco D'Andrea

Sul sito dell'Unità è stata pubblicata una bella intervista a Franco D'Andrea, in occasione dell'uscita del suo nuovo album intitolato Tradition and Cluster.

Ecco l'intervista: 
D’Andrea un anno da incorniciare il 2011?
“I premi sono una lotteria e altre volte ho perso. Ricordo per esempio una battaglia impari all’ultimo voto contro Rava e Fresu insieme, qualche anno fa. Penso quindi di meritarmelo”. 
Nel 2010 era stato insignito del premio “Miglior musicista europeo” dall’Accademia del Jazz di Francia.
“Un altro riconoscimento molto gradito. Mi mancava un premio di un certo prestigio internazionale. Ho lavorato tantissimo in Francia. Arrivai per la prima volta nel 1968. Suonai con Charles Tolliver (tromba). Un grande personaggio all’epoca: faceva parte del gruppo di Max Roach. Passammo una settimana a “Le Chat Qui Peche”, che era concorrente del Blue Note. Ora c’è un supermercato”. 
Com’era il ’68 francese?
“Eravamo sepolti dentro quella cantina. Non saprei dare un giudizio preciso”. 
Esce il nuovo disco che comprende un sestetto. Chi sono gli altri?
“Intanto vorrei dire che è stata davvero una scoperta lavorare con l’etichetta El Gallo Rojo. Non conoscevo questa realtà e sono rimasto molto piacevolmente sorpreso dalla cultura e la personalità speciale delle persone che ci stanno dentro”. 
E il sestetto?
“Oltre ad Ayassot, Mella e De Rossi, che sono musicisti eccezionali coi quali suono da lustri, ci sono da un paio d’anni Ottolini e D’Agaro, con i quali non avevamo mai inciso. Mauro è stato mio allievo al conservatorio di Trento. E’ nato con il trombone in mano. Io gli ho solo aperto gli occhi su alcune cose e dato dei consigli tecnici per avere un suono meno pulito. I suoi punti di riferimento erano quelli “puliti” come Frank Rosolino”. 
D’Agaro?
“Mi telefonò dall’Olanda, dove stava. Non lo conoscevo. Ha un modo assolutamente personale di suonare il clarinetto, una grande conoscenza della materia ed è molto avventuroso”. 
Sbancare il Top Jazz a Settanta anni: come il vino, più si va in là con il tempo più si suona bene?
“Per prima cosa bisogna avere un dna robusto, e poi passione, motivazioni, infine non straviziare. Basta ricordarsi di quello che disse il medico legale nel referto di morte di Charlie Parker: un americano nero di 36 anni che ne dimostra 60”. 
“Tradition and Cluster” è una sorte di antologia della sua musica?
“Si potrebbe dire. L’album parte dagli anni Venti-Trenta per poi andare nel futuro. Quando ho cominciato a frequentare il jazz suonavo la tromba in gruppi dixieland ed ero innamorato di Armstrong. Gli anni Venti e Trenta hanno dei colori eccezionali, a mio giudizio passati troppo presto nel dimenticatoio. Oggi ci sono molti pochi musicisti che hanno presente questo periodo. Quasi tutti, invece, partono dal be bop o addirittura dal Miles elettronico”. 
Nel nuovo disco ci sono tre formazioni, trio, quartetto e sestetto. Perché?
“Sì, e anche un ospite d’eccezione come Han Bennink. Nel trio e nel quartetto si sentono le due parti, l’amore per la storia del jazz e la ricerca del futuro. Il sestetto è la sintesi, va a compattare le due cose”. 
È la prima incisione del sestetto?
“Sì. E’ il primo disco dove appare. Un’esperienza eccezionale. Non eravamo mai riusciti a provare tutti insieme ed è successo solo il giorno del concerto durante il quale abbiamo registrato, al Lagarina Jazz Festival lo scorso agosto. Una di quelle serate magiche che quando vengono...! L’unica fortuna è stata che prima del concerto avevamo una prova aperta al pubblico, e così mentre spiegavo ai presenti cosa stavamo facendo, anche i musicisti del mio sestetto capivano per bene dove volevo andare”. 
Prossima mossa?
“Anche se non posso portarlo in tutti i posti dove suoniamo, per vari tipi di esigenze, il sestetto è il mio tempo di ora”.

Ecco un video del D'Andrea Three registrato a Udine Jazz il 23/6/2010:

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