venerdì 10 febbraio 2012

Intervista a Francesco Berzeatti

Sul sito di Musica Jazz è stata pubblicata un bella intervista a Francesco Berzeatti, reduce dal premio come Miglior Musicista Europeo, consegnatogli dall'Académie du jazz francese.

Ecco un estratto di questa intervista: 
L'Académie du jazz ti consegna il premio come musicista europeo dell'anno. Domanda da un milione di dollari: ma il jazz europeo esiste oppure no?
A parte il fatto che tutti i musicisti nati in Europa sono europei, credo che esista una matrice legata al vecchio continente, dotata di una propria forza, personalità ed estetica. Il problema è che pure lei rischia l'estinzione: con la globalizzazione, per fortuna o purtroppo, veniamo tutti influenzati allo stesso modo. Vorrei sentire più spesso musiche autoctone, come mi capita quando viaggio e incontro musicisti locali in paesi lontani. Trovo troppe uguaglianze all’interno del pop e del jazz contemporanei e questo, francamente, non è che mi piaccia molto.
Ti bollano come un rocker che suona jazz, ma in realtà le tue aperture nei confronti dei generi sono molteplici. 
Scherzi, chi mi conosce sa bene che ascolto di tutto. Anche all’interno dello stesso jazz mi piacciono situazioni diverse come il solo, il duo con pianoforte o altri strumenti. Mi piace tantissimo suonare gli standard e spostarmi tra l’acustico e l’elettronico. Impazzisco per il blues che è l’anima di tutto, almeno per me. Ed infatti vengo dal rock blues inglese: Led Zeppelin, John Mayall, Rolling Stones. Gente da tre accordi e via. Quando ascolto quella roba lì mi si accappona ancora la pelle. [immagine: Mauro Gargano, «Mo' Avast Band» (Note Sonanti)]
Quindi ti capita ancora di ascoltare «questa roba»?
Peccato che sei arrivato un po’ in ritardo perché prima avevo gli Yes «a palla». Io ascolto di tutto.
A novembre sei stato a New York per celebrare i dieci anni dell'Auand. C'è un bel video ricordo in cui non sembri entusiasta della New York di oggigiorno... 
Sai, una volta il Downtown Manhattan era un brulicare di punk, gente alternativa, jazzisti, barboni, c’era di tutto. Adesso è vero che è molto meno pericoloso però è anche molto meno interessante.
Anche musicalmente?
Secondo me sì. C’è meno offerta, ci sono molti meno club, molta meno musica per strada. C’è sempre una grossissima energia, però la città è un po’ più pulitina e i musicisti sono sempre più scolarizzati, farciti di Berklee e università. A volte manca un po’ di verità, quel vissuto che ci vuole.
Più in generale, com’è andata la cinque giorni newyorkese?
È andata bene. Credo che Marco [Valente, produttore dell'etichetta] sia riuscito a fare un piccolo miracolo. Portare in giro una realtà musicale con punte anche estreme, se vogliamo, non è certo una cosa facile. Organizzare una cosa di quel tipo è persino difficile per chi abita a Manhattan o Brooklyn.
Immagino che a Valente devi ancora qualcosa…
A Marco sono debitore perché ha creduto in me. Dopo un primo lavoro mainstream [«Suspended Steps», (Caligola, 1998)], avevo ritrovato tutte le radici rock grazie ai Kaiser Lupovitz, assieme a Zeno De Rossi ed Enrico Terragnoli, un grandissimo musicista, e così chiesi a Marco se avrei potuto fare un disco con lui. Figurati, ero italiano con un lavoro mainstream alle spalle. Gli inviai qualcosa dei Lupovitz e accettò immediatamente. Da lì è nata una bellissima amicizia che l'ha portato a produrmi interamente il disco dei Sax Pistols, «Stolen Days» (2006), con Dan Weiss e Stomu Takeishi, un esperimento poco capito ma a mio avviso molto interessante.
Non è un progetto morto?
No, assolutamente. Abbiamo parlato recentemente di fare qualcosa quest’anno. Il problema di quel gruppo sta nel fatto che non tutti accettano il sax suonato come una chitarra distorta e a volumi assurdi. Nei club non ci vogliono, nei festival nemmeno…
Neanche nei centri sociali?
Sì, nei centri sociali ci vogliono, il problema è pagare i musicisti americani.....
Veniamo al Tinissima Quartet, che in Francia gode di molta più stima di quanta non ne abbia in Italia. Paradossale non trovi?
Ultimamente, soprattutto per quanto riguarda le premiazioni, abbiamo raccolto qualche frutto, ma di concerti ne continuiamo a fare pochi: se guardi i programmi dei festival sono gli stessi da vent’anni, a parte qualche nuovo arrivato. La situazione è un po’ cambiata ma non di tanto. Qui in Francia facciamo tanti festival importanti; anzi, direi i più importanti. Mezzo e Arte ci hanno dedicato dei film e stanno succedendo tante cose anche al di fuori dall’Europa.
A Umbria Jazz 2011 avete fatto un’esibizione «spacca tutto». Non avete mai pensato di registrare live?
Eccome. Intanto perché ho parecchi live del Tinissima che sono delle «bestie»: esce tutta la forza del gruppo. Dovremmo fare un Best Of e ci stiamo pensando. Prima però, priorità al nuovo album che sarà una botta di rock allucinante. Andremo giù durissimi. Voglio mettere in piedi uno spettacolo che sia quasi psichedelico e credo che con questo gruppo posso proprio permetterlo.
Hai già pensato al soggetto?
Farò un collage: prenderò i temi di Monk e l’incollerò sui riff più leggendari del rock. L’idea iniziale è mia, ma i ragazzi sono talmente entusiasti che mi hanno subissato di suggerimenti e arrangiamenti. Questa volta non ho preparato niente: andiamo in studio e suoniamo.
Come lavori con il gruppo?
Finora ho sempre scritto tutto. Per Tina [«Suite For Tina Modotti» (Parco della Musica, 2008)] arrivai in studio e presentai il progetto, mentre per Malcolm [«X (Suite For Malcolm») (Parco della musica, 2010)] mi sono limitato a portare le parti e il gruppo si è acceso da solo, senza aprire bocca. Considero Giovanni [Falzone], Danilo [Gallo] e Zeno [De Rossi] i miglior musicisti in circolazione. Tra di noi c’è grande affiatamento e questo nuovo lavoro sarà ancora più corale.
Su un altro versante si situa invece il solo Duke Ellington Sound Of Love.
Eh sì, volevo fare qualcosa in solitaria e ho pensato a due compositori che mi piace strapazzare ma soprattutto suonare e interpretare come Ellington e Billy Strayhorn. Suono i pezzi del primo con il tenore e quelli del secondo con il clarinetto e ogni tanto li metto assieme. Senza troppa retorica è un omaggio con molto amore all’opera di questi compositori.
Non usi l’elettronica?
No. L’idea è quella di fare qualcosa senza elettronica in un momento in cui si abusa di essa. Mi presento sul palco con gli strumenti nudi e crudi e cerco di tirar fuori tutto quello che posso. Saranno pure inflazionati, ma secondo me si può ancora dire molto sia al tenore, sia al clarinetto....
(leggi l'intervista integrale sul sito di Musica Jazz)

Ecco il Tinissima Quartet che presenta dal vivo Suite for Tina Modotti:

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